Il nodo della crisi nella Cgil
Gianni Rinaldini
Coordinatore «La Cgil che vogliamo»
11/01/2012
Le cause della crisi sono scomparse dal confronto politico e
sociale. Sembra che tutto derivi dal debito pubblico di alcuni paesi e non da
disuguaglianze sociali, precarizzazione, sistema finanziario. Il governo Monti
rappresenta una sorta di epilogo della storia politica di questi ultimi
decenni, dove gli aspetti fondamentali del liberismo, del capitalismo
finanziario, sono stati e sono assolutamente egemoni. Siamo al paradosso che la
crisi è usata per portare a compimento lo stesso modello sociale, culturale e
politico che ci ha portato al disastro.
In nome dell'austerità ed equità hanno deciso un'ulteriore redistribuzione della ricchezza verso il profitto e la rendita e, con le«riforme strutturali», la ridefinizione di un assetto sociale e democratico ingiusto e autoritario.
In base ai canoni liberisti abbiamo «il miglior sistema
previdenziale» di tutti i paesi europei: li abbiamo sorpassati tutti con la
riduzione dei pensionamenti e del valore reale delle pensioni oltre i 1.100
euro netti mensili. E per le nuove generazioni la pensione vola a 70 anni con
un sistema contributivo di cui si discute la riduzione dal 33 al 27% dei
contributi, che allargherà tutti gli spazi per lo sviluppo dei fondi
previdenziali, cioè del sistema finanziario. Alla crescita senza precedenti
delle disuguaglianze sociali si risponde con l'affannoso tentativo di creare le
condizioni per rilanciare lo stesso meccanismo.
Mercato, spread, speculazione finanziaria, paradisi fiscali,
sembrano una nuova religione e non il prodotto di scelte politiche e
dell'attività umana che hanno identità precise. L'obiettivo è esplicito:
definire le condizioni per una competizione locale e globale di ogni impresa o
filiera che non può essere soggetta ad alcun vincolo sociale, in una folle
rincorsa alla riduzione della condizione lavorativa a pura merce. Questo è quel
che succede nel paese reale, nell'economia reale, dove alle roboanti
affermazioni di coesione sociale corrisponde il massimo di disgregazione
sociale. Ne deriva la stessa crisi del sindacato che si è cullato nell'idea che
ciò che avveniva a livello politico - la crisi della rappresentanza politica -
non riguardasse la rappresentanza sociale, incapace di ridefinire ruolo e
funzione a fronte della radicalità delle trasformazioni in atto. La stessa Cgil
in questi anni ha inseguito e subìto l'iniziativa degli altri soggetti, dal
governo alla Confindustria agli sindacati, senza mai definire un proprio
progetto e argini invalicabili su cui aprire uno scontro sociale, limitandosi
ad atti di pura testimonianza.
Il collegato Lavoro e l'art. 8 della manovra berlusconiana
che distruggono diritti, tutele e contratti nazionali, sono scomparsi
dall'agenda del confronto con il governo Monti; la Fiat applica quella legge a
86.000 lavoratori e Cisl, Uil e Confindustria firmano, confermando che per loro
l'accordo unitario del 28 giugno 2011 è del tutto compatibile con quella legge;
la Federmeccanica, per tentare di impedire la fuoriuscita di altre aziende
dalla Confindustria, si inventa un semi-clandestino accordo separato per
l'indotto, dove si afferma che a fronte di turnazioni su 6 giorni (fino alla
domenica mattina, o a partire dalla domenica sera) si fanno 120 ore di lavoro
straordinario. Un puro e semplice aumento dell'orario di lavoro, talmente
semi-clandestino che non lo sanno nemmeno i lavoratori interessati. Si
sottoscrivono contratti nazionali unitari che prevedono per le nuove assunzioni
un aumento dell'orario di lavoro rispetto agli altri lavoratori per i primi 4
anni. E poi, un apprendistato che in diversi contratti prevede una retribuzione
iniziale di 650/700 euro mensili, con le assenze per malattia e le condizioni
lavorative diventate oggetto di scambio a fronte del ricatto del posto di
lavoro.
Le molteplici soluzioni aziendali di welfare contrattuale si
configurano sempre di più come risposta difensiva alla riduzione dell'universalità
dello stato sociale. Sul precariato hanno fatto tutto ciò che era previsto dal
piano Maroni del 2001 (allora bloccato dalla iniziativa della Cgil), che oggi
ci consegna una situazione dove l'80% delle assunzioni avviene con contratti
atipici. La precarietà è ormai normale condizione di lavoro e di vita. Per non
parlare della follia di proporre, i sindacati insieme alla Confindustria,
l'inserimento nella Costituzione del pareggio di bilancio, anticipando la
stessa decisione assunta a livello europeo.
L'impatto della recessione su questa situazione sociale è
drammatico. Quando si arriva ad espellere dagli stabilimenti un'organizzazione
sindacale nel silenzio più assoluto, la memoria torna ai periodi più drammatici
della nostra storia. Può veramente succedere di tutto, quando la democrazia, la
libertà e il pluralismo sindacale sono considerati variabili dipendenti del
mercato, delle scelte padronali.
Non ci saranno tempi migliori se non saremo in grado di
mettere in campo un'idea alternativa, un altro punto di vista sull'assetto
sociale e democratico del nostro paese e dell'Europa. Riguarda le forze
politiche, che a fronte della crisi devono tornare a essere espressione di
credibili alternative di società, salvo diventare irrilevanti. Riguarda i movimenti,
che hanno la necessità di un radicamento sociale nei territori, nelle scuole,
nella società, ricostruendo obiettivi definiti democraticamente a partire dalle
esperienze dei beni comuni. Riguarda la rappresentanza sociale, la Cgil, che
deve aprire una fase di mobilitazione e proposte con al centro il lavoro, la
democrazia, il superamento della precarietà: l'agenda non può essere definita
solo dal governo, su queste tre questioni dobbiamo aprire una vertenzialità
diffusa.
La Cgil deve porsi l'obiettivo nei confronti del governo
Monti dell'abolizione dell'art.8 e del ripristino delle norme costituzionali
sulla libertà sindacale.
Nel preannunciato confronto sul Mercato del Lavoro, l'art.
18 non può essere affrontato alla fine, ma bensì all'inizio del negoziato,
perchè se la scelta è quella di superare il dualismo esistente, l'art. 18 va
esteso a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori, i contratti precari vanno
superati riconducendoli alla loro eccezionalità, riassumibile in due-tre
tipologie.
Gli ammortizzatori sociali come sistema di finanziamento e
di copertura delle lavoratrici e lavoratori va esteso a tutte le imprese,
mentre non è eludibile l'introduzione di un reddito minimo, come indicato dal
Parlamento europeo, finanziato dalla fiscalità generale.
Tutto ciò non può prescindere da un aspetto decisivo: quello
del lavoro, di un piano per il lavoro socialmente e ambientalmente compatibile.
Su questa base si deve aprire un confronto dentro e fuori le
organizzazioni sindacali. Quello che non è possibile, che non ci è più
concesso, è l'adeguamento alla inarrestabile quotidianità delle grandi
burocrazie che pensano di gestire alla meno peggio l'esistente, in attesa di un
tempo migliore che non ci sarà.
Coordinatore «La Cgil che vogliamo»

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