5 maggio 2012

Meno welfare uguale meno lavoratori pubblici. I «motivi disciplinari» saranno la chiave per fare licenziamenti individuali. Poi tanta mobilità, precarietà e tenure-track

Addio art. 18 per gli statali
Tra sindacati, governo e autonomie locali è stata raggiunta la notte scorsa un’intesa per applicare al pubblico impiego i princìpi della «riforma del mercato del lavoro» che sono in discussione in Parlamento e contro cui la Cgil ha proclamato 16 ore di sciopero (comprese otto di mobiltazione generale).
Anche la Cgil, a quel che risulta dalle dichiarazioni contemporanee del ministero della Funzione pubblica e della Cisl (gli unici a prender parola, oltre al sindacato di base Usb, contrario all’intesa) avrebbe dato parere favorevole all’accordo. Aprendo di fatto un problema di credibilità per la mobilitazione tuttora in piedi contro la «riforma»: come si fa a chiamare la gente allo sciopero per impedire una riforma e contemporaneamente firmare accordi che ne accolgono «lo spirito» e le norme?
Il punto di partenza è stata la spending review, quell’analisi certosina delle singole voci di spesa pubblica che il governo ha affidato a Enrico Bondi. Il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, l’ha sfruttata presentandola come «occasione per superare l’approccio finanziario e ragionieristico della spesa pubblica ed avviare un processo di modernizzazione dell’amministrazione pubblica attraverso un’attività di profonda razionalizzazione». Insomma, visto che si dovrà tagliare comunque, vediamo di farlo in modo «concertato», in modo da evitare conflitti.
Su questo ha trovato i sindacati confederali disponibili, dopo le mazzate ricevute in sede di trattativa «politica» con Monti e Fornero, proprio sul «mercato del lavoro». Anche per loro è stata l’«occasione» di rigiocare un ruolo politico, anche se su un terreno di merito ormai completamente disegnato dalla controparte. In tutto il testo (sette pagine) non si fa praticamente menzione del rinnovo dei contratti nazionali di categoria (bloccati ormai da diversi anni, con relativo congelamento degli stipendi), né nella stabilizzazione dei precari (alcune centinaia di migliaia, secondo diverse stime), nè – infine – dello sblocco del turnover (da 7-8 anni non si fanno più assunzioni, e le amministrazioni pubbliche di ogni livello fanno ricorso a giovani precari o a costosissime e clientelari «consulenze»).
Pacificamente accettato anche il principio della «mobilità» del personale considerato in eccesso in alcuni comparti. Qui il ruolo «cogestionale» del sindacato viene benedetto esplicitamente, coinvogendolo «in tutte le fasi» e nell’individuazione dei «percorsi di riqualificazione». Com’è noto, la mobilità per i «pubblici» dura due anni, con stipendio all’80%, dopo di che o ricollocati (anche in altre regioni) o fuori per sempre («la seconda che hai detto», capiscono i diretti interessati).
Nulla da eccepire anche per quanto riguarda il principio di «valutazione della performance», da cui dovrebbero discendere «meccanismi atti ad assicurare la retribuzione differenziata in relazione ai risultati conseguiti». E chiunque sappia come funziona un ufficio pubblico fa in effetti fatica a capire quali potranno mai essere questi «meccanismi», oltre la più banale ossequienza verso i «capi». I quali, guarda caso, si vedranno riconosciuto un «ruolo rafforzato», così come «funzioni e responsabilità». Cosa dovranno mai fare, rispetto al passato?
Semplice: ad esempio gestire i «licenziamenti per motivi disciplinari». Il testo prevede infatti il «rafforzamento dei doveri disciplinari dei dipendenti», anche se «prevedendo garanzie di stabilità in caso di licenziamento illegittimo», secondo lo stesso meccanismo immaginato per le imprese private e in corso di approvazione al Senato. Si sta parlando dell’articolo 18, come avrete capito. Sul quale non solo non si sta davvero combattendo uan battaglia, ma che si dà per praticamente morto e sepolto – come detto più volte dal ministro Elsa Fornero e da Mario Monti. Ma con il consenso a questo punto delle principali sigle sindacali.
Il Protocollo di intesa, in effetti, parte proprio dalla definizione di «un nuovo modello di relazioni sindacali» che punta alla «partecipazione consapevole dei lavoratori ai processi di razionalizzazione, innovazione e riorganizzazione». Per ottenere un’adesione non conflittuale viene garantito che «il provvedimento legislativo» riconoscerà al contratto nazionale il ruolo di «fonte deputata alla determinazione dell’assetto retributivo» e ai sindacati un ruolo «in tutte le fasi dei processi di mobilità collettiva».
Ma sono le «regole riguardanti il mercato del lavoro» il cuore di tenebra di questo accordo. Si prevedono interventi «al fine riordinare e razionalizzare le tipologie di lavoro flessibile», convergendo esplicitamente verso quelle applicate al lavoro privato e confermate senza modifiche anche nella «riforma» in atto. E poi c’è tutto il capitolo della «flessibilità in uscita», anche se viene riaffermato che il lavoro a tempo indeterminato resta la «forma ordinaria» di rapporto (e del resto la specificità del lavoro «per lo Stato» sembra richiedere tutto, meno la «saltuarietà»).
Ma ci sono le novità anche per quanto riguarda le assunzioni, fin qui disciplinate dai concorsi pubblici, e culminanti del «giuramento» di fedeltà alla Repubblica. Viene invece introdotta la tenure-track, una forma anglosassone di «apprendistato» che mette il lavoratore – in genere un ricercatore – per molti anni in condizioni durissime, in modo da essere «testato» sotto ogni punto di vista; al termine del percorso c’è un esame e non è affatto certo che venga superato. In quel caso si ricomincia da capo, altrove. Come questo «percorso» possa essere «conciliato» con l’art. 97 della Costituzione («Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge») è un mistero. Ma l’accordo afferma che «se po’ ffà». In fondo ricorre spesso la formula «riordinare la disciplina… fermo restando…». Doroteismo, si sarebbe detto in altri tempi.
 
Francesco Piccioni
5 maggio 2012

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