12 marzo 2012

LIBRI & CONFLITTI. Estratto da Sulla pelle viva. Nardò la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati AA. VV. DeriveAPPRODI

È accaduto a Nardò, quest’estate, con esattezza il 30 di luglio 2011: dopo una contrattazione fra un gruppo di lavoratori e un caporale, ben 400 lavoratori migranti, ospiti della Masseria Boncuri, hanno abbandonato i campi e, a seguito di un blocco stradale e la prima assemblea dei lavoranti, hanno messo in atto, per due settimane, il primo sciopero autorganizzato degli immigrati. Questa vicenda, i braccianti di Nardò e la loro battaglia sono il cuore vivo del testo edito da DeriveAPPRODI: Sulla Pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati (testi di Brigate di solidarietà attiva, Gianluca Nigro, Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto, Yvan Sagnet).
Estratto dal capitolo 1:
"Un piccolo sentimento di vittoria".
Note sullo sciopero di Nardò
Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto

4. «Se non si lotta non otteniamo niente»
La sera del 30 luglio, giorno di inizio dello sciopero, alla Masseria Boncuri si svolge la prima assemblea.

Yvan Sagnet, uno studente di ingegneria di origine camerunense, giunto a Nardo per sostenersi negli studi universitari, e tra i braccianti che, al mattino, avevano rifiutato di lavorare alle condizioni imposte dal caporale, dando inizio alla protesta. Con un vecchio megafono in mano egli apre l’assemblea con queste parole, cercando di gettare le basi del piu importante sciopero auto-organizzato dai braccianti stranieri in Italia: Con l’accordo di tutti non lavoriamo per 3,5 euro i pomodori grandi e 7 euro per i pomodori piccoli. Abbiamo deciso di fissare con l’accordo di tutti un prezzo unico per i pomodori piccoli e [uno per] quelli grandi: il prezzo dei pomodori grandi a 6 euro al cassone, per i piccoli pomodori 10 euro. Intanto domani nessuno va a lavorare. Domani ci alziamo tutti alle quattro e nessuno va a lavorare fino a che il prezzo del cassone non si e stabilizzato e fino a che il problema del contratto si e risolto. Domani alle quattro del mattino ci alziamo tutti per dire alla gente che vuole andare a lavorare che non si va a lavorare, per impedire che la gente vada a lavorare. Siete d’accordo?

L’atmosfera nel campo e tesa, le telecamere e le altre presenze esterne provocano una certa agitazione nei migranti, tanto in coloro che partecipano all’assemblea quanto in quelli che non aderiscono. Una tensione pronta a esplodere: i migranti che prendono la parola rivendicano con forza la rottura di una gerarchia lavorativa che li vede estremamente penalizzati. Il prezzo al cassone, cioe il sistema salariale, e la stipula di contratti di lavoro «veri», cioe il sistema contrattuale, sono gli elementi centrali della protesta che compattano inizialmente i migranti. Quasi immediatamente, a queste si aggiungono la questione dei capi neri – cosi i migranti chiamano i caporali africani –, cioe l’organizzazione del lavoro, e l’apertura di un ufficio di collocamento nel campo, vale a dire la gestione del mercato del lavoro. La lotta dei migranti quindi si impone fin dai primi giorni per un’articolazione complessa che abbraccia le condizioni generali del lavoro. Un elemento problematico resta, come vedremo, la rivendicazione dell’incremento del cottimo, un sistema di retribuzione illegale ma che, nelle mansioni in cui sono impegnati questi braccianti, e generalizzato: gli scioperanti, almeno inizialmente, non chiedono di ricevere una paga oraria, ma che il prezzo del cassone aumenti. Lo sciopero non tocca invece le questioni relative alle condizioni abitative, cioe la dimensione della riproduzione. Non che le lamentele rispetto alla situazione della tendopoli non vi siano, ma esse rimangono sovente sullo sfondo: la morte improvvisa, sembra per arresto cardiaco dopo una doccia gelata, di un migrante tunisino subito dopo l’inizio dello sciopero non produrra particolari rimostranze, mentre e alla chiusura del campo che la tensione salira poiche i migranti si troveranno costretti a reperire un’altra sistemazione. A pochi giorni dall’inizio dello sciopero, un incontro informale ci permette di iniziare a raccogliere del materiale importante su quanto sta accadendo. Al colloquio partecipano sette, otto persone di nazionalita diversa. I burkinabe sembrano quelli piu risoluti. Uno dei motivi della loro determinazione nell’aderire allo sciopero risiede, ci pare, nel fatto che essi trovano giornate di lavoro con piu difficolta rispetto a migranti di altre nazionalita. In un mercato del lavoro controllato dai caporali, infatti, i lavoratori piu «fortunati» sono coloro che hanno qualche rapporto (di parentela, di amicizia, di generica connazionalita) con uno o piu capi neri e quindi sono piu spesso da questi reclutati; a Nardo non vi sono contrariamente ad altre zone del Sud Italia, come nel Nord della Basilicata – caporali burkinabe, ma per lo piu tunisini, sudanesi e ghanesi. I burkinabe si trovano quindi in condizioni materiali peggiori rispetto a migranti di altre nazionalita e sviluppano un’avversione maggiore nei confronti dei caporali e della loro gestione del mercato del lavoro. Tra i partecipanti a questo incontro, alcuni sono da poco giunti in Italia dalla Libia, dove hanno sperimentato condizioni di lavoro anche peggiori, ma che hanno inteso in fretta la possibilita di reclamare un insieme di diritti stabiliti dalla legislazione italiana. La discussione si focalizza innanzitutto sul salario, sull’organizzazione del lavoro e quindi sui caporali e sui contratti di lavoro. Nella raccolta del pomodoro le condizioni di lavoro sono penose, si lavora fianco a fianco seguendo ognuno la sua fila. Quanti hanno gia lavorato in Africa in agricoltura notano la differenza nell’estrema velocita dell’esecuzione delle mansioni, mentre coloro con esperienze pregresse in agricoltura in altre aree italiane esprimono la sensazione che Nardo si collochi in una situazione lavorativa intermedia tra il ragusano e il napoletano da un lato, che sembrano le situazioni «migliori», e il foggiano, il nord barese e l’alta Lucania, dove le condizioni sarebbero ancora piu penalizzanti. Il sistema del caporalato, spiegano questi migranti, e diffuso piu in Puglia e in alcune aree della Campania, rispetto a Rosarno e alla Sicilia. «Ogni posto ha i suoi capi neri», afferma Yayi, beninese, riferendosi alle esperienze di Nardo, Foggia e Palazzo San Gervasio. Il congolese Laurent, come altri migranti presenti, ha esperienze nel settore industriale nell’Italia settentrionale, che ha lasciato a causa della crisi; le sue conoscenze sono preziose per l’articolazione dello sciopero e rimangono un punto di vista importante, quando sbotta: «Qui non e Africa, io non ho mai sentito questa cosa ‘non si puo fare il contratto a nessuno’… non si puo andare avanti cosi in Italia, io ho lavorato a Como, Milano, Lecco, mai visto questa cosa e qui l’ho vista». All’incontro di tanto in tanto si aggiungono altre persone; la discussione si sofferma quindi sullo sciopero, sul blocco delle strade intorno alla Masseria attuato da una trentina di migranti per evitare che i caporali raccolgano la loro forza lavoro. Jean-Claude, burkinabe, sottolinea l’importanza della lotta rispetto alle generazioni future, sebbene sia consapevole delle difficolta connesse alle «aziende che vogliono da tanti anni che questo sistema perduri, perche loro guadagnano». Nella Masseria serpeggia qualche malumore perche una parte dei migranti, ancora minoritaria, vorrebbe riprendere il lavoro. Gli scioperanti sono consapevoli anche del fatto che la loro azione sta scardinando gli equilibri locali. La presenza continua delle forze dell’ordine nel campo e nei dintorni, cosi come l’arrivo dei mezzi  di comunicazione di massa, sono segnali di come l’attenzione verso la loro lotta si stia diffondendo.

Come abbiamo visto, le precarie condizioni di vita alla Masseria sono oggetto di un interesse minore rispetto ai temi legati al lavoro. Diversamente da altre aree dell’Italia meridionale, i migranti coabitano in un’area delimitata:

se questo e fonte talvolta di tensioni, quest’anno ha invece messo i braccianti in una condizione di aggregazione e di forza: «ci troviamo, ci parliamo. E molto piu facile», racconta Alaeldin, sudanese. Se il sistema del caporalato trae linfa vitale dall’isolamento fisico, sociale e politico della manodopera, la Masseria Boncuri, gestita da volontari e militanti solidali con i migranti, rompe questa segregazione e permette di costruire un luogo di socializzazione, scambio e sostegno. Come in altre occasioni, il ghetto puo produrre anche relazioni sociali aggreganti. D’altra parte, Tarek, tunisino, riconosce come proprio l’unita tra lavoratori di differenti nazionalita sta contribuendo alla riuscita dello sciopero e traccia un filo diretto tra la rivoluzione tunisina e la lotta di cui e protagonista a Nardo. La sua visione non si ferma all’immediato, ma cerca di guardare lontano.

Spero che ce la faremo, dobbiamo continuare fino in fondo… Io voglio sapere magari quanto vale, qual e il prezzo del cassone. Almeno devi sapere quello che stai mangiando, stai fregando il mio sangue. O i nostri paesani, che sono i caporali, o magari voi che siete i proprietari di qualche zona… io sto facendo la manifestazione, magari per gli amici miei l’anno prossimo… e la prima volta [che faccio sciopero] perche ho trovato magari della gente brava, che mi da una mano per fare queste cose… Quelli che siamo noi, gli africani qua, non so… c’e qualcuno di tunisini, pero la siamo la maggior parte ghanesi, sudanesi c’e qualcuno… abbiamo parlato della Tunisia autonomamente che abbiamo mandato la fuori ogni dittatura [ride]… e quasi come abbiamo fatto uscire fuori [il dittatore] possiamo fare pure altre cose qua, e il nostro diritto. Uno degli effetti piu interessanti «prodotti» dallo sciopero e la rottura degli schemi «interetnici»: i portavoce sono stati scelti «per lingua», perche possono comunicare con parti importanti dei migranti nel campo, e non per gruppo nazionale. Non a caso Yvan, il leader, e un camerunense, una nazionalita sostanzialmente assente nel campo, ed e riconosciuto come portavoce non solo per le sue capacita personali, ma anche perche puo rappresentare meglio di altri le diverse componenti presenti

al campo e attive nella mobilitazione. La sera del 2 agosto una nuova assemblea auto-organizzata viene introdotta, in presenza di giornalisti e telecamere, da Yvan Sagnet, che cerca di spiegare le ragioni dello sciopero e la necessita di continuarlo. Resisteremo fino alla fine… e una lotta difficile, pero vi assicuro che vinceremo… Abbiamo il nostro potere, siamo una forza, dovete voi stessi capire che siamo una forza tutti uniti, non dobbiamo mollare. So che e difficile questo messaggio perche la maggior parte di voi siete venuti qua per lavorare. Lo sappiamo tutti che manifestare e difficile, pero tutto quello che c’e di bello in questo mondo si e ottenuto manifestando. So che sono belle parole, alcuni di voi se ne fregano niente, pero sono importanti. Quindi iniziamo tutti, tutti che subiscono le pressioni esterne, di questi… di queste mani… di continuare la resistenza… Vi lascio quest’ultimo appello: a tutti quelli che vi hanno chiesto domani di andare a lavorare, a qualunque prezzo, e di continuare a subire questo lavoro sporco e far parte di questo sistema sporco, di dire a loro che voi avete capito il loro sistema sporco. Che voi siete degli uomini. Che voi siete una forza. Che voi avete un’intelligenza. Che non e piu l’epoca della schiavitu. Che volete avere i vostri diritti. Che tutti voi volete avere un contratto vero, come tutti i lavoratori del mondo. Perche tutti quelli che lavorano non sono schiavi. Che volete avere uno stipendio della giusta misura, proporzionale al rendimento che voi fate sul lavoro. Che volete essere trattati come tutti i lavoratori, che voi non volete piu lavorare con uno stipendio cosi basso… Che questo sistema e finito da oggi, avete aperto gli occhi, e che siete coscienti di quello che fanno, che si arricchiscono dietro di voi, vi prendono come gli animali, quindi… dite loro che avete capito, tutto quello che succede. E che a partire da oggi noi vogliamo trattare direttamente con le aziende, questo e il messaggio che lasciamo ai rappresentanti della stampa, dei giornalisti che sono qua… Avere i contratti veri, che ci danno una busta paga e i contributi. A dire che quando arriveremo, quando saremo alla disoccupazione, di avere anche… di potere toccare, di avere i contributi… della disoccupazione, quindi insomma vogliamo essere trattati come i lavoratori normali…

Questo e il nostro scopo. Questa e la nostra lotta. E per quello che siamo riuniti stasera. Per non subire piu questo sistema falso, che abbiamo subito da tanti anni. Quindi domani non vogliamo vedere nessuno andare a lavorare, qualunque sia la mansione.

Mandiamo ancora il messaggio a queste persone: noi siamo decisi a resistere. Vi ringraziamo, grazie mille. [Applausi].

Dopo pochi minuti Yvan Sagnet chiede di nuovo la parola. E visibilmente emozionato, ma sente l’esigenza di condividere con i presenti, e soprattutto di denunciare davanti alle telecamere, le minacce rivoltegli da alcuni caporali: Delle persone mi hanno minacciato di morte, hanno detto che stasera la mia vita e in pericolo. Io non ho paura di loro, continuero a lottare, quindi quelli che vogliono uccidermi, io gli mando un messaggio, a tutte quelle persone, a tutte queste forze invisibili che sono nascoste dietro, che io ho Dio con me, ho la mia fede con me e la mia forza con me, io non scappero davanti a questa lotta che e giusta, quindi continuero anche domani, dopodomani fino a che questa situazione si stabilisce, a lottare, quindi questo era il messaggio che volevo lanciare a loro.

Sulla pelle viva.
Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, di Brigate di solidarietà attiva, Gianluca Nigro, Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto, Yvan Sagnet collana Samizdat
pagine 166 euro 12,00

Isabella Borghese
www.contyrolacrisi.org

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