12 marzo 2012

Una situazione ormai arrivata a un punto di non ritorno. Anche la pazienza palestinese ha un limite. E più di sessant’anni di pazienza ci sembrano veramente tanti. Troppi.

A Gaza un omicidio premeditato e una strage di Stato


Mentre scriviamo continuano i raid israeliani nella Striscia di Gaza, iniziati nella giornata del 9 marzo. Ma più che di raid, sarebbe opportuno parlare di una strage di stato, iniziata con un omicidio premeditato.

Vi racconteranno che il raid è scattato come rappresaglia contro il lancio di razzi Qassam verso Israele. Ma la dinamica dei fatti non è questa. Non è questo l’ordine cronologico degli avvenimenti. E ancora una volta la stampa occidentale, seguendo i diktat di Israele, si copre di vergogna, narrando una verità distorta, omettendo, occultando, tacendo, travisando. Questa volta, come mille altre volte. Propaganda. Propaganda per negare l’ennesima aggressione e le responsabilità di un omicidio premeditato e di una strage studiata a tavolino.

Il Jerusalem Post del 10 marzo in un articolo ci racconta di un’«ondata di razzi palestinesi» e ci dice che «i terroristi palestinesi hanno lanciato più di 90 razzi, fra Qassam e Grad a più lunga gittata. Almeno otto i feriti, venerdì sera, nella zona di Eshkol, compresi alcuni lavoranti stranieri. Danni a vetture, tralicci elettrici, finestre delle abitazioni». Ci dice anche che venerdì sera «le Forze di Difesa israeliane hanno colpito e ucciso Zuhair al Qaissi, comandante dell’ala terroristica dei Comitati di Resistenza Popolare» aggiungendo: «nel corso della notte di venerdì e della mattinata di sabato, le Forze di Difesa israeliane hanno individuato e colpito a più riprese cellule di terroristi impegnate nel lancio di razzi».

E allora proviamo a ricapitolare i fatti, solamente i fatti, nell’ordine cronologico in cui sono avvenuti. Nella giornata di venerdì 9 marzo, con un’esecuzione mirata, gli israeliani hanno ucciso Zuhair al Qaissi, comandante dei Comitati di Resistenza Popolare, una formazione alleata di Hamas. Al Qaissi si trovava a Tel al Hawa, a Gaza, ed era in auto con Ahmed Hananni, quando un cacciabombardiere israeliano ha sganciato un razzo che li ha centrati uccidendoli. Si può quindi parlare di un’esecuzione, di un omicidio mirato.

E da lì è iniziata una notte di inferno per Gaza, dove l’aviazione israeliana ha lanciato raid a ripetizione, in risposta al lancio di alcuni razzi, in vari punti del capoluogo, uccidendo, nella sola nottata, 12 palestinesi e ferendone 25. Raid che non si sono fermati. Nella giornata di sabato sono continuati gli attacchi, facendo altri morti e feriti, con un bilancio in continua evoluzione. Attacchi e bombardamenti che hanno colpito civili inermi: un ragazzo di vent’anni è morto per le ferite riportate dal bombardamento del quartiere al Tuffah, a Gaza Est, insieme ad altre persone che sono rimaste ferite. Due passanti sono rimasti uccisi e un terzo gravemente ferito per un bombardamento vicino al Consiglio legislativo. Due case sono state distrutte dal bombardamento a Beit Lahia, a nord di Gaza, che ha prodotto altri due morti e diversi feriti. All’alba altri due palestinesi sono morti, uno vicino al Consiglio legislativo, l’altro era in un’auto civile a Deir al Balah. A mezzogiorno di sabato nella parte est di Khan Yunis un aereo ha preso di mira una motocicletta. Ci sono stati, è ovvio, anche attacchi ad obiettivi militari: alla sede delle Brigate Al Qassam e contro una postazione delle Brigate Al Naser Saleh a Rafah.

Rosa Schiano, l’attivista italiana che da tempo vive a Gaza, posta continui aggiornamenti su Facebook. Questo è un suo post del pomeriggio di sabato: «Non è finita, gli attacchi continuano. Da poco tornata a casa, sono andata al funerale di una delle vittime in Jabalia. Ho abbracciato la moglie mentre piangeva a dirotto, l’ho stretta forte nello strazio, sono andata poi allo Shifa Hospital, il capo del reparto di emergenza ci ha detto che 14 morti e 20 feriti sono arrivati allo Shifa, 4 di loro sono gravemente feriti. Israele ha usato armi non convenzionali, molti morti sono arrivati senza testa. Non sanno di che armi si tratti. E’ arrivato poi in ospedale uno dei feriti da Shijaia, dove i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro i manifestanti dopo un funerale. Alcuni ragazzi si erano avvicinati al confine tirando pietre e i soldati hanno risposto sparando. Mentre ero per strada un’enorme esplosione, hanno colpito una zona dove si trova un campo militare, ho visto ambulanze sfrecciare, ho saputo di tre feriti. Per il momento questi sono gli aggiornamenti».

Questa è la cronaca dei fatti, nella giusta cronologia. Ad ora ci troviamo con il bilancio di alcuni feriti israeliani (quattro secondo alcune fonti, otto secondo fonti israeliane), e di 15 morti e 30 feriti palestinesi. Temiamo che purtroppo il bilancio possa aggravarsi.

Ora, il racconto cronologico dei fatti ci narra una versione molto diversa da quella raccontata dai media e ci pone di fronte a un’altra realtà, altre responsabilità, e la sproporzione tra le vittime dei bombardamenti è un altro elemento di chiarezza, di tragica chiarezza, in questo ennesimo attacco alla popolazione civile di Gaza.


Ci si può chiedere perché oggi si sia di nuovo scatenato l’inferno in questa piccola, martoriata, striscia di terra. A chi giova versare ancora sangue palestinese? Chi vuole spezzare la volontà di dialogo e il processo di unione dei palestinesi? Chi sistematicamente, impunemente, può calpestare il diritto internazionale? Chi ha interesse a schiacciare ogni passo verso un processo di pace? Ma quel che indigna oggi è anche l’occultamento, l’ennesimo occultamento della verità da parte della stampa occidentale, che si fa complice come sempre della criminale arroganza del governo israeliano.


E’ forte ormai il disagio da parte palestinese verso un’Europa debole che non prende alcuna posizione, che non riesce a far elevare una voce di dissenso nei confronti della politica del governo israeliano. Una situazione di stagnazione negoziale e di aggressione interna sui Territori Occupati e a Gaza.

Una situazione ormai arrivata a un punto di non ritorno. Anche la pazienza palestinese ha un limite. E più di sessant’anni di pazienza ci sembrano veramente tanti. Troppi.

Federica Pitoni
(Federica Pitoni fa parte della Mezzaluna Rossa Palestinese-Italia)

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