“Ripuliti, postfascisti
durante e dopo Berlusconi”
«Pronto, so’ Fabio de Roma e ve volevo dì che so’ un fascio da
panico!». Novembre 1993, il primo turno delle elezioni municipali di molte
grandi città italiane si è chiuso con risultati sconvolgenti: a Roma e Napoli i
candidati a sindaco del partito neofascista Msi, Gianfranco Fini e Alessandra
Mussolini, hanno raccolto tra un terzo e la metà dei voti. Intanto, le cronache
di stampa parlano con sempre maggiore frequenza di un nuovo fenomeno giovanile,
quello dei cosiddetti «naziskin», violenti e razzisti, che qualcuno arriverà a
presentare come l’aspetto più visibile e inquietante di una sorta di
«Sessantotto di Destra».
In quegli stessi giorni Radio Radicale, che ha aperto i suoi
microfoni agli ascoltatori alla metà di ottobre raccogliendo oltre 10mila
telefonate al giorno, sta mandando in onda i messaggi che vengono registrati
dalla sua segreteria telefonica. Via radio si inseguono senza tregua i
frammenti di un discorso delirante, demenziale e tragico allo stesso tempo. Il
Nord contro il Sud, la voglia di secessione dei leghisti, i tifosi della Roma
contro quelli della Lazio, i sostenitori di Fini e quelli di Rutelli – i due
contendenti per il Comune di Roma – insulti e appelli al Duce, Moana Pozzi e
Bossi. C’è di tutto nelle telefonate alla radio, anche se gli ascoltatori più
attenti assicurano che rispetto a qualche anno addietro sono diventati il
razzismo e l’apologia del Ventennio i temi più gettonati. È poi il ballottaggio
per le elezioni amministrative, in particolare quelle capitoline, che sembra
interessare molto a chi telefona a Radio Radicale. Ragazzini, spesso poco più
che adolescenti, intasano le linee telefoniche per scongiurare il «pericolo
rosso» che a loro dire rischia di abbattersi su Roma, in caso di vittoria di
Francesco Rutelli. «Votate Fini, pure perché è della Lazio» o «anche se è della
Lazio», spiegavano Tony della Magliana e un suo amico, che «già vota» e che «de
politica ce capisce», prima di salutare tutti i «bastardi milanesi».
Il palinsesto di insulti razzisti e apologia dello stupro
proposto allora da Radio Radicale non rappresenta certo il più scientifico tra
i punti di osservazione sul clima complessivo vissuto dal nostro Paese in quel
momento, ma certamente fotografa bene una fase che avrebbe segnato l’inizio
delle affermazioni politiche di massa della Destra. In un editoriale comparso
su «il manifesto» in quei giorni, si proponeva questa lettura della raffica di
parole inquietanti diffuse dalla radio: «Sono messaggi disperati e tristissimi,
come di chi non abbia patrimonio né genealogia, né senso a cui attingere. Quasi
che gli ultimi due anni di crisi italiana avessero fatto tabula rasa di un
tessuto civile restato senza radici, in nome dei corrotti da giustiziare e dei
politici da distruggere. C’è l’ostinato ricorrere a pulsioni di base, quelle e
solo quelle, come se ogni capacità simbolica, quella che serve a dare nome alle
cose e alle passioni, a metterle tra loro in connessione e farle diventare
senso comune e condiviso, fosse esaurita ed esautorata».
Se il «voto Fini perché mi piace il Duce» gridato al telefono di
Radio Radicale sembrò dare allora improvvisamente corpo a un’armata di
invisibili, quei primi segnali mostruosi e brutali, che parlavano di «soluzione
finale per i negri e i terroni», avrebbero finito per trasformarsi poi pian
piano in una ben più «normale» e socialmente accettata rappresentanza politica.
Il voto delle amministrative della fine del 1993, come i messaggi a Radio
Radicale, erano solo un pallido annuncio di quanto sarebbe seguito.
Il 27 marzo del 1994 le due coalizioni di Destra costruite
dall’imprenditore Silvio Berlusconi, il «Polo delle libertà» tra Lega Nord e
Forza Italia nelle regioni del Nord del Paese e quello «del buon governo» tra
il Msi/An e Forza Italia nel Sud, raccolgono la maggioranza dei consensi.
Nascerà così il primo governo guidato dal Cavaliere e prenderà corpo per la
prima volta quella sfida di Destra alla società italiana destinata a durare per
quasi un ventennio.
Sconfitto dalla crisi economica, «battuto dallo spread» più che
dai suoi oppositori politici, indebolito da una serie di scandali economici e
sessuali, Silvio Berlusconi sembra ora parzialmente uscito di scena, ma la
pesante eredità della lunga egemonia che ha esercitato sulla politica italiana
sarà difficile da cancellare o anche solo da superare fino in fondo. Ed è
all’interno di questa strategia che si è realizzato il definitivo
«sdoganamento» di quell’estrema Destra, erede diretta e orgogliosa del Fascismo
storico, che racconta e descrive minuziosamente questa inchiesta. Per tentare
di comprendere cosa è stato e cosa potrà diventare il neofascismo durante e
dopo «l’era Berlusconi», come ci invitano a fare Daniele Nalbone e Giacomo
Russo Spena, si devono perciò ripercorrere le coordinate fondamentali
dell’«invenzione politica» berlusconiana, all’ombra della quale si è operata
quella incredibile trasformazione di una comunità rancorosa e violenta di
nostalgici mussoliniani in una moderna e riconosciuta Destra di governo, che è
sotto gli occhi di tutti.
«L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie
speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio
mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà. Ho scelto
di scendere in campo e di occuparmi della Cosa pubblica perché non voglio vivere
in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio
filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare. La storia
d’Italia è a una svolta. Da imprenditore, da cittadino e ora da cittadino che
scende in campo, vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno. Vi
dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme, per noi e per i
nostri figli, un nuovo miracolo italiano».
L’annuncio della «discesa in campo» di Berlusconi arriva nel
gennaio del 1994. Il «miracolo» annunciato dal Cavaliere si candida palesemente
a colmare il vuoto di rappresentanza politica che fa seguito agli esiti
dell’inchiesta su Tangentopoli e allo smottamento dell’intera classe politica,
rappresentata in primo luogo da democristiani e socialisti, che ha guidato il
Paese per oltre mezzo secolo. Per raggiungere questo scopo, spiega lo storico
inglese Paul Ginsborg (L’Italia del tempo presente, Einaudi), il Cavaliere
elabora un «formidabile progetto egemonico» «che non pretendeva di abolire la
democrazia, ma sicuramente mirava a mutarne il contenuto e gli equilibri.
Berlusconi nutriva l’aspirazione a diventare una figura presidenziale forte e
proponeva un programma economico fondamentalmente neoliberista, con forti
connotazioni thatcheriane: meno tasse, maggiori possibilità di scelta per i
cittadini, competizione ed efficienza nella vita pubblica, uno Stato sociale
residuale. Inoltre il primato della famiglia come nucleo di solidarietà e
imprenditorialità veniva riaffermato con forza».
A metà degli anni Novanta, la rivoluzione conservatrice italiana
guidata da Berlusconi accompagna però anche l’emergere di un altro fenomeno. La
rapida trasformazione del quadro politico avvenuta per «via giudiziaria» si
compie sullo sfondo di uno scenario economico e sociale profondamente mutato,
accompagna una delle più profonde ristrutturazioni vissute dal capitalismo
nell’arco della sua storia. L’industria manifatturiera perde il ruolo centrale
che aveva avuto per più di un secolo, molte fabbriche chiudono o trasferiscono
la propria produzione nei Paesi dell’Est europeo o dell’Estremo Oriente:
comunicazione, informatica e terziario assumono un ruolo economico di primo
piano. Per il sociologo Marco Revelli (Le due destre, Bollati Boringhieri) la
classe politica sembra così subire, in rapporto a questa transizione dal
modello di produzione fordista a quello postfordista, «una rapida
obsolescenza». La vecchia figura del politico «mediatore», di democristiana
memoria, non serve più, sta per essere soppiantata dalla spietata logica
d’impresa. Non solo: rispetto alla rapidità dei cambiamenti conosciuti dal
lavoro e dalla società, è la stessa politica, per come era stata conosciuta in
Italia fin dalla nascita della Repubblica dopo la caduta del Fascismo, ad
apparire «inutile». Prende così corpo quella che Revelli definisce come «una
deriva di Destra che dalla crisi del “politico mediatore”» conduce direttamente
alla ricerca di figure ben più inquietanti: quelle del «“politico manager”,
liquidatore dell’antico sistema delle garanzie e amministratore del “sistema
Paese” con piglio imprenditoriale», e del «“leader carismatico”, capace di
rispondere alla domanda altrettanto pressante di una identità nazionale, di
appartenenza e di deresponsabilizzazione partecipante». Per lo studioso
torinese, a raccogliere la maggioranza dei consensi nel Paese, fino ad assumere
un profilo egemonico, è perciò, incarnato da Berlusconi, «quel potenziale di sfida
alla democrazia sociale e all’ordine costituzionale che fino ad allora era
stato confinato, in forma minoritaria, nei settori più coperti della nostra
Destra nazionale».
L’esecutivo guidato dal Cavaliere nel 1994 comprenderà così, per
la prima volta nella storia delle istituzioni repubblicane sorte dalla
battaglia democratica della Resistenza e dopo la fine della dittatura
mussoliniana, ben cinque esponenti neofascisti. «Il vero fatto nuovo del
governo Berlusconi è l’inclusione, per la prima volta in Europa, di un partito
diretto discendente della tradizione fascista. Il gruppo parlamentare eletto
sotto la sigla di Alleanza nazionale non è altro infatti che il vecchio Msi più
qualche esterno», sottolineavano non a caso all’epoca i politologi Piero Ignazi
e Richard S. Katz (Politica in Italia. Edizione 95, Il Mulino).
Gli esponenti del partito fondato nel 1946, all’indomani della
sconfitta militare del Fascismo, che ha riunito dapprima elementi di primo
piano del regime mussoliniano e della Repubblica di Salò, sostenuta dai
nazisti, e intorno alle cui fila è sorta la Strategia della Tensione, la lunga
scia di sangue e bombe che ha segnato il Paese per almeno due decenni, diversi
tentativi golpistici e una lunga serie di violenze politiche, giurano fedeltà a
una Repubblica antifascista di cui sono sempre stati i più acerrimi nemici. Ad
essere cambiati, per il momento almeno, non sono stati però i neofascisti, ma
il quadro complessivo della politica e della società italiana.
Che sia il debutto di una nuova epoca, e l’arrivo di un’inedita
figura politica quale è quella di Silvio Berlusconi, ad aver reso possibile
questo «sdoganamento» della Destra nazionale, i missini lo sanno bene. Al punto
che, quando nei primi giorni del 1995 il Msi celebra a Fiuggi il congresso che
sancirà la nascita di Alleanza nazionale, il primo passo di quel processo
progressivo che porterà infine gli ex missini nel Popolo della libertà, il
documento proposto ai delegati celebra l’avvento di una «nuova fase storica».
«Il Movimento sociale italiano-Destra nazionale, come tale, ha raggiunto in
pieno gli scopi che si era prefisso: la Prima Repubblica, contro la quale si
era battuto, è crollata sotto i colpi dei giudici ed è stata poi travolta dal
voto degli elettori. Insieme ad essa si chiude la fase storica della Destra di
alternativa al sistema e si apre una fase nuova nella quale la Destra ha il
dovere di partecipare per rinnovare la politica e rifondare lo Stato. In questo
contesto Alleanza nazionale è il primo, vero movimento politico della Seconda
Repubblica».
La genesi di ciò che è andato in seguito sotto il nome di
«postfascismo», l’uscita del vecchio mondo dell’estrema Destra dal ghetto della
nostalgia e da un posizionamento politico anti-sistema, è riconducibile a
questa fase decisiva della recente storia nazionale. Completando l’opera di
normalizzazione della memoria pubblica del Paese, già intrapresa da Bettino
Craxi e Francesco Cossiga, interessati a superare la dicotomia
fascismo/antifascismo che era stata fondativa dell’identità italiana post-1945
e che considerava il conflitto politico e sociale come parte decisiva del
processo democratico, Berlusconi farà del vecchio neofascismo, come della nuova
Destra leghista, gli alleati fondamentali della propria strategia politica.
Ma il ruolo assunto dalla cultura politica dell’estrema Destra
attraverso quella che è stata definita come la lunga «transizione italiana»
degli anni Novanta, termine cui si dovrebbe forse tornare a guardare oggi con
attenzione nel pieno di una ulteriore fase costituente per nuovi equilibri
politici, stavolta fondata sull’emergenza della crisi economica e finanziaria
internazionale, non può essere ridotto a una sorta di revanche sulla Storia da
parte degli sconfitti del ’45. Al centro dell’invenzione politica berlusconiana
c’è infatti la definizione di un nuovo orizzonte, quello di una «Destra
plurale» che contenga al proprio interno tutte le tendenze politiche che si
oppongono alle culture progressiste: dal conservatorismo di matrice economica o
religiosa, fino al neofascismo e alle spinte apertamente identitarie e
xenofobe. In un Paese che dopo il Ventennio della dittatura fascista ha
conosciuto la lunga egemonia democristiana, il Cavaliere crea una Destra che
semplicemente non è mai esistita prima. Non qualcosa che assomigli al
conservatorismo inglese, né al gaullismo francese, né alla tradizione
cristiano-sociale bavarese, ma che sia in grado di contenere tutte queste
tendenze, mescolate con la cultura dei partiti dell’estrema Destra, come il
Msi, e con le spinte del liberismo economico più estremo. La scommessa prima
tentata e infine vinta con la nascita nel 2009 del Pdl, è stata quella di
plasmare un soggetto politico unitario che superasse la dicotomia presente in
Europa tra estrema Destra e mondo conservatore.
Ben prima del «caso Haider», l’ingresso nel 2000 del leader
della Destra liberalnazionale austriaca, che sarebbe poi scomparso nel 2008 in
seguito a un incidente stradale, nel governo di Vienna in una coalizione con i
democristiani locali, l’Italia aveva per questa via rotto il tabù che escludeva
in Europa i nostalgici del passato dai vertici del potere democratico. Non
solo, dopo aver trasformato per sempre il volto della politica italiana, la
«Destra plurale» costruita sotto l’egida del Cavaliere ha contribuito nell’arco
dell’ultimo ventennio a mutare anche gli equilibri e il profilo delle Destre
europee. Mentre i conservatori si misuravano con la sfida dei nuovi partiti
xenofobi, sorti soprattutto in contrapposizione ai fenomeni migratori presenti
in Occidente, che volevano interpretare per questa via la crisi dello Stato
sociale, rivendicando una «preferenza» nazionale o etnica nell’accesso al
welfare – il Front National in Francia, i Republikaner in Germania, il Vlaams
Blok nelle Fiandre, i partiti del Progresso nelle regioni scandinave e via
dicendo – dall’Italia arrivava il segnale che quegli stessi partiti potevano
essere ricondotti nell’ambito di una Destra «normale». L’esempio del
«Centrodestra» del nostro Paese e il peso numerico degli eletti della
coalizione berlusconiana in Europa, hanno così finito per influenzare
fortemente il definirsi del volto attuale dello stesso Partito popolare
europeo. Il Popolo della libertà ha infatti portato gli eredi politici della
Repubblica sociale italiana, i postfascisti e postmissini di Alleanza nazionale
confluiti nella formazione della Destra italiana, tra i democristiani europei,
che hanno finito così per assomigliare sempre meno a quell’idea della politica
continentale immaginata un tempo da Adenauer, De Gasperi e Schuman. Con il
risultato che il Ppe è stato attraversato sempre più frequentemente da spinte
populiste, mentre al suo interno sono confluiti partiti che dalla Danimarca
all’Ungheria e dalla Polonia alla Francia si sono alleati con formazioni
razziste ed estremiste o hanno cercato di recuperarne gli elettori facendo
proprie le pulsioni xenofobe che specie la crisi sta facendo emergere nelle
società europee.
Il punto d’approdo europeo di oggi è, in questo senso,
l’evidente sviluppo di una strategia che si è cominciata a immaginare nel
nostro Paese già a metà degli anni Novanta quando, come ha spiegato lo storico
Roberto Biorcio (La Padania promessa, Il Saggiatore), «la leadership di
Berlusconi ha espresso una sorta di rassicurante “populismo di governo” ricco
di promesse concrete, che si è combinato con il “populismo di protesta”,
diversamente interpretato, della Lega Nord e di Alleanza nazionale».
L’immaginare cosa sarà della Destra italiana dopo Berlusconi è
perciò legato, come le interviste e i ritratti proposti in questo volume ci
invitano a fare, alla «tenuta» o meno di questa costruzione politica e
culturale di lungo corso. Se alcune crepe potranno farsi sempre più evidenti,
ad esempio nel ritorno del movimento leghista a una logica anti-sistema e dai
contorni «indipendentisti», magari sull’esempio di quanto sta nel frattempo
avvenendo in Scozia o in Catalogna, e quindi in una progressiva rottura
dell’alleanza a livello nazionale con il «Centrodestra», è più difficile
immaginare l’evoluzione delle componenti identitarie e postfasciste del Popolo
della libertà.
Resta la possibilità, sulla base degli elementi che ci sono
forniti da Nalbone e Russo Spena, di delineare alcune ipotesi. In primo luogo è
chiaro come proprio le componenti che vengono dall’estrema Destra, sia quelle
di origine missina che quelle provenienti dall’«arcipelago nero» che sono
entrate progressivamente nell’orbita del Pdl, non possono trarre alcun
vantaggio dalla fine della «Destra plurale» berlusconiana che ha consentito
loro di uscire da una lunghissima marginalità politica e di accedere alle
stanze del potere a tutti i livelli della politica e delle istituzioni, dal
governo nazionale alla guida di numerose città e aziende controllate dallo
Stato. La nascita di un eventuale «polo nazionale», talvolta evocata da qualche
esponente dell’ex Alleanza nazionale, potrebbe, in questa prospettiva,
rappresentare solo l’extrema ratio in caso di implosione del Pdl. Più probabile
appare invece l’ipotesi di una battaglia interna, per il controllo del partito
fondato dal Cavaliere, che veda gli ex An schierarsi contro ogni ipotesi di
convergenza centrista con altre formazioni politiche, a partire dal cosiddetto
Terzo polo. Fin qui siamo però sul terreno della «politica politicante», del
braccio di ferro negli organismi dirigenti di partito, delle querelle che la
definitiva uscita di scena di Silvio Berlusconi potrebbe provocare in seno alla
sua creatura politica. Per questa via, e su questo piano, è difficile
immaginare un «ritorno del neofascismo» che rinunci alla patina di moderatismo
e di rispettabilità che ha conquistato, insieme ai dividendi di anni di governo
della Cosa pubblica, lungo l’ultimo ventennio.
Altra cosa è però definire i contorni che «la Destra nazionale»,
a partire dalla sue propaggini radicali e «movimentiste», potrà assumere
all’interno della stagione della crisi, che da finanziaria ed economica si sta
facendo ogni giorno di più anche sociale e politica. Le passioni tristi del
rancore, dell’invidia e della paura che hanno già contribuito, accompagnandosi
al sogno di benessere annunciato dall’uomo di Arcore, a fare le fortune della
Destra nell’Italia degli ultimi due decenni, rischiano di trovare nuovo
alimento nell’inquietudine e nello spaesamento che accompagnano il diffondersi
dei fenomeni di impoverimento e di marginalità sociale. Su questo terreno, come
è già stato nel recente passato con lo sviluppo anche nel nostro Paese di un
«partito della paura» che ha puntato tutto sulla domanda di sicurezza e sul
timore di ogni diversità, la Destra potrà giocare la propria partita ma,
probabilmente, solo al prezzo di perdere per strada una parte di quell’appeal
«moderato» che ha cercato di costruire in tutti questi anni tra strappi con il
passato, rinuncia alla cultura della nostalgia e definizione di una propria
identità in termini plurali. Questo volume racconta come, nell’attesa e
nell’incertezza di dover, o voler, operare una scelta tra queste due tendenze,
il mondo della Destra nazionale abbia continuato a mantenere una propria forte
dialettica interna, nella certezza che, come si ama dire in questo ambiente
riprendendo le parole del creatore de Il signore degli anelli J. R. R. Tolkien,
«le radici profonde non gelano mai». Oggi il rischio non è tanto quello che
torni il Novecento e il Fascismo di un tempo, quanto che la crisi proietti
l’Europa e il nostro Paese in una sorta di «ritorno al futuro» dove l’odio e le
spinte identitarie abbiano il sopravvento su società sempre più indebolite e
impaurite. Per l’Italia è anche questo uno dei possibili scenari del
dopo-Berlusconi.
Guido Caldiron
18/01/2012
Fonte: micromega

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