5 febbraio 2012

Lettera a Monti su una storia incredibile. Sono questi i valori in questo disastro epocale?

L'ARTICOLO 18? ECCO A COSA SERVE
A cosa serve l’articolo 18? Caro presidente del Consiglio Mario Monti, abbia la pazienza di ascoltare questa storia, che arriva dal profondo Nord. Una di quelle storie che fanno riflettere, a meno di non avere il cervello obnubilato dalla eccessiva monotonia (non è il suo caso) del posto fisso, sull’importanza dell’Art. 18.

La vicenda si svolge a Mantova, città di Emma Marcegaglia, la presidente degli industriali italiani. Un’azienda, la Primafrost, che opera nella filiera del settore alimentare, ha licenziato una ventina di lavoratori che protestavano per le proibitive condizioni di lavoro a cui erano sottoposti. Per carità il loro non era un “lavoro fisso” quindi, per cortesia, non si indisponga. Diciamo che era ragionevolmente continuativo. Va bene così? Ci segua in questo istruttivo racconto e scoprirà delle cose che da “tecnico”, quale lei si qualifica, forse nemmeno immaginava. Lo vede che c’è sempre qualcosa da imparare nella vita?

A dirla tutta, questi lavoratori, che “godono” (anzi, godevano) di un lavoro ragionevolmente continuativo, non hanno grandi motivi per annoiarsi. Pensi, trascorrevano la loro giornata in piedi senza protezione su ponteggi alti 4-5 metri, con scarpe anti-infortunistica rattoppate con il nastro adesivo. Avevano gli straordinari pagati come semplici rimborsi per alleggerire buste paga e tasse (qui lei dovrebbe storcere il naso eh!). In più, c’era anche il mancato riconoscimento per un lavoro a 30 gradi sotto zero che durava fino a 13-14 ore al giorno. Lei si annoierebbe al loro posto? Nemmeno per sogno! Come è e come non è… un giorno questi poveri cristi che non ce la fanno più di tutto questo divertimento si rivolgono al sindacato, che si rivolge agli ispettori, che chiamano i carabinieri, che confermano la versione, … che parte l’inchiesta. Che interviene, non ci crederà, anche la Guardia di Finanza, come a Cortina, a Roma e a Milano. I dipendenti infatti, per rendere un po’ più frizzante il clima si sono autodenunciati, il 25 gennaio scorso, alla Guardia di Finanza per le buste paga irregolari. Si arriva anche all’autolesionismo in questo strano Paese pur di rompere sto brutto clima di monotonia.

C’è di più, molto di più. E questa volta tocchiamo proprio il cuore dell’Articolo 18, quello che lo fa così tanto arrabbiare. L’azienda ha lasciato a casa tutti quelli che non hanno accettato di abbandonare il sindacato e smettere di protestare per lo sfruttamento. E per chi ha accettato di stracciare la tessera della Cisl il posto in azienda è rimasto. Ma guarda un po’!

Ah dimenticavo di dire, i lavoratori non sono dipendenti diretti della Primafrost. Troppo monotono no? Sono dipendenti di una coop, la Bbs di Bresso, che si è vista revocare l’appalto nel giro di un battibaleno.

Titolari e dirigenti di Primafrost si sono chiusi in un silenzio ostinato: non rispondono al sindacato, e nemmeno alla stampa. Non rispondono, pensi, nemmeno ad una istituzione come la Provincia. Può fare qualcosa lei? Le dò un suggerimento: tolga i politici e ci metta i tecnici, magari quelli della Primafrost si impressionano.

Morale della storia. Grazie all’Art. 18 ora i “lavoratori annoiati” della Primafrost qualche speranza del reintegro ce l’hanno. Torneranno ad annoiarsi. È vero, ma con la dignità e l’amor proprio perfettamente integri. E non mi dica che questi valori non aiutano l’Italia ad andare avanti in questo disastro epocale.

Fabio Sebastiani
04/02/2012

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