19 gennaio 2012

L'alternativa di società deve partire coraggiosamente dalle persone prima che dai soldi, e dai contenuti di cittadinanza prima che dai contenuti dell’economia. Questo governo al traino di Germania e Francia ha fatto scelte opposte

A CHE PUNTO È LA CRISI


La domanda ha senso perché una crisi è sempre un percorso. E’ costituita di momenti diversi, pur dentro un'unica, più o meno lunga fase di difficoltà o di vera e propria recessione economica. D’altraparte, ogni crisi è anche un nuovo inizio, come suggerisce l'etimologia stessa (krìsis in greco vuol dire “scelta”, “decisione”, oltre che “separazione”). Si tratta, perciò, di una dinamica di disequilibrio e, contemporaneamente, di ricerca di nuovi equilibri. Ed è bene non sottovalutare questo carattere costituente della crisi, il fatto, cioè, che essa prelude e prepara un nuovo assetto delle relazioni capitalistiche, tanto all'interno dei singoli sistemi-paese quanto a livello delle più complessive relazioni tra i diversi Stati nazionali.

Ovviamente coloro che pensano di essere alla vigilia del vero e proprio crollo del sistema capitalistico non hanno affatto bisogno di interrogarsi sul decorso della crisi, tantomeno sul suo andamento costituente. Se si stabilisce in maniera apodittica che siamo di fronte a un'agonia, l'unica trasformazione possibile diventa il passaggio dall'agonia alla morte. E però, un tale convincimento a me pare non solo immotivato nei suoi termini teorici, ma anche linearmente contraddetto da quanto avviene in vaste aree del mondo, dalla Cina al Brasile all'India, che presentano ancora consistenti trend di crescita, capitalistica appunto, e sono soltanto marginalmente sfiorati dalla crisi economica, la quale si incentra tutta, invece, tra le due sponde dell’Atlantico. Lo stesso Giappone, pur drammaticamente colpito dal disastro nucleare dei mesi scorsi, e penalizzato nelle esportazione da uno yen troppo forte, mantiene un trend economico più che accettabile, tanto che la borsa di Tokyo ha già sostanzialmente recuperato rispetto alla caduta del 2008.

In realtà, se lo consideriamo nel suo complesso, è davvero difficile sostenere che il capitalismo, in questo primo scorcio del secolo XXI, sia moribondo. E seppure fossimo di fronte ad una nuova  dislocazione geografica dei suoi centri di gravità, solamente un inguaribile eurocentrismo ci potrebbe far parlare di superamento storico del rapporto sociale di capitale. Anzi, proprio la diversa condizione della sua salute nei diversi angoli del mondo ci conferma come ilcapitalismo, in quanto sistema, sia ben lontano dalla sua ultima ora - a meno di non sostenere, come pure alcuni fanno, ma si tratta di argomenti davvero inconsistenti, che in Cina, Brasile, India, ecc., esisterebbero ormai una struttura economica e dei rapporti sociali già “post-capitalistici”…

Dunque, assumendo che la crisi è una difficoltà reale del capitalismo, e al tempo stesso anche una opportunità per avviarsi ad una nuova fase, la domanda “a che punto è la crisi” è da giudicare senz’altro utile politicamente, oltre che teoricamente.

Io ritengo che, nell’insieme degli anni che vanno dal 2008 ad oggi, possiamo agevolmente individuare una prima fase, grossomodo fino agli inizi del 2010, legata allo scoppio delle bolle finanziarie, dei subprime e dei titoli tossici, caratterizzata da una brusca fermata della circolazione facile del denaro. Ciò che i singoli segmenti di capitale avevano provato a fare negli anni precedenti - e cioè, sottrarsi alle rigidità di crescita dei livelli dati di produzione dei sistemi-paese di riferimento, investendo “al di fuori” di essi, in particolare sul futuro, e ipotecando così le produzioni degli anni a venire -, veniva alfine ruvidamente bloccato. I singoli segmenti di capitale sono stati richiamati all’ordine dalle stesse regole di funzionamento del capitalismo, che hanno il loro fondamento nella capacità produttiva potenziale di un sistema-paese, capacità produttiva teoricamente illimitata, e però comunque fissata concretamente ad uno specifico, determinato livello in ogni determinato momento. Il denaro doveva smetterla di provare ad innalzarsi alla stessa grandezza di valore di quella capacità produttiva potenzialmente illimitata e doveva rapportarsi, più prosaicamente, alla sola produzione effettivamente data. Il punto di difficoltà di un tale “blocco” era che l'esposizione dei vari segmenti di capitale si presentava con dimensioni veramente enormi, e la loro necessità di remunerazione andava, perciò, ben oltre la “bramosia dell’oro” dei capitalisti e dei loro manager. I grandi fondi d'investimento, i fondi pensione, gli stessi fondi sovrani, ma anche le grandi compagnie di assicurazione e le grandi banche, tutte ormai indistintamente banche commerciali e d’affari, avevano e hanno bisogno di una remunerazione elevata proprio per onorare l'esposizione gigantesca costruita nell’ultimo ventennio. Concretamente, il sistema finanziario deve onorare una pluralità di impegni che richiedono ampia liquidità: si tratta di pensioni integrative, di interessi annuali sui depositi, di cedole trimestrali e semestrali sulle obbligazioni, di linee di credito aperte per le grandi imprese e i grandi progetti, dei fondi di garanzia dei processi di ristrutturazione e di fusione
produttiva, ecc. Ma se l'ipoteca del futuro risultava bloccata, ed appariva comunque poco praticabile, dove si potevano mai trovare le emunerazioni necessarie?

Si apriva così una seconda fase della crisi, grossomodo dagli inizi del 2010 fino all’autunno del 2011, collegata esattamente al tentativo dei singoli segmenti di capitale di mantenersi a galla. Questa seconda fase è divenuta ben presto un vero e proprio braccio di ferro fra i singoli segmenti di capitale e i sistemi-paese, incentrato sul debito sovrano. I singoli segmenti di capitale, ovvero i grandi investitori, hanno chiesto ai propri sistemi-paese di garantire le loro remunerazioni sia attraverso un innalzamento dei rendimenti di titoli di Stato, sia attraverso fondi diretti di sostegno alle grandi imprese finanziarie in difficoltà, sia attraverso ampie dismissioni del patrimonio pubblico al fine di moltiplicare le occasioni di collocamento profittevole del denaro. Si è trattato, in sostanza, di una breve ma intensa “guerra civile” capitalistica, con i segmenti specifici di capitale che hanno provato a condizionare, e finanche aggredire, i sistemi-paese in quanto tali, anche quelli da cui essi stessi provenivano. I cosiddetti speculatori, in altri termini, si sono precisati come null’altro che l’insieme degli investitori di borsa; e le loro azioni, tutte più o meno obbligate e tutte più o meno “speculative”, si sono rivolte progressivamente verso tutti i titoli di Stato, in particolare quelli più esposti, cioè più bisognosi di essere venduti e messi sul mercato. Così, dentro questa “guerra civile capitalistica”, si profilava anche un primo avvio di guerra economica tra gli Stati. Siamo adesso ad una evoluzione ulteriore. Detto in estrema sintesi, ciò che sta succedendo in queste settimane è che i sistemi-paese ai quali afferiscono buona parte dei grandi fondi di investimento, vale a dire gli Stati Uniti d'America e la Gran Bretagna, ricostruita una  relativa condizione di intensa con i loro segmenti di capitale - e l’hanno costruita anche adoperando le “maniere forti”, per esempio  chiamando i grandi istituti finanziari in tribunale (lo ha fatto il governo USA nel settembre scorso) per rispondere delle bolle finanziarie del 2007 e 2008 -, spingono l’insieme della cosiddetta “speculazione” ad aggredire i sistemi paesi concorrenti, prima fra tutti l’Europa.

E’ subentrata, in altre parole, una terza fase del decorso della crisi. Dal blocco delle scorribande del denaro si era passati al braccio di ferro tra i segmenti di capitale e i sistemi-paese; ed ora si passa, da quel braccio di ferro, ad uno scontro reale, seppure non- militare (o, forse, ancora non-militare), tra i principali sistemi- paese. In questo scontro i singoli segmenti di capitale fungono da armate mobili. E’ questo il passaggio che precisamente stiamo vivendo: l'avvio di una guerra incruenta, per dirla con una battuta, fra l’Europa (l’Europa a 26, beninteso, senza la Gran Bretagna) e l’insieme del capitalismo angloamericano. Questa terza fase della crisi, in effetti, è appena cominciata.

Intendo, cioè, la fase di “guerra economica” consapevole. Finora, infatti, l'aggressione ai debiti sovrani dell'Europa conteneva molto ancora della “guerra civile intercapitalistica” fra l'insieme dei mercati e l'insieme dei sistemi-paese. Coloro che parlavano, fino a qualche mese fa, di situazione confusa e di mercati sostanzialmente “impazziti” avevano più di un argomento per sostenere i loro discorsi.

Tuttavia, Inghilterra e Stati Uniti cominciavano già ad indirizzarsi, dentro quella stessa dinamica, verso uno scenario di depotenziamento  del peso dell'Europa nell'economia mondiale. Un'Europa più debole, infatti, va bene tanto al dollaro quanto alla sterlina: al dollaro, per evitare di perdere progressivamente il monopolio di moneta di riferimento delle transazioni internazionali; alla sterlina, per evitare di essere tagliata fuori, in una tenaglia dollaro/euro, dallo scenario della finanza e dei commerci mondiali.

Il prolungarsi della incertezza dei governi americano e inglese, e la conseguente “confusione” dei mercati, avevano però una loro ragion d’essere nella materialità stessa del capitalismo, nel fatto, cioè, che i capitali sono sì tutti specifici ma anche tutti interconnessi: una crisi brusca e verticale dell’euro avrebbe potuto creare, allo stesso dollaro e alla stessa sterlina, più problemi di quanti non ne risolvesse. Di qui un periodo di strategia incerta, con atti di latente “guerra economica”, ma non ancora una guerra economica dispiegata.

La differenza l'hanno fatta, in qualche modo, gli stessi mercati. I singoli segmenti di capitale allocati a New York e a Londra, che già sullo scacchiere globale soffrono la concorrenza proveniente dai paesi del cosiddetto Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), e che hanno sempre nel Giappone un altro elemento di inquietudine, non potevano essere ricondotti a una condizione di normalità in maniera assoluta. La soluzione è stata, e non poteva essere altrimenti, una sorta di relativa pacificazione dei “fronti interni” americano ed inglese, in cambio di una convergenza aggressiva di grandi investitori e governi nell'attacco all'Europa. Insomma, può essere pure che Obama e Cameron si stiano facendo prendere la mano dai loro grandi investitori, e che non abbiano affatto deciso “a freddo” la guerra economica con l'Europa, ma ormai, al di là delle intenzioni singole, la guerra guerreggiata è sopravvenuta.

Fungono da cannoniere di prima linea, come spesso è successo negli ultimi due decenni, le famigerate agenzie di rating, le quali non sono affatto i “soggetti terzi” che dicono di essere ed hanno tutte domicilio stabile a New York. Esse proclamano, sempre più ad alta voce, un declassamento di valutazione dell’intera Europa, col proposito, neppure tanto nascosto, di sollecitare il “ritorno a casa” di dollari e sterline, al fine di aggravare, nell’immediato, le difficoltà finanziarie e produttive dell’Europa, e, soprattutto, per marcare una linea di divisione netta tra zona euro e resto del mondo. Né più né meno che una “linea del fronte”.

L'elemento nuovo degli ultimissimi giorni è che l'Europa sta progressivamente acquisendo consapevolezza della situazione. La Germania è ancora attraversata da dubbi e resistenze, ma il trattato a 26 che si profila per la fine di marzo tende già a presentarsi come un passaggio decisivo della mobilitazione europea, così come momenti di blindatura e di mobilitazione sono già stati i cambi di governo in Grecia, Spagna e Italia.

Siamo dunque, in sostanza, ai primi posizionamenti di una guerra economica conclamata fra i principali stati capitalistici dell'Occidente, il cui esito, allo stato, non è facilmente prevedibile.

E’ verosimile che i prossimi mesi vedano un'iniziativa stringente dei principali paesi europei, con una Germania più decisa alla battaglia e più disponibile a solidificare l'alleanza europea, e ciò sia attraverso il sostegno (condizionato, ovviamente) ai paesi minori, sia attraverso una riorganizzazione regolamentare tanto delle istituzioni europee quanto dei mercati finanziari e commerciali, sia attraverso una più chiara individuazione ed esplicitazione del nemico, per esempio creando un'agenzia europea di rating in diretta contrapposizione alle agenzie di rating americane, sia, infine, avviando intese più o meno cordiali con l’area Brics e almeno un patto di “non belligeranza” col Giappone.

E’ verosimile, d'altra parte, che inglesi e americani provino insistentemente a spaccare l'Europa, evitando frizioni dirette con la Germania e premendo a vario titolo verso i paesi più deboli. In ogni caso, cercheranno di bloccare l’euro presso gli altri protagonisti dello scenario mondiale e punteranno a cementare quanto più possibile l'asse tra dollaro e sterlina. Sul piano pratico è possibile anche che si realizzi ampiamente ciò che già chiedono le agenzie di rating, ovvero una sorta di “ritorno a casa” del dollaro e della sterlina dai loro vari impieghi in Europa, la qualcosa avrebbe certamente pesantissime ricadute sul tessuto produttivo e sugli assetti occupazionali. Ed è finanche possibile che, da qualche parte, americani ed inglesi “mostrino i muscoli” in senso letterale, per esempio contro l’Iran, e ciò anche col proposito di creare scompiglio al blocco europeo. Le cannoniere vere e proprie ai confini dell’Europa sarebbero un monito più che eloquente, e fungerebbero da richiamo per una  rinnovata “solidarietà” occidentale a guida americana…

Ma non serve congetturare ora sul percorso specifico dello scontro. Di sicuro, è possibile già ipotizzare le sue ricadute sulla quotidianità di lavoro e vita delle persone. Detto con tutta la brutalità necessaria, sui lavoratori e sulle classi popolari si scaricherà senza misericordia l’incipiente organizzazione del “fronte interno” europeo. Da qualche parte già si ricomincia a parlare di “patria” e di “traditori della patria”. L’ha detto qualche ministro qui in Italia, riferendosi agli evasori, i quali quasi sempre sono, ovviamente, dei ricchi farabutti. Ma al netto degli evasori, l’uso altisonante della parola “patria”, la dice lunga su come ci si attrezzerà sul piano della disciplina interna. Ed è una cosa che riguarda molto da vicino proprio gli strati popolari. Già, perché saranno proprio le classi popolari, così come avviene nelle guerre cruente, a dover sopportare il peso di questa “guerra economica”. Esse saranno chiamate a terribili sacrifici per mantenere, dentro la contesa economica internazionale, l’insieme della struttura sociale, e concretamente l’insieme delle classi privilegiate.

Si spiega anche in relazione a un tale scenario il ruolo del governo Monti, che non è una pura espressione delle banche (come in troppi, a sinistra, hanno frettolosamente detto). Con funzioni di ministro abbiamo già prefetti, ammiragli, ambasciatori, grandi funzionari dello Stato. E gli stessi “banchieri” Monti e Passera sono esattamente l'espressione dell'intreccio strettissimo di economia e Stato che si determina in un periodo di guerra economica. E’ un intreccio destinato a irrobustirsi ulteriormente.

Ma poiché in questa guerra economica il ruolo fondamentale continuerà ad essere svolto senz’altro dallo Stato, è più che probabile anche un aumento delle pulsioni autoritarie. Quelli che danno fastidio, che sono riottosi ad irreggimentarsi, che hanno da dire suisacrifici, che vogliono mettere in discussione lo stesso assetto sociale e alludono,  magari, a un percorso “altro”, incentrato sul congelamento del debito sovrano e, conseguentemente, su una sorta di disarmo unilaterale rispetto allo scenario di guerra economica: ebbene, tutti costoro, nella logica della “mobilitazione patriottica europea”, dovranno essere “messi in condizione di non nuocere”. Saranno additati come particolarmente pericolosi proprio i discorsi che prospettano una modifica dell'assetto assetto sociale costituito e le iniziative che mettono al primo posto il lavoro, i beni comuni e i diritti invece che il denaro, la proprietà e il mercato, e che perciò vanno nella direzione di una esplicita compressione delle classi possidenti. Chi lotta per il lavoro e per i diritti sarà ben presto segnalato come nemico conclamato della patria. Altro che gli evasori!

Ma, ammesso che tutto questo ragionamento abbia autentico fondamento, sarà poi possibile spiegarlo in maniera semplice a quelli che sono costretti ad un lavoro sempre più faticoso e sempre meno remunerato, o ai giovani in cerca di occupazione?

Io credo di sì, che è possibile e comprensibile un discorso incentrato su parole d'ordine del tipo “noi la guerra economica non la vogliamo fare”, “il debito va congelato perché non può essere un macigno nell'esistenza delle persone”, “il lavoro deve valere più del danaro depositato in banca o immobilizzato nella proprietà”. Si tratta di partire coraggiosamente dalle persone prima che dai soldi, e dai contenuti di cittadinanza prima che dai contenuti dell’economia, prospettando esplicitamente un mondo diversamente organizzato, dove le classi privilegiate non impongano agli strati popolari le loro guerre, cruente e non, e dove soprattutto gli strati popolari rialzino la testa, in nome delle loro necessità, dei loro diritti e delle loro speranze.

Rino Malinconico
18/01/2012

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