5 agosto 2012

Il braccio destro del proprietario dell’Ilva: «io ho sempre sostenuto che bisogna pagare la stampa per tagliargli la lingua, cioè pagare la stampa per non parlare». E' stato troppo eloquente, subito fatto fuori dall'azienda inquinatrice

«Noi la stampa la paghiamo»

Mercoledì 8 agosto Emilio e Nicola Riva, ex presidenti dell’Ilva, ed altri sei dirigenti dell’azienda, conosceranno le decisioni del tribunale del Riesame di Taranto, che si esprimerà sulle richieste avanzate dai legali dell’azienda in camera di consiglio nelle udienze di ieri e venerdì: ritorno in libertà per gli indagati ora ai domiciliari e dissequestro delle sei aree poste sotto sequestro (parchi minerali, agglomerato, altiforni, cokeria, acciaieria e gestione dei materiali ferrosi). Ma nel frattempo esplode la bomba intercettazioni e a farne le spese è il braccio destro di Riva, Girolamo Archinà, che si sarebbe vantato di controllare la stampa e (notizia poi smentita) perfino il ministro dell’Ambiente Clini, e per questo è stato rimosso in serata dal presidente dell’Ilva Bruno Ferrante.

Davanti al collegio presieduto da Antonio Morelli, presidente del Tribunale di Taranto, la linea difensiva si è articolata su tre direttrici: sull’inquinamento, l’azienda ha dichiarato di aver sempre rispettato i limiti delle emissioni previsti dalle prescrizioni presenti nell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) rilasciata proprio lo scorso 4 agosto; per questo motivo, il sequestro degli impianti e delle aree incriminate non ha ragione di esistere; terzo, Emilio Riva, leader del gruppo, non ha mai avuto intenzione di fuggire, perché in procinto di incontrare diversi rappresentanti istituzionali per parlare proprio della vicenda dell’Ilva di Taranto.

Nelle due udienze si è principalmente battagliato sulle perizie, chimica ed epidemiologica, che rappresentano l’asse portante delle ordinanze firmate dal gip Todisco. E ieri, attraverso controperizie e ben otto memorie, l’Ilva ha replicato alle accuse della Procura sostenendo come a Taranto non vi sia alcun eccesso di mortalità né negli adulti, né nei bambini, e che se ciò è accaduto, il tutto è da addebitare alla gestione precedente, quando l’ex Italsider era di proprietà dell’Iri. L’opposto di quanto dichiarato venerdì dalla pubblica accusa, che attraverso l’intervento del Pm Mariano Buccoliero, ha ribadito come l’inquinamento sia un problema attualissimo e non solo il retaggio di decenni di attività dello stabilimento. Sfatando anche uno dei tanti luoghi comune di questa maxi inchiesta: «Per l’80% le emissioni inquinanti sono da ricondurre all’attività a terra dei reparti e non alle emissioni delle ciminiere». Nell’udienza di ieri, anche e soprattutto nel tentativo di avvicinare le parti e stemperare i toni, è intervenuto anche Bruno Ferrante, neo presidente dell’Ilva, che ha rilasciato una dichiarazione spontanea in cui ha annunciato la rinuncia dell’azienda a presentare ricorso contro la riapertura dell’Aia e che la stessa non impugnerà la sentenza del Tar di Lecce nel merito delle parti non accolte. Un cambio radicale di atteggiamento, per un’azienda che sino all’altro giorno ha sfidato tutto e tutti, raccontando una realtà smentita dalle perizie del Gip. E, implicitamente, anche dalle tante aperture di questi giorni, specie nei confronti della magistratura e della città. Che però non cambiano la sostanza delle cose. Anche perché nell’udienza di venerdì la Procura ha calato l’asso del fascicolo d’indagine del Pm Remo Epifani, che contiene due anni di scottanti intercettazioni telefoniche.

Detto del presunto episodio di corruzione del docente universitario ed ex preside del Politecnico di Taranto Lorenzo Liberti presente nell’ordinanza del Gip, e di quella in cui dirigenti dell’Ilva si preparavano all’arrivo in fabbrica dei tecnici della Regione per i rituali controlli, sempre previo preavviso, sullo stato degli impianti («dobbiamo legargli il culo alla sedia»), ieri è stato il turno di altre intercettazioni, ancora più clamorose e che vedono protagonista Girolamo Archinà, per anni braccio destro di Riva. Archinà Girolamo Archinà avrebbe sostenuto di potere influenzare il potere politico e i media («io ho sempre sostenuto che bisogna pagare la stampa per tagliargli la lingua, cioè pagare la stampa per non parlare»). Frasi che hanno provocato lintervento dell’Ordine dei giornalisti della Puglia, che ha chiesto la documentazione alla procura per «valutare l’eventuale apertura di procedimenti disciplinari per violazioni deontologiche». Ma nelle intercettazioni, secondo alcune indiscrezioni di stampa, sarebbe presente anche il nome del ministro dell’Ambiente Clini. «Il ministro è un nostro uomo», è la frase incriminata.

Immediata la replica del ministero, che ha duramente contestato la diffusione di tale intercettazione, dichiarando come l’attuale ministro «non si è mai occupato della Autorizzazione integrata ambientale dell’Ilva, né ha mai avuto rapporti con la dirigenza Ilva». Bollando il tutto come «inaccettabili insinuazioni». Caso poi del tutto rientrato con la nota ufficiale del Procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, che ha dichiarato come «in nessuna di tali intercettazioni risulta, direttamente o indirettamente, il nome del ministro dell’Ambiente Corrado Clini». Però in serata il Presidente dell’Ilva di Taranto, Bruno Ferrante, attraverso una nota ufficiale ha comunicato che «la società ha da oggi interotto ogni rapporto di lavoro con il sig. Girolamo Archinà, che pertanto in alcun modo e in nessuna sede può rappresentare la società stessa».

G.L.
05/08/2012 www.ilmanifesto.it

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