5 maggio 2012

Il cortocircuito tra lo Stato coercitivo e pezzi di società cui il cielo è caduto sulla testa, vede un convitato di pietra: l’assenza di conflitto sociale organizzato e di movimenti collettivi all’altezza della sfida

La stagione dei tagli
Alla fine ci siamo arrivati anche in Italia. Un uomo armato si è barricato negli uffici dell’agenzia incaricata di riscuotere le imposte, prende degli ostaggi, denuncia la propria condizione, arrivano i carabinieri con i passamontagna, ore di trattative e poi, fortunatamente, conclusione non drammatica della vicenda. Quanto accaduto giovedì in un paese del bergamasco – terra leghista per eccellenza, qualcosa significa – è indicativo del clima politico e sociale del paese. L’autore del gesto clamoroso all’Agenzia delle Entrate si chiama Luigi Martinelli, ha 54 anni, è un ex piccolo imprenditore che si era visto arrivare la cartella esattoriale con le imposte arretrate da pagare. Un caso limite? Niente affatto. Al suo posto potevano esserci benissimo qualche altro milione di persone in una condizione simile.
Il gesto in sé è emblematico di una condizione di disperazione individuale. La sola differenza è che stavolta, invece di suicidarsi - come sta accadendo troppo spesso - ha individuato a suo modo cause, responsabilità, obiettivi e una presunta soluzione “definitiva”.
Il problema è -come nei suicidi - la dimensione individuale del gesto, la rimozione del fatto che esiste un problema comune e collettivo, con tante altre persone in condizioni simili; che gli apparati dello Stato sono in grado di gestire tranquillamente sia la situazione d’emergenza (con l’arrivo dei corpi speciali addestrati per casi come questi), sia la lettura disperante del gesto individuale.
Cambiamo scenario, ma rimaniamo nella Padania profonda.
La Lega sta mobilitando alcune centinaia di suoi sindaci e amministratori contro il pagamento dell’Imu, la nuova tassa sulla casa che riprende l’Ici, la rivaluta del 60% e accorpa altri mini-tributi locali. Concretamente farà poco o niente, forse, ma intanto assume su di sé la rappresentanza degli interessi e delle doglianze di tutti coloro che si sentono perseguitati e umiliati dall’arroganza del governo e dall’inflessibilità dei suoi esattori.
E’ probabile che chi vorrà intimidire la Lega userà il sig. Martinelli come una clava segnalando i pericoli che derivano da certi inviti alla disobbedienza fiscale. Dal canto suo, la Lega potrebbe fare del sig. Martinelli l’uomo simbolo di una esasperazione reale che si respira nei distretti industriali, una volta fiore all’occhiello del “piccolo è bello”, che la crisi sta facendo a pezzi e che la ritrovata rigidità impositiva dello Stato sta privando anche della “leva” più immonda, l’evasione fiscale.
Questo cortocircuito tra lo Stato coercitivo e pezzi di società cui il cielo è caduto sulla testa, vede un convitato di pietra: l’assenza di conflitto sociale organizzato e di movimenti collettivi all’altezza della sfida. Una dimensione che diventa impossibile da sostenere se non entrano in campo soggettività organizzate capaci di raccogliere la disperazione individuale e trasformarla in azione collettiva in gardo di modificare le cose.
E’ francamente impressionante la latitanza politica delle forze della “sinistra ufficiale” nel nostro paese. Lasciano il campo completamente aperto alle soggettività organizzate di segno reazionario (Lega, fascisti, PdL), rinunciando del tutto alla pratica del conflitto e alla ricomposizione di un fronte politico e sociale.
Viene da chiedersi: cos’è che inchioda gli uomini e le donne della “sinistra” a questa inerzia di fronte alle contraddizioni macroscopiche che stanno investendo il nostro blocco sociale di riferimento?
1) La paura del populismo, in realtà lo sporcarsi le mani con le contraddizioni reali, così come vengono emergendo. Si preferisce ritirarsi sui territori consueti (da quello del sindacato tradizionale a quelli della indefinita “società civile”), a rimuginare eternamente sulle sconfitte subite senza mai trovare una via d’uscita e limitandosi ad essere testimoni – non soggetti attivi – del conflitto sociale così come si viene delineando in questa fase della crisi.
2) Il venir meno della condizione istituzionale. Da quando nel 2008 la sinistra è stata messa fuori dal parlamento, non c’è stata alcuna riflessione seria sul fatto che la “politica” potesse e dovesse agire in condizioni del tutto extraparlamentari. Si continua ad agire con la testa rivolta all’indietro e con la nostalgia di una condizione che per molto tempo potrebbe non essere riproducibile. Non solo. Ci si avviluppa in tatticismi estremi, in condizione di totale subalternità, con la speranza che un’alleanza spuria con il Pd possa essere risolutiva per un ritorno… al passato. Inutile ricordare quel che anche Monti e Bersani ripetono ogni giorno: non avverrà.
3) Una mentalità che ha rimosso il cambiamento politico e sociale come prospettiva. Il capitalismo appare così immutabile ed insostituibile. Nella migliore ipotesi ci si arrovella su ipotesi talmente “ragionevoli” da essere ritenute valide anche dall’avversario di classe, a volte, per affrontare la sua crisi. Non proprio “alternative”.
Che fare dunque? In primo luogo, unire le forze su alcuni punti nitidi del conflitto di classe: dal non pagamento del debito alla nazionalizzazione delle banche, dal sottrarsi ai diktat dell’Unione Europea all’indipendenza politica dai partiti che sostengono il governo Monti.
In secondo luogo non lasciare alle forze reazionarie l’egemonia sulla protesta sociale, impugnando - ad esempio – anche la lotta contro il pagamento dell’Imu, costringendo i sindaci e gli amministratori “benicomunisti” alla coerenza, sia sull’Imu che sulla privatizzazioni dei servizi pubblici locali; praticare la disobbedienza e la resistenza contro Equitalia e le banche, amplificando la contraddizione tra amministratori locali che godono comunque di un mandato popolare e un governo golpista che questo mandato lo ha ottenuto solo dalla Bce e dal Quirinale. E’ un percorso difficile, doloroso, lacerante? Vero, verissimo. Ma è anche vero che, senza un rovesciamento del tavolo e delle regole, il governo Monti, la Bce e le banche guideranno sempre la partita.
Non è più la stagione degli inciuci o del “consociativismo”, quella melassa che garantiva (quasi) a tutti un posto a tavola. È la stagione dei tagli. Per chi sta a sinistra ce n’è uno da farne, nemmeno troppo doloroso, rispetto alla storia recente.

Sergio Cararo
05/05/2012
www.controlacrisi.org

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