9 aprile 2012

Sono passati quattro mesi da quando tre ferrovieri si sono arrampicati a cinquanta metri di altezza per protestare contro il licenziamento di ottocento lavoratori. Da semplice difesa del posto di lavoro, questa lotta straordinaria è diventata il simbolo di una «resurrezione» possibile

Una torre faro indica la strada
Quante torri come questa dovrebbero esserci in Italia? Mille. Cinquemila. Invece in piedi ce n’è soltanto una. In fondo al binario 21 della stazione Centrale di Milano, un’oasi di resistenza ostinata e a tratti assurda, un osservatorio privilegiato sul nulla che non si agita la sotto. Sembra un accampamento rom: intorno c’è il vuoto. La convivenza forzata aiuta a resistere. A conoscersi meglio. Fa quasi invidia. Ma come fanno? Due solidi tendoni, il tavolo per la scala quaranta e meno male che oggi c’è il sole, una cucina da campo per fare gli onori di casa, un caffé, una grappa, anche due, e volantini e scritte dappertutto.

Alberto Sordi che se magna gli spaghetti alla faccia degli americani, fogli pasticciati in calabrese per tenere alto il morale della truppa, la tabella delle presenze – ogni tanto si presenta anche qualche vip, e se ne va con la coscienza a posto – e poi le fotografie dei familiari a casa, i figli, le mogli che fanno avanti e indietro. Non è facile. «Le famiglie premono e l’attesa è logorante, ma noi abbiamo un obiettivo e a casa l’hanno capito». E’ un microcosmo resistente pieno di vita incastrato tra le parallele dei binari che spariscono all’orizzonte dove c’è il paese reale che tace, indifferente. Ogni tre minuti rimanda indietro qualche convoglio. Le locomotive rallentano e fischiano prima di appoggiarsi in testa ai binari. Un incoraggiamento a tenere duro, l’unico. Pugni chiusi che si salutano dal finestrino. Va avanti così da quattro mesi, tutti i giorni, solo il ministro delle infrastrutture Corrado Passera non saluta. Ogni lunedì mattina rientra a Milano sul Frecciarossa, «affari suoi», e non guarda nemmeno fuori dal finestrino, nessuno l’ha mai visto ma tutti lo immaginano così. Muto e cieco, come tutta la classe politica italiana. E anche qualcosa di più.

I lavoratori delle ferrovie che protestano contro la soppressione dei treni notturni sono già entrati nel guinnes dei primati. Oggi fanno quattro mesi tondi tondi che sono appollaiati su quella torre faro e non è che la pasqua li agiti più di tanto. Sarà una colomba dopo il panettone, oppure un uovo, capirai che festa… Da protesta per il posto di lavoro (800 licenziati in tutta Italia) la loro è diventata una lotta politica: per il ripristino dei treni notte che collegavano il nord e il sud dell’Italia, e con un po’ di retorica diciamo pure per un bene comune. Che non è solo la mobilità o un posto di lavoro sui treni. E’ il diritto al lavoro per vivere, per non farsi umiliare. E’ il diritto a lottare e resistere. Incredibile che una protesta come questa non sia diventata contagiosa. Fino a pochi mesi fa salire su una torre a meno 5 sotto zero era considerato un «gesto estremo», oggi ci si dà fuoco e tutto tace, tranne le statistiche della disperazione.

Cambia qualcosa in cima e attorno alla torre? «Questi signori della politica che condannano le violenze delle manifestazioni sono moralmente responsabili dei suicidi che ci sono e che ci saranno», dice Oliviero Cassini, uno dei primi lavoratori a salire sulla torre. In fondo al binario 21 nessuno dà segni di disperazione, sono terribilmente ostinati a non mollare. Dicono che qualcosa si sta muovendo. «Ai piani alti diamo fastidio, ci sono state pressioni per farci abbandonare la lotta». I politici, i vertici di Trenitalia e anche una parte del sindacato, «la visibilità l’avete ottenuta… che cosa volete di più?». Come sempre accade, hanno anche cercato di dividerli attraverso un accordo territoriale regionale, con la promessa di assunzione per 152 persone, «ma a un anno di contratto a tempo determinato e con criteri di selezione che non sono altro che capolarato legalizzato».

La vita è dura lassù ma nessuno si piange addosso. L’unica cosa impossibile è sentirsi soli. Adesso è il turno di Stanislao e Rocco, poi si vedrà. Stanislao è salito più di due mesi fa. Stanno bene. Sono carichi. Oliviero Cassini si muove come un veterano. Sistema gli striscioni strapazzati dal vento col nastro isolante, In memoria di Placido Rizzotto è solo l’ultimo che hanno srotolato. Rimane lucido, ha già in testa le prossime scadenze di una vertenza che ormai non interessa più nessuno se non i diretti interessati. Eppure ci crede, e prima o poi qualcuno dovrà farci i conti perché nessuno qui ha intenzione di smobilitare. «Siamo temprati». Ricorda senza enfasi le sue settantasei giornate trascorse in pochi metri quadrati di vertigine. Solo quando parla della figlia di nove anni nella voce si intuisce un cedimento. Ma è un attimo. «La mattina leggevo i quotidiani, me li mandavano su con un cestino, cercavo gli articoli sulla nostra lotta, era importante uscire sui giornali… oddio certi giornalisti… Poi ascoltavo la radio e nel pomeriggio tentavamo un riposino, ma qui passa un treno al minuto, figurati che bel riposino». Libri letti? Alcuni, ma ne ricorda uno soprattutto. Si è portato sulla torre La questione morale di Enrico Berlinguer. Un mattone tanto per alleggerire l’attesa. «No, mi è servito per continuare a incazzarmi, ogni tanto fa bene anche quello». E adesso? Guardano avanti i ferrovieri della torre faro. Altro che pasqua. Ci sono due scadenze in vista. Corrado Passera ha in mano un dossier molto documentato, pare che «ci stia lavorando». Loro aspettano. Quindi? «Restiamo almeno fino a giugno, è il cambio dell’orario ferroviario e potrebbero esserci novità». Altrimenti l’orario cambierà di nuovo il prossimo dicembre. «E noi sicuramente staremo ancora qui».

Trecento metri più in là la stazione sembra il centro di un universo spensierato che gira attorno a due giornate di vacanza. Sarà il fischio di un treno, ma è qui che ci si sente più soli.


Luca Fazio
08/04/2012

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