28 luglio 2012

Dichiarazioni ipocrite sul provvedimento della Magistratura. Ipocrite perché sorvolano vergognosamente e con disinvoltura sugli anni di menefreghismo politico di fronte alle denunce circostanziate sui danni alla salute dei cittadini di Taranto, e degli stessi operai. Quindi la causa di migliaia di posti lavoro in pericolo va cercata in chi avrebbe dovuto intervenire, politica e sindacato, e non l’ha mai fatto se non a parole. Il dramma occupazionale dei lavoratori dell'Ilva di Taranto coglie in pieno questa contraddizione su questa fabbrica dei veleni. E’ il vile ricatto tra lavoro velenoso e condizione sociale ma sulla sicurezza non si può e non si deve derogare. La difesa del lavoro deve andare di pari passo con la difesa della salute, assunto elementare sul quale lo stesso sindacato rivendica in tutte le imprese con denunce e esposti atti a far rispettare leggi comunque lacunose nella difesa del diritto alla salute ed alla sicurezza. Dovrebbe essere la politica, con atti legislativi, e il sindacato con la lotta, prima ancora della Magistratura a sentenziare che un'industria non può avvelenare la vita di chi lavora e dei cittadini che hanno la sfortuna di vivere vicino a quella fabbrica insalubre. Dietro questa situazione di disperazione operaia c’è anche la vittoria di un modello che si è rivelato totalmente fallimentare. L’alfiere delle fiere forzate, degli stabilimenti in eccesso, delle giornate di cassa integrazione distribuite come bombe a grappolo è di certo l’amministratore delegato della Fiat, appoggiato dalla sudditanza dei partiti che occupano il Parlamento e dal sindacato confederale. Loro sono i responsabili della fine della civiltà del lavoro

Da Pomigliano a Taranto, delitto d'estate
A Taranto si è in fondo in questi giorni confermata la nemesi delle nefandezze connesse al modello di sviluppo. La parola d’ordine semplificata è semplice, o si crepa di cancro, grazie alle esalazioni prodotte dal polo siderurgico, o si crepa di disoccupazione se questo, come da decisioni giudiziarie, verrà chiuso. In mezzo loro, i lavoratori, le loro famiglie il cui destino è sospeso e carico di rabbia che non trova pace, loro che bloccano e occupano la città e che pretendono una soluzione che sembra incompatibile con le decisioni dei padroni. Tutto è sospeso fino al 15 settembre quando il tribunale si pronuncerà sulla richiesta di riapertura della fabbrica ma l’operazione che ha portato anche all’arresto di coloro che dovevano garantire anche la sua bonifica non promette bene.
Da Taranto arriva rabbia e disperazione a malapena fermata dall’intervento provvido di uno dei pochi uomini del sindacato ancora dotati di una certa credibilità come Maurizio Landini. Prevale il senso d’impotenza e del perso per perso, la lotta condotta giorno dopo giorno, forse senza prospettive, di pura anche se necessaria resistenza. La vicenda di Taranto è solo quella oggi alle cronache, il paese intero sembra devastato dalla metastasi del blocco del circuito produttivo, non si vende e non si consuma e allora perché produrre? Il viaggio che segue, a macchia di leopardo e senza nessuna pretesa di essere esauriente, è attorno a zone produttive, a singoli comparti, a vertenze particolari, lavoratori e lavoratrici che passeranno l’agosto in fabbrica o in piazza e che forse apriranno con largo anticipo l’autunno caldo. Ma dietro una situazione del genere c’è anche la vittoria di un modello che si è rivelato totalmente fallimentare. L’alfiere delle fiere forzate, degli stabilimenti in eccesso, delle giornate di cassa integrazione distribuite come bombe a grappolo è di certo l’amministratore delegato della Fiat, il dott. Marchionne. Facile prendersela con la politica dei prezzi della concorrenza tedesca quando si è puntato tutto sulla distruzione dei contratti nazionali, sui salari bassi, su modelli che non valgono la cifra a cui vengono venduti. «Gli ultimi giorni di produzione della “Musa” sono stati drammatici –racconta con rabbia Pasquale Lojacono, ex rappresentante Rsu della Fiom, ormai cacciata dagli stabilimenti – Ci rendevamo conto che tutto stava precipitando e che la Fiat non voleva fare investimenti ad agosto ma un colpo del genere è veramente di quelli che fanno male». Si perché da alcuni giorni i prodotti fallimentari elaborati dai geni della direzione non verranno più fabbricati, risultato per 2600 lavoratori non ci saranno più collocazioni mentre altri 2300 potranno lavorare al massimo 2 giorni a settimana.

Anche a Mirafiori si sta consumando l’ennesimo sterminio, alla faccia di trovate pubblicitarie come “Fabbrica Italia”, i lavoratori, anche quelli in attività, raccontano di aver perso con i diversi periodici cassa integrazione, almeno 18 mila euro ciascuno di salario. Chi aveva risparmi li ha bruciati, molti hanno dovuto attingere anche al fondo pension e al tfr.«Io ormai come sindacalista sono stato cacciato via- racconta ancora Pasquale – Ma alcuni giorni fa sono andato in direzione per accompagnare un lavoratore a cui avevano fatto una contestazione. L’impressione che ho avuto, parlano con i dirigenti, è che neanche loro credono più in un futuro. Il problema è che molti lavoratori ora non ce la fanno più a resistere, in parecchi si sono indebitati per andare avanti.

A Torino, come in qualsiasi altra città non campa una famiglia con 800 euro». La Fiom fa notare anche come il tanto decantato accordo che ha spaccato tutto, si sia rivelato totalmente inadeguato Nasconde il fatto che si vogliono produrre meno vetture con meno lavoratori e basta. Pasquale, come gran parte degli altri ,ha lavorato 12 giorni in 7 mesi, per il resto solo cassa integrazione. Questo impianto è uno di quelli che sta per morire nell’indifferenza generale, secondo Pasquale e la Fiom la sola soluzione per mantenere il livello occupazionale è quella della riduzione dell’orario di lavoro, ma da quell’orecchio l’ad della Fiat non ci vuole sentire, per mantenere un rapporto con i lavoratori si sono organizzate assemblee degli iscritti fuori dal luogo di lavoro, incontri con i simpatizzanti, ma a Torino è anche difficile, quello che resta della Fiat è sparso per un vasto territorio, anche raggiungere i lavoratori non è facile.
La situazione della Fiat e della produzione di veicoli è secondo Emanuele De Nicola, di Melfi, entrata in una fase che potrebbe essere di non ritorno.«Come annunciato ci hanno messo in cassa e riprenderemo a lavorare (forse) il 29 agosto. Ma qui non si illude nessuno, è troppo tempo che lavoriamo 8 giorni al mese se va bene, il salario diminuisce me non ci sono produzioni da fare. Si avvicina la fine se non ci sarà un intervento diretto del governo. Personalmente ho seri dubbi che la Fiat voglia realmente restare in Italia».

Anche i lavoratori di Melfi non passeranno ferie tranquille, si sta ancora aspettando la sentenza definitiva che riguarda lo scontro fra Fiom e Fiat, si aspetta dal 10 luglio ma ancora c’è il silenzio. Non si tratterebbe di una vittoria simbolica, si ridefiniscono anche con questa sentenza, le relazioni industriali in Italia. «Noi – continua Emanuele – auspichiamo una ripresa per fare chiarezza rispetto alle intenzioni reali della Fiat, dobbiamo capire se vogliono o meno riconvertire le produzioni. I dirigenti Fiom come Emanuele hanno una linea ben definita, sono convintiche soltanto investendo in ricerca e innovazione per creare un nuovo modello di auto a basso impatto ambientale e realmente ecocompatibile si possa uscire dalla crisi. Oggi si producono più automobili di quante se ne vendono, quindi andrebbe cambiata radicalmente la strategia industriale:«Dobbiamo partire dall’idea di città intelligenti – dice Emanuele – in cui si rimette in discussione il concetto stesso di mobilità, il servizio pubblico, capire come uscire prima che inizi la scarsità, dalla dipendenza dal petrolio, ragionare insomma. Cose che la Fiat sembra non voler fare. E il governo nazionale sembra subalterno alle decisioni di Marchionne, oppure si da credito a buffonate come la messa in affitto di stabilimenti industriali. Occorre altro, non basta la Punto Evo che produciamo noi, anche a metano che non si vende, bisogna sperimentare i motori ad idrogeno, investire sul fotovoltaico, e se la Fiat non è in grado di farlo che se ne vada senza pretendere nulla. A me sembra che il governo francese si sia creato meno problemi per affrontare la crisi della Peugiot . E chi pensava che la Fiom fosse la responsabile della chiusura degli stabilimenti ora ci deve ripensare.

La Fiat, e più in generale la produzione siderurgica, sono l’aspetto più visibile di un Paese in cui ad essere al crollo è l’economia reale che ne dica il presidente del consiglio. Le realtà produttive che sono rimaste hanno scelto di scaricare tutte le difficoltà sui lavoratori con orrende devastazioni contrattuali, l’uso massiccio della cassa integrazione (straordinaria o in deroga), cercando di espellere il conflitto dalla fabbrica e dimostrando assoluta assenza di volontà nella riprogrammazione della propria strategia di mercato. Migliaia e migliaia di lavoratori, le loro famiglie, che vivono questo scorcio d’estate in maniera drammatica, senza soldi e senza la voglia nemmeno di pensare alle meritate ferie. E poi ci sono gli altri, quelli che attengono ad altri comparti, il mondo frammentato e disperso dei lavoratori precari, delle piccole aziende, dei servizi in cui l’occupazione o diminuisce o è cattiva occupazione. Le cifre sono spaventose 3.152.763 sono quelli registrati come lavoratori precari 24.133.764 quelli a tempo indeterminato 2.402.482 gli ufficialmente disoccupati. Nel primo quadrimestre del 2012 sono state utilizzate dalle aziende 322 milioni di ore di cassa integrazione per una media di 470.000 lavoratori in cassa a tempo pieno. In media sono stati persi per ogni lavoratore 2.600 euro in busta paga per un totale di 1,2 miliardi di euro. Lo sottolinea la Cgil sulla base dei dati Inps sulla cig nel 2012. Dopo il dato record del 2011, anche nell’anno in corso le ore di cassa integrazione utilizzate dalle aziende si aggireranno intorno al miliardo.

Anche per questo 2012, quindi, il quarto anno consecutivo di crisi, “la cassa integrazione si avvia ad attestarsi attorno al miliardo di ore autorizzate”, osserva il segretario confederale, responsabile Industria, Elena Lattuada – si continuano a registrare dati negativi che indicano uno stato di profondissima crisi e di inesorabile declino del settore industriale. Senza ripresa – avverte – questi dati peggioreranno tirandosi dietro disoccupazione e desertificazione industriale. Bisogna dare risposte al profondo malessere sociale rimettendo al centro il lavoro”.
Ad aprile – sottolinea la Cgil nella sua elaborazione dei dati Inps diffusi nei giorni scorsi – sono stati chiesti 86 milioni di ore (-13,6% su marzo). Nel primo quadrimestre sono state autorizzate 322,8 milioni di ore in linea con lo stesso periodo del 2011. “Le ore di cig – afferma la Cgil – azzerano dall’inizio dell’anno 470.000 posizioni di lavoro ma coinvolgono mediamente 940 mila persone con un’incidenza di cig per occupato nell’industria pari a 46 ore per dipendente”.
Nei primi quattro mesi del 2012 il totale delle ore di cig ordinaria è stato di 101 milioni di ore (+26,54% tendenziale) . La richiesta di ore per la cassa integrazione straordinaria nel periodo gennaio-aprile (110,9 milioni) segna un calo del 18,6% sullo stesso periodo dell’anno scorso.
Infine la cassa integrazione in deroga (cigd) con 110,9 milioni di ore autorizzate (+3,79%) risulta lo strumento più usato. I settori che presentano un maggiore volume di ricorso alla cigs in questi quattro mesi sono quello del commercio con (39,9 milioni e +31,16%) e il settore meccanico (21,9 milioni ma con un -31,88%). Le regioni maggiormente esposte con la cassa in deroga da inizio anno sono la Lombardia con 20,5 milioni di ore (+19,70%), l’Emilia Romagna con 12,5 milioni (+15,19%) e il Lazio con 11,7 milioni di ore (+154,18%).
“Considerando un ricorso medio alla cig, pari cioè al 50% del tempo lavorabile globale (9 settimane) – afferma la Cgil – sono coinvolti da inizio anno 938.525 lavoratori in cigo, cigs e in cigd. Se invece si considerano i lavoratori equivalenti a zero ore, pari a 17 settimane lavorative, si ha un’assenza completa dall’attività produttiva per 469.262 lavoratori, di cui 160 mila in cigs e altri 160 mila in cigd. Continua così a calare il reddito per migliaia di cassintegrati: dai calcoli dell’Osservatorio cig, si rileva come i lavoratori parzialmente tutelati dalla cig abbiano perso nel loro reddito 1,2 miliardi di euro, pari a 2.600 euro per ogni singolo lavoratore”.

Cifre di questo tipo fanno pensare che il numero di coloro che quest’anno stanno già riducendo in maniera tremenda il proprio tenore di vita e che difficilmente potranno permettersi una vacanza estiva, è destinato a crescere in maniera esponenziale.
Come se non bastasse bisogna considerare che fra chi ha un contratto a tempo indeterminato, cresce in maniera esponenziale il numero di colo che si ritrova in cassa integrazione sapendo che la mobilità, ovvero il licenziamento, restano dietro l’angolo, mondi diversi fra di loro che spesso non hanno neanche modo di incontrarsi e di dialogare, di fare massa comune, in cui si cercano le soluzioni per sbarcare il lunario. Parlare di “ferie” e di vacanze a chi vive in una simile condizione spesso suona come un insulto, come il voler rammentare che le condizioni di vita, di un anno due anni addietro, oggi non hanno modo di esistere. Stefano Materia, segretario Fiom Cgil di Catania, ci racconta sconsolato di come stia morendo l’attività produttiva nella sua provincia. «In questi giorni abbiamo saputo che per i 39 lavoratori della Nokia, che producono software – dice ,con tono irato – non ci sono prospettive se non qualche ricollocazione individuale. Lo stesso per gli altri che costituivano l’indotto. Catania e Siracusa sono il cuore produttivo della Sicilia ma da noi ormai siamo con la Cig al 70%, resiste Siracusa ma è come se si tenesse su una gamba sola. La produzione nostra finisce in Portogallo, noi resistiamo, lunedì e martedì saremo in sciopero e manifesteremo». Si c’è chi l’estate la vive anche come momento di lotta e di difesa del posto di lavoro, combattendo contro un sistema che li vuole schiacciati.

Ma c’è chi lotta, resiste e in qualche maniera riesce a non lasciarsi, per ora schiacciare. Tutti al mondo conoscono gli “studios” di Cinecittà, luogo storico per la produzione culturale in Italia e nel mondo. Luigi Abete è un imprenditore che intende acquistare l’area ( in cui per altro sorge anche un parco) per creare altra speculazione edilizia, ovviamente dichiarando di voler invece mettere in atto un rilancio. Messi in discussione i posti di lavoro dei circa 250 che degli studios sono l’anima e anche la storia, ma anche le migliaia di posti che ruotano attorno all’industria cinematografica. Sono intervenute le Rsu interne, si è tentato di rompere il silenzio che il potente Abete ha tentato di imporre sulla vertenza e si sono attuati presidi,ci si è relazionati alla città anche con momenti spettacolari come la finta nevicata di inizio luglio. Alla fine,grazie al prezioso lavoro di compagni come Citto Maselli, si è mosso il mondo della cultura, quella che si percepisce anche come opportunità di vita e di lavoro. Hanno preso parola persone come Ghini, Tognazzi, Tornatore. La vicenda è uscita dai confini nazionali e sono intervenuti Loach e Tritignant, lo stesso Le Figarò si è soffermato sulla vicenda. Abete non ha preso molto bene la determinazione dei lavoratori, continua a dichiarare di volersi liberare dei riottosi ma nel frattempo c’è chi comincia a chiedere le sue di dimissioni. A protestare contro lo smantellamento di un pezzo di industria privatizzata già 15 anni fa ora ci sono anche gli abitanti del quartiere che non vogliono vedere trasformato un parco importante per il territorio in cemento allo stato puro. Il comitato “Cinecittà bene comune” e forze politiche come il Prc sostengono la loro lotta.
Stefano Galieni
28/7/2012 www.controlacrisi.org/ombrerosse/

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