6 marzo 2012

Il Parlamento sta per votare il pareggio di bilancio in Costituzione senza alcun dibattito. E la nostra Carta sposerà un’ideologia, Contraria alla nostra Costituzione!

La «regola d’oro» indiscussa
Tra pochi giorni il Parlamento, a stragrande maggioranza, approverà una modifica costituzionale che imporrà una rigidità di spesa non più solo in questa fase d’emergenza, ma “da qui all’eternità”. Ciò avverrà senza che si sia potuta svolgere alcuna preventiva discussione pubblica; eppure sono molti i “tecnici” che si sono dichiarati contrari all’introduzione del principio di pareggio del bilancio in Costituzione. L’introduzione di una Golden rule che limiti la capacità di spesa degli Stati è stata criticata da economisti di tutto il mondo (sei premi nobel in Usa, schiere di studiosi anche in Europa), temendo che si finirebbe, soprattutto in un momento di crisi come l’attuale, per ottenere un devastante effetto recessivo. Non ho la competenza per poter esprimere un giudizio sul piano propriamente economico, mi limito dunque ad osservare che inserire in Costituzione un principio di politica economica così incerto e per nulla condiviso appare un azzardo pericoloso.
Ma è dal punto di vista costituzionale che la decisione che sta per essere assunta dal Parlamento italiano appare ancor più grave. Essa sembra, infatti, voler mutare gli equilibri complessivi espressi dalla nostra legge fondamentale in materia economica, finendo per ledere il modello stesso di Costituzione democratica e pluralista.
In materia di rapporti economici, invero, il nostro testo costituzionale ha evitato di far propria sia la prospettiva dirigista sia la contrapposta visione liberista. La scelta del sistema di “economia mista” ha avuto una sua chiara e importante motivazione: il rifiuto di adottare una soluzione sbilanciata a favore di un’unica ideologia. Il compito della Costituzione è stato, invece, quello di indicare un punto d’incontro tra le diverse culture anche in campo economico. Così, garantita la libera iniziativa economica, si è indicata l’utilità sociale come suo limite; riconosciuta la proprietà privata si è stabilito che sia la legge a assicurarne la funzione sociale. Tutte le disposizioni in materia economica possono essere lette come la ricerca di un equilibrio. Anche l’articolo 81 sul bilancio, in fondo, confida sulla capacità del sistema politico di definire un autonomo indirizzo attraverso il confronto dialettico tra le forze parlamentari, senza la pretesa di imporre un’unica scuola di pensiero economico. Ciò spiega perché la Costituzione si limita ad assegnare al Parlamento il compito di controllare la spesa effettuata dal Governo (spetta dunque alle maggioranze che di volta in volta si succedono assumere la responsabilità delle politiche economiche perseguite), mentre la stabilità dei conti è assicurata dalla previsione (4 comma, art. 81) secondo la quale «ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte». Non si esclude dunque il rigore di bilancio, ma non si vuole neppure impedire la definizione di una politica economica impostata su un deficit spending.
Ora si vuole invece imporre una specifica visione dello sviluppo economico, quella neoliberista, facendo venir meno il carattere plurale del sistema costituzionale. Una costituzione “di compromesso” tra tutte le culture politiche e ideali di un Paese, qual è la nostra, si trasformerebbe (almeno per la parte relativa alle opzioni di politica economica) in una costituzione “ideologica” (come quella staliniana del ’36, sebbene a parti invertite). Tra gli studiosi si parla in tal caso di Costituzioni olistiche ovvero totali (in quanto espressione di un’unica visione del mondo).
Ciò che sorprende è che una scelta di tale natura sia assunta sotto la sola spinta dell’emergenza, senza alcuna riflessione di più lungo respiro, abbandonando ogni visione strategica, in base ad un presunto stato di necessità. È certamente anche espressione della forza ormai inarrestabile del neototalitarismo liberista, favorita dall’inconsapevole leggerezza delle diverse culture politiche.
Non è facile in questa situazione opporsi al mainstream, sebbene sia evidente la debolezza delle argomentazioni addotte per “imporre” l’introduzione del principio del pareggio di bilancio in Costituzione. Non discuto – per le ragioni inizialmente indicate – della fragilità che il principio esprime in sede di teoria economica, mi preoccupo dell’infondatezza delle motivazioni più strettamente giuridiche. Sotto questo profilo, ad esempio, non si può sopportare il ritornello ormai sempre ripetuto: «Lo prescrive l’Europa». Non si può scaricare sull’Europa una responsabilità che è esclusivamente delle forze politiche italiane e di chi in Parlamento, tra pochi giorni, voterà a favore della modifica costituzionale. In sede europea la discussione in verità è ben più accesa che in Italia, e sino ad ora non v’è nessuna norma che impone il pareggio di bilancio. Neppure il fiscal compact il quale prevede espressamente che le regole di stabilità finanziaria e di bilancio produrranno «effetti nel diritto nazionale delle parti contraenti al più tardi un anno dopo l’entrata in vigore del presente trattato tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale». Dunque, intanto, si tratterà di vedere se il Trattato fiscale entrerà in vigore. Il che non è affatto detto viste le già manifestate perplessità del più probabile prossimo presidente francese, François Hollande, e dell’incerto esito del previsto referendum irlandese. Per non parlare delle già intervenute defezioni inglesi e ceche. Inoltre, la via della modifica del testo costituzionale è indicata come «preferibile», non certo l’unica o quella necessaria. Nessun obbligo, dunque, in caso un eccesso di solerzia. Una sollecitudine tanto più sospetta se si considera come il governo “politico” – che ha preceduto l’attuale governo “tecnico” – e gran parte dell’allora opposizione, divisi su tutto, hanno però prontamente risposto alle sollecitazioni del patto “euro plus” del marzo 2011 (che detta più stringenti regole di bilancio, ma lascia liberi gli Stati di “scegliere lo specifico strumento giuridico nazionale”, e il richiamo alla modifica costituzionale ha solo carattere esemplificativo), ovvero alla lettera privata inviata il 5 agosto 2011 al Governo italiano scritta dal presidente della Bce Jean-Claude Trichet e dell’allora subentrante presidente Mario Draghi (che non poteva certo imporre nulla al nostro Parlamento, tanto più che il contenuto della missiva è rimasto segreto per lungo tempo). L’Europa, dunque, al più, ha rappresentato il pretesto, ma l’adesione è apparsa convinta e unanimemente condivisa.
Se poi si considerano gli effetti che si determineranno sia sul piano nazionale sia su quello comunitario a seguito della revisione del sistema di stabilità finanziaria, c’è da ritenere che la fine della politica sia ormai il principale obiettivo non solo della tecnocrazia imperante, ma anche delle forze politiche organizzate, fatalmente attratte da una pulsione suicida. È evidente infatti che il rispetto del pareggio di bilancio sottrarrà alle forze politiche che governeranno nei prossimi anni ogni libertà di determinare una propria politica economica. Il rilancio dell’economia, se mai avverrà, non potrà seguire che le ricette imposte dalla necessaria riduzione del debito. Una sola politica economica sarà possibile, quella dettata dai tecnici dell’equilibrio finanziario. Le maggioranze politiche potranno anche cambiare, in ogni caso nessuno potrà più porre in discussione il dogma neoliberista. Ma allora perché votare? A sinistra poi, perché mai?
Infine, se dovesse entrare in vigore il Trattato fiscale il cerchio si chiuderebbe. A quel punto perderemmo persino la possibilità di controllare i nostri conti, sarà infatti la Corte di giustizia dell’unione europea a verificare il rispetto delle regole di stabilità. Allora non avremmo più bisogno dello schermo di un governo tecnico per garantire l’unica politica economica costituzionalmente compatibile con la riforma che il Parlamento si sta accingendo ad approvare, basterà il giudice comunitario. Monti potrà terminare il suo mandato, e i politici tornare in gioco. Tanto la politica economica sarà morta.

Gaetano Azzariti
6 marzo 2012
www.ilmanifesto.it

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