26 agosto 2012

21 mila miliardi di dollari è la cifra custodita nei Paesi offshore e nelle mani di un’élite di ricchi. Mentre i governi tagliano spese pubbliche e welfare, meno di dieci milioni di persone nascondono al fisco una somma pari al Pil di Stati Uniti e Giappone. A favorire questo processo, le grandi banche salvate dai governi: Goldman Sachs, Ubs, Credit Suisse. Un rapporto del Tax justice network fornisce le cifre della ricchezza finanziaria. Ecco cosa ci nascondono i più ricchi del mondo

Il paradiso dei super-evasori globali

Ventunomila miliardi di dollari. È questa la cifra che gli uomini più ricchi del mondo nascondono nei paradisi fiscali offshore sparsi per il Pianeta. Potrebbe anche trattarsi di una somma maggiore - fino a trentadue mila miliardi - ma il suo ammontare complessivo è quasi impossibile da calcolare.

Mentre i governi tagliano la spesa e licenziano lavoratori - perché c’è bisogno di austerità a causa del rallentamento dell’economia - gli ultra-ricchi, meno di dieci milioni di persone, hanno nascosto al fisco una somma pari alla somma del prodotto interno lordo degli Stati Uniti e di quello del Giappone. Lo rivela il nuovo rapporto di Tax justice network. Le cifre fornite dal documento sono scioccanti. «Le entrate perse a causa dei paradisi fiscali - rileva lo studio - sono talmente ampie da costituire una differenza significativa secondo tutti i nostri indici convenzionali di diseguaglianza. Poiché la maggior parte della ricchezza finanziaria mancante appartiene a una (piccola) élite, l’impatto è sconcertante».James S. Henry, ex capo economista di McKinsey & Co., autore di The Blood Bankers e di articoli apparsi su The Nation e sul New York Times, ha scavato nei documenti della Bank for international settlements, del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Banca mondiale, delle Nazioni unite, di banche centrali e di analisti del settore privato, riuscendo infine a tracciare il profilo dell’enorme riserva di denaro che fluttua nelle nebulose località definite offshore. E stiamo parlando soltanto del denaro, perché il rapporto non si occupa di appartamenti, yacht, opere d’arte e altre forme di ricchezza nascoste - nei paradisi fiscali e quindi non tassate - dai super-ricchi. Henry lo definisce il «buco nero» nell’economia mondiale e nota che «nonostante ci siamo sforzati di essere prudenti, i risultati sono scioccanti».

C’è una gran quantità d’informazioni in questo rapporto, quindi abbiamo scelto sei cose fondamentali da conoscere sul denaro che i più ricchi del mondo stanno nascondendo a tutti noi.

1. Incontra il top 0.01%
«Secondo i nostri calcoli, almeno 1/3 di tutta la ricchezza finanziaria privata e circa la metà di quella offshore è posseduta dalle 91.000 persone più ricche del mondo, appena lo 0.01% della popolazione mondiale» rileva il documento. Questi top 91.000 hanno circa 9.800 miliardi del totale stimato nel rapporto e meno di dieci milioni di persone possiedono l’intera pila di denaro.

Chi sono queste persone? È chiaro che sono le più ricche, ma cos’altro sappiamo di loro? Il rapporto parla di «speculatori cinesi trentenni, attivi nel settore immobiliare e magnati del software della Silicon Valley» e coloro la cui ricchezza deriva dal petrolio e dal traffico di droga. Non cita invece - ma avrebbe potuto - candidati alla presidenza degli Stati Uniti: Mitt Romney è stato attaccato per aver nascosto denaro in un conto svizzero e in investimenti nelle Isole Cayman.

Mentre i signori della droga hanno bisogno di nascondere i loro profitti illegali, tanti altri ultra-ricchi evitano di pagare le tasse costruendo intricati gruppi di aziende e altri investimenti soltanto per cancellare un po’ di voci dal conto che devono pagare al loro paese.

2. Dove diavolo sono finiti i soldi?
Secondo Henry, il termine offshore non corrisponde più a un luogo fisico, nonostante una quantità di posti come Singapore e la Svizzera continuino a specializzarsi nel fornire ai ricchi di tutto il mondo «residenze fisiche sicure a bassa tassazione».

Ma oggi la ricchezza offshore è virtuale. Henry descrive «siti nominali, ultra-portatili, multi-giurisdizionali e spesso temporanei all’interno di reti di organizzazioni e accordi legali e semi-legali». Una compagnia può essere ubicata all’interno di una giurisdizione, ma posseduta da un gruppo di aziende situato altrove e amministrata da un insieme di società in una località terza. «In definitiva il termine offshore si riferisce a un insieme di potenzialità» piuttosto che a un posto o a una serie di posti.

Il documento nota anche che è importante distinguere tra «paradisi intermedi«, cioè quei posti che la gente normalmente immagina quando pensa ai paradisi fiscali (come le Isole Cayman di Romney, le Bermuda e la Svizzera) e i «paradisi di destinazione», che includono Stati Uniti, Gran Bretagna e perfino Germania. Queste ultime sono destinazioni richieste, perché mettono a disposizione «mercati azionari efficienti e disciplinati, banche sostenute da un’ampia popolazione di contribuenti e compagnie d’assicurazione; sistemi legali ben sviluppati, avvocati competenti, sistemi giudiziari indipendenti, e il principio di legalità».

In altre parole la stessa gente che non paga le tasse spostando in giro il suo denaro approfitta, al fine di evadere, dei servizi finanziati dai contribuenti. E negli Stati Uniti alcuni Stati hanno cominciato, fin dagli anni Novanta, a fornire, a buon mercato, organizzazioni «il cui livello di segretezza e protezione nei confronti dei creditori e i cui vantaggi fiscali fanno concorrenza a quelli dei tradizionali paradisi fiscali offshore». Se a questo si aggiunge che i ricchi e le multinazionali negli Stati Uniti pagano sempre meno tasse, ne risulta che stiamo provando ad attirare quelli che stanno cercando nasconderci il denaro.

3. Le banche salvate dai governi
Chi sta favorendo questo processo? I nomi che vengono fuori quando si spulcia nei dati sono familiari: Goldman Sachs, Ubs e Credit Suisse sono i primi tre, mentre Bank of America, Wells Fargo e JP Morgan Chase rientrano tutti nella Top 10. «Alla loro lista di onorificenze possiamo aggiungere quest’altra: sono attori chiave in molti paradisi fiscali in giro per il mondo e sono fondamentali nel sostenere il sistema globale d’ingiustizia fiscale» nota il rapporto.

Alla fine del 2010 le prime 50 banche private amministravano circa 12 mila miliardi in patrimoni investiti oltre frontiera per i loro clienti. Più del doppio rispetto al 2005, con una crescita annuale di oltre il 16%.«Dalle banche alle aziende di consulenza fiscale, agli studi legali internazionali, alcuni degli affari più grossi del mondo sono legati alla fabbrica dell’elusione fiscale globale» scrive sul Guardian la studiosa di finanza (ed ex trader di Goldman Sachs) Lydia Prieg. «Queste aziende non sono enti morali che possiamo rimproverare per fargli pagare la loro parte. La loro funzione è massimizzare i loro profitti e quelli dei loro clienti».

«Fino agli ultimi anni del 2000 - nota Henry - il tipico giudizio dei capitalisti rampanti era: che cosa potrebbe essere più sicuro delle - troppo grandi per fallire - banche statunitensi, svizzere e britanniche?». Senza i salvataggi arrivati con la crisi finanziaria del 2008 - aggiunge Henry - molte di queste banche che stanno nascondendo i soldi degli ultra-ricchi non esisterebbero più. Questi ultra-ricchi si rivolgono alle grandi banche proprio perché danno per scontato l’appoggio governativo a queste ultime.
 
4. Sempre più disuguaglianze
Tutta questa ricchezza nascosta in giro per il mondo - che pare impossibile da misurare e da tassare - sottolinea il Tax Justice Network, ci porta certamente a sottovalutare le diseguaglianze di reddito e di ricchezza. Stewart Lansley, autore di The cost of inequality, ha dichiarato a Heather Stewart sul Guardian: «Non c’è alcun dubbio: tutte le statistiche sui redditi e la ricchezza in cima alla scala sociale sottovalutano il problema».

Lansley sostiene che quando si determina il coefficiente Gini (un indice per misurare le diseguaglianze all’interno di una società) «non si prendono informazioni sui milionari e i miliardari e, anche se lo si fa, esse non possono essere calcolate in maniera completa».Si tratta di un problema così significativo che a quello di Henry il Tax Justice Network ha aggiunto un secondo rapporto, intitolato "Diseguaglianza: la metà non la conosci". Il documento elenca tutti i punti deboli del modo in cui attualmente calcoliamo le diseguaglianze, le quali spesso sembrano ridursi perché non abbiamo alcuna misura adeguata della vera ricchezza dei super-ricchi. Sono disponibili i dati delle dichiarazioni dei redditi, ma se ci sono davvero miliardi nascosti nei paradisi fiscali sparsi per il mondo, come calcoliamo le entrate effettive dei più ricchi del mondo?

Anche solo in base agli indici che utilizziamo attualmente, la diseguaglianza nel mondo sta salendo alle stelle. Se però quell’1% di più ricchi degli Stati Uniti non possiede soltanto il 35,6% della ricchezza, ma una porzione molto più abbondante nascosta da qualche parte, che significa per noi tutto ciò? Non dobbiamo dimenticare, come chiarisce il rapporto, che «la disuguaglianza rappresenta una scelta politica», che in quanto società operiamo le nostre scelte in base al livello di disuguaglianza che riteniamo tollerabile o giusto. Se questa è molto più grande di quanto pensiamo, come tutto ciò altera le nostre priorità? Molti americani sono disinformati sul nostro livello di disuguaglianza, ma il rapporto conferma che anche i presunti esperti stanno sottovalutando ampiamente il problema.

5. I paesi non sono indebitati
Il rapporto di Henry esamina separatamente un sotto-gruppo di 139 paesi, la maggior parte dei quali a reddito basso o medio, e rileva che alla fine del 2010 questi 139 paesi, tutti assieme, avevano un debito di oltre 4 mila miliardi. Ma se si tenesse conto di tutto il denaro detenuto offshore, questi paesi avrebbero un debito negativo di 10 mila miliardi o, come scrive Henry, «una volta considerati questi patrimoni offshore e i guadagni che essi producono, molti paesi definiti come debitori si rivelano essere in realtà ricchi. Ma il problema è che la loro ricchezza è offshore, nelle mani delle loro élite e dei loro banchieri privati». Henry nota inoltre che - ormai da oltre una decina di anni - i paesi in via di sviluppo nel loro insieme si sono rivelati essere creditori di quelli sviluppati invece che debitori. «Ciò significa che siamo in presenza di un problema di giustizia fiscale, non semplicemente di debito».Ma questi debiti ricadono sulle spalle dei lavoratori di quei paesi, di coloro che non possono avvantaggiarsi di sofisticati scudi fiscali. E ciò non rappresenta certamente un problema solo per i paesi in via di sviluppo. Oggi - rileva Henry - il mondo sviluppato ha la sua crisi debitoria. L’economista francese Thomas Piketty nota che «la ricchezza detenuta nei paradisi fiscali è probabilmente sufficiente a trasformare l’Europa in un grosso creditore netto nei confronti del resto del mondo».
 
6. Quanto ci stiamo rimettendo?
Henry stima che se questi 21 mila miliardi non dichiarati fruttassero un rendimento del 3% e questa rendita fosse tassata del 30%, soltanto ciò genererebbe introiti fiscali pari a circa 190 miliardi di dollari. Se invece l’ammontare di denaro nei paradisi fiscali fosse più vicino alla valutazione più elevata, quella di 32 mila miliardi, ciò potrebbe generare introiti fiscali per 280 miliardi, circa il doppio di quanto i paesi dell’Oecd (Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, ndt) spendono per il sostegno allo sviluppo. In altre parole, un mucchio di soldi. E la tassazione al 3% è quella più bassa che si potrebbe imporre. E parliamo solo delle tasse sul reddito.Quelle sui capitali azionari, sulle eredità e altre potrebbero fruttare ancora di più.

È per questo motivo che, in conclusione, Henry sostiene che possiamo prendere questo rapporto come una buona notizia: «Il mondo ha appena scovato un enorme ammontare di ricchezza finanziaria che può essere invitata a contribuire alla soluzione dei più urgenti tra i nostri problemi globali». «Abbiamo l’opportunità di pensare non soltanto a come prevenire alcuni degli abusi che hanno creato questa situazione, ma anche a come utilizzare al meglio i guadagni non tassati che ha generato».

190 MILIARDI DI DOLLARI
A tanto ammonterebbero gli introiti fiscali se questi soldi non dichiarati avessero dei rendimenti del 3% e fossero tassati del 30%. Se l’ammontare di danaro fosse invece vicino alla stima più elevata, 32 mila miliardi invece che 21 mila, gli introiti salirebbero a ben 280 miliardi. Senza contare le tasse sui capitali azionari, sulle eredità e su altro. Un «tesoro» che darebbe un colpo decisivo alla crisi dei debiti sovrani.

4.000 MILIARDI DI DOLLARI
A tanto ammonta complessivamente il debito di 139 Paesi, in gran parte gravante sulle spalle dei lavoratori che non hanno mezzi per proteggersi. Ma se si tenesse conto di tutto il denaro offshore e dei guadagni che esso produce, molti paesi in realtà sarebbero ricchi. Il problema, dunque, è di giustizia fiscale, non di debito, perché la ricchezza è nelle mani delle élite di quei Paesi e dei loro banchieri privati.
 
Sarah Jaffe
Tratto da AlterNet
Traduzione di Michelangelo Cocco

Www.ilmanifesto.it 15/08/2012

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