6 gennaio 2012

Così, il “totus politicus” prof. Monti ci fa tornare indietro di tre secoli

Un salto all’indietro che azzera la centralità del lavoro
Auguriamoci che il 2012 sia migliore del 2011. Un augurio da rivolgere soprattutto a chi, uomo o donna, giovane o anziano, nativo o straniero, non ha certezze per l’oggi e per il domani, e del futuro vede soprattutto ombre e oscurità. E’ la maggioranza degli abitanti di questo Paese. Sono coloro che non dispongono di rendite o di patrimoni in qualche modo accumulati, ma possiedono solo le proprie capacità, da scambiare con i mezzi per vivere. I giovani disoccupati, certo. Gli operai e i precari, le donne. Ma non solo loro. C’è anche chi è andato, o dovrebbe andare, in pensione. Insomma, il multiforme universo dei lavoratori, di chi vive del proprio lavoro: passato, presente e futuro.

Mandiamo in archivio espressioni come “capitale umano”, che anche il Presidente della Repubblica, con una imprevista caduta di stile, si è lasciato sfuggire nel messaggio di Capodanno. Sono persone in carne e ossa, molte delle quali già soffrono nelle ristrettezze del momento. Mentre tutte le previsioni per il 2012 volgono al peggio, e della tanto sbandierata equità del governo Monti finora non c’è sentore. Equità, che per essere tale e avvertirla come tale, dovrebbe comportare che a pagare la crisi siano quelli che l’hanno attizzata, non chi la subisce; e che i sacrifici per salvare l’Italia dalla bancarotta siano ripartiti in modo proporzionale e progressivo in rapporto ai redditi e alla ricchezza.

Ma non è cosi e i dati, tutti al ribasso, parlano chiaro: per quanto riguarda l’occupazione, come per i salari e il potere d’acquisto. Davvero si pensa di poter uscire dalla crisi continuando a penalizzare il lavoro, come avviene da oltre vent’anni in Italia e in Europa, privilegiando al contrario rendite e profitti?

E colpendo i lavoratori non solo nei redditi, ma anche nella dignità e nei diritti? Espropriandoli della loro identità e rappresentanza politica? Dentro i canoni classici del pensiero liberale questo è un problema che non trova soluzione. Ne è una dimostrazione anche l’articolo firmato da Eugenio Scalfari il 31 dicembre.

Adesso che ha scoperto che il professore bocconiano non è un tecnico ma un «finissimo uomo politico », il fondatore di Repubblica sembra colto da un vertiginoso senso di euforia. Siamo in buone mani, assicura, giacché questo governo fa suoi i «valori sui quali è nata l’Europa moderna», di cui «le bandiere tricolori della Grande Rivoluzione sono il simbolo rappresentativo». Come se – secondo una visione per la verità un po’ retro - si possano identificare i sistemi economici e politici del XXI secolo nei valori del mondo settecentesco della borghesia ascendente. Tagliando fuori, tra l’altro, due secoli di storia del movimento operaio, che ha prodotto la rivoluzione russa, lo Stato sociale in Europa e in Italia la Repubblica democratica fondata sul lavoro.

In buona sostanza, il totus politicus prof. Monti ci riporta alla vecchia idea del liberismo, confutata dai fatti e dalla storia, secondo cui il mercato alloca razionalmente le risorse. Per cui, stabilito che il potere economico e politico sta tutto dentro il perimetro della nuova borghesia capitalista, alla quale occorre assicurare un nuovo dinamismo, il problema dell’Italia arretrata consisterebbe nell’affermazione piena dei principi liberali. Ossia, in un salto all’indietro che di fatto azzera la centralità del lavoro, e quindi la Costituzione dell’Italia repubblicana.

Una concezione che trascura un piccolo dettaglio: ovvero che la crisi del capitalismo nasce esattamente laddove il liberismo ha raggiunto il suo apogeo, rappresentato dai “liberi mercati” americani; e che la democrazia liberale è in crisi ovunque nel mondo per un deficit organico di rappresentanza.

Se dunque, come sta avvenendo in Italia e in Europa, la causa della crisi viene adottata come ricetta per guarire dalla crisi, non c’è via d’uscita. Né, d’altra parte, si può ragionevolmente ritenere che la politica, come da più parti si spera, possa mettere sotto controllo “i mercati”, se sono “i mercati” ad avere in mano la politica. Da questo circolo vizioso apparentemente senza sbocchi si esce a una condizione: che tutti quelli che subiscono gli effetti devastanti della crisi, a cominciare dai lavoratori dipendenti, uomini e donne, si uniscano e si organizzino in un’ampia coalizione politica. Non c’è tempo da perdere. Per l’anno che verrà gli auguri sono quindi auguri di lotta, perché senza la lotta non c’è speranza. Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà.

Paolo Ciofi
5/1/2012
www.liberazione.it

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