25 febbraio 2012

Un’opposizione politica alla politiche dei tecnici, della Bce e del Fmi viene per ora soprattutto espressa dalla destra populista europea: un insieme di partiti già saldamente insediati nelle istituzioni politiche, che hanno un accesso privilegiato al dibattito pubblico e ai media. I governi europei non hanno memoria.

La tentazione del populismo in Europa

La crisi economica avviata con il collasso finanziario del 2008-2009 sta rapidamente cambiando gli scenari della democrazia in Europa. Per fronteggiare gli effetti della crisi si attribuiscono sempre più funzioni di governo ai “tecnici”, che inevitabilmente ridimensionano non solo il ruolo e la visibilità dei partiti, ma anche i poteri e i diritti politici dei cittadini. Governi guidati da tecnici sono al lavoro in Italia e in Grecia, sostenuti da coalizioni politiche trasversali. Ma ancora più importante è il ruolo della “troika” formata da Commissione europea, Bce e Fmi che svolge un ruolo da “supergoverno”, commissariando di fatto le politiche economiche e sociali dei paesi più in difficoltà dell’Eurozona. L’intervento del “tecnico” Mario Draghi ha poi esplicitato un progetto di trasformazione epocale del Vecchio continente, con l’archiviazione del “modello europeo” soprattutto per le protezioni sociali e i diritti del lavoro. Tutto questo avviene mentre, al di là dell’atlantico, il “politico” Obama è accusato di voler trasformare gli Stati Uniti imitando il modello europeo.
Da dove nasce il potere dei tecnici? Il loro punto di forza è quello di poter imporre anche politiche impopolari, perché non hanno la necessità di conquistare il consenso elettorale. Possono d’altra parte contare sulle debolezze e la poca credibilità dei partiti: per affrontare i problemi posti dalla crisi economica l’opinione pubblica sembra più disposta ad affidarsi a una élite di tecnici piuttosto che alle tradizionali élite politiche. Si sta anche affermando un “retorica dei tecnici”, ripetuta come un mantra da Monti, da Draghi e dalla Fornero: l’idea di agire nell’interesse delle future generazioni, soprattutto dei giovani che sperimentano sempre più la disoccupazione e il precariato. Una retorica che non solo è smentita da tutti gli economisti più seri, ma che ha scarsissima credibilità presso i giovani. In Italia il consenso per il governo dei tecnici è elevato soprattutto fra gli anziani e i pensionati, mentre è molto più limitato nelle giovani generazioni; è molto forte fra gli imprenditori e i liberi professionisti mentre si riduce drasticamente tra i disoccupati.
Come ci si può opporre al potere dei “tecnici” e al rigido paradigma neoliberista di cui diventano esecutori? Il dissenso si manifesta soprattutto nella “piazza”, come dimostrano le ripetute mobilitazioni che si sono registrare in Grecia, Spagna, Portogallo e (in misura per ora limitata) in Italia. Le mobilitazioni hanno però molte difficoltà ad incidere sui processi in corso perché prive di una rappresentanza politica. Emerge così un diffuso senso di impotenza dei cittadini, una percezione di espropriazione della sovranità popolare, che si lega spesso con la perdita delle sovranità nazionale. Una opposizione politica alla politiche dei tecnici, della Bce e del Fmi viene per ora soprattutto espressa dalla destra populista europea: un insieme di partiti già saldamente insediati nelle istituzioni politiche, che hanno un accesso privilegiato al dibattito pubblico e ai media. Queste formazioni hanno avuto successo negli ultimi venti anni soprattutto gestendo l’antipolitica e denunciando le minacce ai diritti e al benessere delle comunità nazionali attribuite agli immigrati. Oggi appare ancora più facile una gestione politica populista della proteste perché da una parte viene messa in discussione la sovranità popolare e dall’altra si ridimensionano i sistemi di welfare locali, chiedendo allo stesso “popolo” di pagare i costi per risanare i bilanci statali e fronteggiare i collassi delle banche.
La destra populista europea gestisce le tensioni sociali contrapponendosi non solo al ceto politico nazionale ma anche alle oligarchie economiche e finanziarie che dominano a livello internazionale. La polemica contro gli effetti della globalizzazione e della crisi economica è strettamente intrecciata a quella contro l’Unione Europea: si rifiuta ogni tipo di solidarietà per gli stati in difficoltà, e si sottolineano i vantaggi di un possibile abbandono dell’Euro. In alternativa alle pratiche della democrazia partecipativa, le formazioni populiste valorizzano una sorta di democrazia plebiscitaria, di fatto realizzata chiedendo un pronunciamento con il voto per i loro leader come interpreti dell’autentica volontà popolare.
I principali partiti di centrosinistra europei appaiono oggi in gravi difficoltà: non sono più in grado di gestire i problemi e le nuove domande prodotte dalla crisi perché dovrebbero rimettere in discussione il paradigma di “neoliberismo temperato” su cui si sono posizionati negli ultimi venti anni.
I partiti europei di centrodestra si muovono in modo molto diverso: di fronte alle scadenza elettorali cercano di recuperare alcune idee e soprattutto la retorica della destra populista. Viene in parte rimessa in discussione la divisione del lavoro che si era realizzata di fatto in diversi paesi europei: i partiti di centrodestra gestivano le politiche neoliberiste mentre i partiti populisti davano espressione alle insicurezze e alle domande di protezione dei ceti popolari. In Francia Sarkozy cerca di presentarsi come “presidente del popolo” prendendo le distanze dalle élite economiche che erano state favorite dalla sua politica fiscale. Chiede un affidamento plebiscitario alla sua persona per salvare la nazione dalla “catastrofe” e al tempo stesso manda precisi segnali all’elettorato del Front National con la promessa di frenare l’immigrazione, di escludere i matrimoni omosessuali e di riformare la politica riducendo il numero dei parlamentari.
In Germania, per riconquistare popolarità, la Merkel cerca di presentarsi come la paladina del “popolo tedesco” riducendo al minimo la solidarietà nell’ambito dell’Unione. La Grecia e gli stati in difficoltà vengono offerti ai cittadini tedeschi come possibili capri espiatori per l’indignazione e la rabbia popolare. Una strategia nel contesto dell’Eurozona molto simile a quella che la Lega ha praticato in Italia. Il Carroccio ha cercato di gestire il malcontento crescente delle regioni del Nord rilanciando le polemiche contro le responsabilità delle popolazioni del mezzogiorno, presentando la secessione come l’unica via per portare la Padania fuori dalle difficoltà economiche.

Roberto Biorcio
25 febbraio 2012
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