Un salto all’indietro che azzera la centralità del
lavoro
Paolo Ciofi
5/1/2012
www.liberazione.it
Auguriamoci che il 2012 sia migliore del 2011. Un augurio da
rivolgere soprattutto a chi, uomo o donna, giovane o anziano, nativo o
straniero, non ha certezze per l’oggi e per il domani, e del futuro vede
soprattutto ombre e oscurità. E’ la maggioranza degli abitanti di questo Paese.
Sono coloro che non dispongono di rendite o di patrimoni in qualche modo
accumulati, ma possiedono solo le proprie capacità, da scambiare con i mezzi
per vivere. I giovani disoccupati, certo. Gli operai e i precari, le donne. Ma
non solo loro. C’è anche chi è andato, o dovrebbe andare, in pensione. Insomma,
il multiforme universo dei lavoratori, di chi vive del proprio lavoro: passato,
presente e futuro.
Mandiamo in archivio espressioni come “capitale umano”, che
anche il Presidente della Repubblica, con una imprevista caduta di stile, si è
lasciato sfuggire nel messaggio di Capodanno. Sono persone in carne e ossa,
molte delle quali già soffrono nelle ristrettezze del momento. Mentre tutte le
previsioni per il 2012 volgono al peggio, e della tanto sbandierata equità del
governo Monti finora non c’è sentore. Equità, che per essere tale e avvertirla
come tale, dovrebbe comportare che a pagare la crisi siano quelli che l’hanno
attizzata, non chi la subisce; e che i sacrifici per salvare l’Italia dalla
bancarotta siano ripartiti in modo proporzionale e progressivo in rapporto ai
redditi e alla ricchezza.
Ma non è cosi e i dati, tutti al ribasso, parlano chiaro: per
quanto riguarda l’occupazione, come per i salari e il potere d’acquisto.
Davvero si pensa di poter uscire dalla crisi continuando a penalizzare il
lavoro, come avviene da oltre vent’anni in Italia e in Europa, privilegiando al
contrario rendite e profitti?
E colpendo i lavoratori non solo nei redditi, ma anche nella
dignità e nei diritti? Espropriandoli della loro identità e rappresentanza
politica? Dentro i canoni classici del pensiero liberale questo è un problema
che non trova soluzione. Ne è una dimostrazione anche l’articolo firmato da
Eugenio Scalfari il 31 dicembre.
Adesso che ha scoperto che il professore bocconiano non è un
tecnico ma un «finissimo uomo politico », il fondatore di Repubblica sembra
colto da un vertiginoso senso di euforia. Siamo in buone mani, assicura,
giacché questo governo fa suoi i «valori sui quali è nata l’Europa moderna», di
cui «le bandiere tricolori della Grande Rivoluzione sono il simbolo
rappresentativo». Come se – secondo una visione per la verità un po’ retro - si
possano identificare i sistemi economici e politici del XXI secolo nei valori
del mondo settecentesco della borghesia ascendente. Tagliando fuori, tra
l’altro, due secoli di storia del movimento operaio, che ha prodotto la
rivoluzione russa, lo Stato sociale in Europa e in Italia la Repubblica
democratica fondata sul lavoro.
In buona sostanza, il totus politicus prof. Monti ci riporta
alla vecchia idea del liberismo, confutata dai fatti e dalla storia, secondo
cui il mercato alloca razionalmente le risorse. Per cui, stabilito che il
potere economico e politico sta tutto dentro il perimetro della nuova borghesia
capitalista, alla quale occorre assicurare un nuovo dinamismo, il problema dell’Italia
arretrata consisterebbe nell’affermazione piena dei principi liberali. Ossia,
in un salto all’indietro che di fatto azzera la centralità del lavoro, e quindi
la Costituzione dell’Italia repubblicana.
Una concezione che trascura un piccolo dettaglio: ovvero che
la crisi del capitalismo nasce esattamente laddove il liberismo ha raggiunto il
suo apogeo, rappresentato dai “liberi mercati” americani; e che la democrazia
liberale è in crisi ovunque nel mondo per un deficit organico di
rappresentanza.
Se dunque, come sta avvenendo in Italia e in Europa, la
causa della crisi viene adottata come ricetta per guarire dalla crisi, non c’è
via d’uscita. Né, d’altra parte, si può ragionevolmente ritenere che la
politica, come da più parti si spera, possa mettere sotto controllo “i mercati”,
se sono “i mercati” ad avere in mano la politica. Da questo circolo vizioso apparentemente
senza sbocchi si esce a una condizione: che tutti quelli che subiscono gli
effetti devastanti della crisi, a cominciare dai lavoratori dipendenti, uomini
e donne, si uniscano e si organizzino in un’ampia coalizione politica. Non c’è tempo
da perdere. Per l’anno che verrà gli auguri sono quindi auguri di lotta, perché
senza la lotta non c’è speranza. Pessimismo della ragione, ottimismo della
volontà.
Paolo Ciofi
5/1/2012
www.liberazione.it

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