12 maggio 2012

Non c'è mai fine agli orrori di questi mistificatori: pensano a una nuova gabella su chi, in passato ha avuto, a loro parere, il "privilegio" di andare in pensione prima dei 50 anni


Lavoro e pensioni: le offensive dei fratelli Ichino

Già (duramente) segnati dai provvedimenti adottati dal Berlusconi IV, nonché dal I - e si spera ultimo - governo Monti, i lavoratori italiani sono destinatari di un nuovo pesante attacco che si articola su più fronti. Infatti, mentre procede l’iter parlamentare del ddl che segna il sostanziale superamento delle garanzie previste dall’art. 18 dello Statuto e Pietro Ichino propone un ulteriore (disdicevole) intervento, a carico dei pensionati, un altro “Professore” - Ichino “il giovane” - suggerisce all’Esecutivo, a Confindustria e, perché no, a Cisl e Uil, un’altra (allettate) offensiva.
In breve: il senatore Pd formula l’ipotesi di ricercare la copertura finanziaria necessaria all’estensione degli ammortizzatori sociali attraverso un “contributo di solidarietà”.
Naturalmente, in ossequio al ruolo di vera e propria “quinta colonna del liberismo”, all’interno di quello che resta del centrosinistra italiano, Pietro Ichino prevede che la nuova gabella debba pesare su coloro che, in passato, “hanno avuto il di andare in pensione prima dei 50 anni”!
Il contributo, nella misura dell’uno per cento, riguarderebbe la parte eccedente i mille euro mensili.
Quello che colpisce di più, però, della proposta di un parlamentare che, in linea di principio, dovrebbe far parte dei c.d. “progressisti”, non è tanto l’aver ignorato che avrebbe avuto più senso (politico e sociale) prevedere che a pagare il nuovo contributo fossero i percettori delle “pensioni d’oro” - tra cui, per motivi sin troppo noti, rientrano tutti gli ex e molti degli attuali parlamentari - e/o gli evasori, più o meno totali, pescati “con le mani nel sacco”.
Si resta esterrefatti di fronte all’estrema semplificazione cui ricorre uno tra i più quotati giuslavoristi del nostro Paese.
Infatti, anche in considerazione del profondo abisso nel quale stanno sprofondando milioni di lavoratori, pensionati e “esodati” italiani, è ampiamente noto che la galassia dei c.d. “pre - pensionati” è molto più vasta e articolata di quanto lasci  intendere l’oggettiva genericità di Ichino. In essa sono presenti sia (tanti) ex dipendenti pubblici - tra cui “docenti”, di ogni ordine e grado - sia lavoratori provenienti da settori privati.
Un elemento, però, sfugge al professore.
La stragrande maggioranza di questi ex lavoratori - di provenienze diverse dalle PP. AA. - è diventata tale per motivi, di norma, non riconducibili a scelte di carattere personale.
In molti casi - colpevolmente coinvolti nella (semplicistica) proposta Ichino - si tratta di  lavoratori che hanno “dovuto godere” delle agevolazioni di legge perché esposti, ad esempio, all’amianto, piuttosto che alle esalazioni di agenti tossici prodotti dalle lavorazioni cui erano addetti.
 Penso anche a quelle vere e proprie “ondate” di lavoratori che - soprattutto nel corso degli ultimi anni, con Confindustria nella veste di grande sponsor - sono state “invitate” a beneficiare dei c.d. , unica alternativa alla sostanziale ghettizzazione cui sono (ancora oggi) sottoposti tanti soggetti che hanno l’unica colpa di rappresentare un aggravio, in termini di costi, rispetto a un collaboratore a progetto o a partita Iva!
Caricare, quindi, di un ulteriore onere questi pensionati rappresenterebbe - per molti di loro - un fatto ignobile. Altro che “atto di giustizia tardiva”, come sostiene Pietro Ichino!

In questo contesto, l’impegno profuso da Ichino “il giovane”, nel tentativo di emulare il più noto fratello, merita di essere adeguatamente valutato.
Assunto che Andrea Ichino dichiara di avere a cuore la sorte dei lavoratori anziani disoccupati e in cerca di nuova occupazione, è interessante approfondire la sua proposta che - in estrema sintesi - prevede di abolire gli “scatti di anzianità”.
Prima, però, di entrare nel merito, è opportuno rilevare che anche i “professori”, talvolta, fanno pessimo uso delle esemplificazioni e finiscono per eccedere in superficialità.
E’ il caso del giovane Ichino che, nella premessa dell’articolo pubblicato dal Corriere della Sera (4 maggio 2012), definisce - tout court - “esodati” quei “cinquantenni che hanno perso il loro e non sanno come arrivare alla pensione”.
La situazione, invece, è molto più articolata e complessa.
Tra i c.d. , rientrano, infatti, soggetti ben diversi dai cinquantenni che hanno (semplicemente) perso il posto di lavoro “e non sanno come arrivare alla pensione” perché hanno difficoltà - a causa dell’esistenza degli scatti retributivi di anzianità (secondo Ichino) - nel ricercare una nuova occupazione. 
Che poi è l’incipit teorico - errato - sul quale il professore fonda l’ipotesi di superamento di automatismi definiti: “Insensati”.
In effetti, questi ex lavoratori - cui ci si riferisce con l’ultimo sgradevole neologismo -sono rappresentati, in particolare, da tre grandi categorie o “bacini”:
a) soggetti che godevano della c.d. “mobilità lunga” perché - secondo quanto previsto dalla previgente legislazione - prossimi alla pensione;
b) lavoratori dipendenti da aziende dove erano presenti “stati di crisi” risolti con accordi - individuali e collettivi, più o meno “incentivati” - in attesa della quiescenza;
c) lavoratori anziani - di norma volontari - adeguatamente “incentivati” dalle aziende a lasciare il posto di lavoro a favore di un trattamento pensionistico, più o meno ravvicinato nel tempo, ma, all’epoca degli accordi, già definito.
Tra l’altro, non è senza importanza evidenziare che il requisito della più alta età anagrafica e, quindi, della maggiore prossimità all’età pensionabile, ha sempre rappresentato il criterio “principe” adottato per l’individuazione dei lavoratori destinatari di un licenziamento collettivo con conseguente inserimento in lista di mobilità.
Una clamorosa approssimazione, quindi, cui si aggiungono qualche - a mio parere grave - contraddizione e alcune - non meno gravi - inesattezze.
Rientra tra le seconde, la perentoria affermazione secondo la quale una delle cause delle difficoltà che incontrano i cinquantenni in cerca di una nuova occupazione è rappresentata dall’eccessiva gravosità - per gli eventuali “nuovi datori di lavoro” - degli scatti retributivi di anzianità già maturati.
Al riguardo, dovrebbe essere a tutti noto che solo a un lavoratore completamente folle - in cerca di un’altra occupazione - potrebbe venire in mente di rivendicare, presso un nuovo datore di lavoro, il riconoscimento dell’equivalente economico degli scatti    maturati nel corso della precedente esperienza lavorativa.
Di conseguenza, il paradosso - del quale parla Andrea Ichino - in virtù del quale: “Lavoratori che sono stati pagati troppo poco nell’arco della loro vita lavorativa richiedono condizioni retributive inaccettabili per un nuovo datore di lavoro”, non sta in piedi.
Si tratta, molto più semplicemente, di una sciocchezza “dal sen sfuggita” che conferma quanto le tematiche relative alle questioni del lavoro rappresentino, ormai, un’interessante esercitazione; nella quale sono in tanti (forse troppi) a cimentarsi.
Il giovane professore, tra l’altro, riduce a ingenua credenza anni di studi, analisi e sperimentazioni cui si sono dedicati ricercatori di tutti il mondo - in particolare studiosi nordamericani, nordeuropei e giapponesi - rispetto ai più efficaci e “produttivi” sistemi per fidelizzare i lavoratori alle aziende di appartenenza.
Primo tra tutti, il riconoscimento - attraverso gli scatti di anzianità - della “solidità” e della “durata” del rapporto di lavoro.
Un’evidente contraddizione esiste, poi, tra le due affermazioni che seguono.
Infatti, se è vero - come sostiene Andrea Ichino - che gli scatti retributivi di anzianità rappresentano aumenti determinati dal solo passare del tempo, “senza alcun collegamento alla produttività individuale”, diventa poi difficile condividere l’ulteriore certezza, secondo la quale: “Questi automatismi retributivi determinano uno spreco di risorse perché estromettono cinquantenni che molto avrebbero ancora da dare alle aziende”. 
Soprattutto quando - a torto, a mio avviso - subito dopo, si esprime il convincimento che: “I lavoratori cinquantenni, che (improvvisamente) si ritrovano nella condizione di essere alla ricerca di un altro impiego, possono offrire agli eventuali nuovi datori di lavoro una produttività inferiore alle proprie aspirazioni salariali”!
Reputo altrettanto semplicistica e approssimativa la riproposizione di quella che può   essere considerata una sorta di “leggenda metropolitana”, cui ricorrono, di norma, coloro che sono a corto di argomenti.
E’ l’ennesimo circa “l’atavica scarsa propensione degli italiani alla mobilità geografica e occupazionale”.
In effetti, se c’è una mitologia (ormai) ampiamente sfatata, si tratta proprio di quella relativa alla scarsa disponibilità alla mobilità geografica. Che cosa avevano di “atavico” i milioni di lavoratori italiani “migranti” e le centinaia di migliaia di famiglie che - nel corso degli anni - hanno abbandonato (soprattutto) il Mezzogiorno a favore del Centro-nord?
Erano tutti baldi ventenni dediti all’avventura o, piuttosto, soggetti disponibili a spostarsi ovunque alla ricerca spasmodica di un posto di lavoro?
Parlare quindi di “atavica scarsa propensione” - anche se riferita ai cinquantenni - rappresenta, a mio avviso, un’inutile forzatura, oltre che un vero e proprio falso storico.
Per concludere, appare poco comprensibile e assolutamente non condivisibile - se non dal versante degli interessi delle aziende, che godrebbero di un’ ulteriore (sensibile) riduzione del costo del lavoro - l’ipotesi del superamento degli scatti di anzianità per quegli stessi lavoratori (italiani) che già si collocano, in ambito europeo, tra quelli con i redditi da lavoro dipendente più bassi.

Renato Fioretti
collaboratore redazione di Lavoro e Salute

Già pubblicato, in data 11 maggio, dal sito web “Micromega”

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