19 agosto 2012

A tre giorni dal massacro dei minatori di Marikana, in Sudafrica, i familiari stanno ancora cercando i loro cari, senza sapere se sono stati uccisi, feriti o solo arrestati. Il bilancio finale dell'operazione condotta dalla polizia contro i lavoratori in sciopero nella miniera Lonmin a cento chilometri dalla capitale Johannesburg è di 34 morti, 78 feriti e 259 arresti.

"All'origine del massacro in Sud Africa, l'ingordigia delle multinazionali". Parla padre Francis Manama
I familiari ancora senza notizie dopo ore e ore di estenuanti attese davanti alla roulotte piazzata davanti all'ospedale dei minatori. Possono solo consultare l'elenco dei morti e dei feriti. Molti dei 28.000 dipendenti della miniera di Marikana non hanno però parenti nelle vicinanze. In Sudafrica, dove il tasso di disoccupazione è ufficialmente al 25%, molti lavoratori abbandonano i loro villaggi per raggiungere le colline ricche di minerali. Vivono in capanne di legno e lamiera, senza acqua corrente nè bagno. Dalla metà del XIX secolo proprio questi lavoratori migranti hanno fatto la fortuna dell'industria mineraria sudafricana, estraendo diamanti, oro e platino. Spesso per un ben magro salario.
Proprio per migliorare le loro buste paga 2.000 minatori della Lonmin erano in sciopero dal 10 agosto a Marikana. Dai 4.000 rand percepiti finora (400 euro) volevano passare a circa mille euro. Tra le voci di protesta che si sono levate contro l’azione della polizia del Sud Africa, quella di Nadine Godimer, scrittrice e premio Nobel, e attivista storica della lotta contro l’apartheid, che ha parlato di “fatto devastante”. "Certo, sono assolutamente devastata, non posso credere che una strage così orrenda sia avvenuta tra la nostra gente, fra la stessa popolazione nera", ha detto Gordimer intervistata dalla France Presse, definendo l'uccisione di 34 minatori in sciopero da parte della polizia "completamente inaccettabile". "Sono toccata e rattristata per queste persone innocenti. Le immagini di quella gente a terra dopo essere stata abbattuta sono nauseanti". Padre Francis Manama, missionario comboniano a Johannesburg mette in evidenza soprattutto l’isolamento dei lavoratori, “le vere vittime di questa vicenda”. Quanto accaduto ieri alla miniera di platino della Lonmin, “potrebbe accadere in tante altre miniere del Sudafrica”, sottolinea. "I lavoratori chiedevano aumenti salariali - prosegue padre Francis in un colloquio con l'agenzia Misna – ma alcuni sindacati, in cattiva fede, avevano promesso aumenti anche del 200%. Una promessa irrealizzabile che ha avuto pero' l'effetto di esacerbare gli animi nel momento in cui dall'altra parte, con altrettanta cattiva fede, e' arrivato l'aut aut: 'o tornate a lavorare o vi licenziamo'. E' stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso".
Secondo padre Francis, mancano guide adeguate all'interno dei sindacati ma anche tra i ranghi della politica, "incapace di capire e di rispondere alle esigenze della fasce meno protette della popolazione". Ad avvantaggiarsi della situazione sono le societa' proprietarie delle miniere:"Le compagnie - conclude padre Francis - pensano a fare quanti piu' soldi e' possibile, e anche loro sbagliano. Non sono sinceri nei negoziati con i lavoratori e non si rendono conto che migliorare le condizioni lavorative non puo' che andare anche a vantaggio della produzione".La strage di Lomnin, con 34 morti e 78 feriti, è l'azione di polizia più sanguinosa in Sudafrica dal 1985, quando più di 20 neri vennero uccisi a Città del Capo. Questa volta, però, a sparare sono stati agenti neri.

Fabio Sebastiani
20/8/2012 www.controilacrisi.org

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