1 gennaio 2012

I poteri occidentali sottomessi allo strapotere della finanza speculativa

Dal 2001 al 2011 dieci anni di solitudine


Nel luglio 2011, il movimento per una globalizzazione dal basso sembrava aver toccato l'apice. Seattle e Goteborg avevano già dimostrato come fosse diffusa e radicale l'opposizione a un regime globale in cui si fondevano le dinamiche del capitalismo senza frontiere con quelle neo-imperialistiche dell'occidente. Centinaia di migliaia di persone affrontarono a Genova una repressione ottusa e indiscriminata, che appariva come un colpo di coda di poteri mondiali delegittimati e privi di prospettive. Le immagini dei cosiddetti grandi raccolti a Genova ci comunicano ancora una sensazione di vuotezza mentale e di sconcerto, a partire dalle facce ineffabili di Bush, Blair e Berlusconi.

Gli attentati del 9 settembre 2011 cambiarono radicalmente il quadro. Il mondo consegnò agli Stati Uniti una cambiale in bianco per ripristinare una sovranità mondiale scossa da una decina di fanatici. Oggi, noi sappiamo che la guerra interminabile avviata immediatamente in Afghanistan, e proseguita in Iraq e (di fatto) in Pakistan, ha determinato una crisi dell'impero americano apparentemente irreversibile, e che oggi è manifesta nelle scelte dell'amministrazione Obama, centrate su un'impossibile riparazione dei guasti dovuti al suo predecessore G. W. Bush, e su un improbabile mantenimento al risparmio dell'egemonia Usa nel mondo.

La verità è che i costi della guerra hanno rovinato la finanza pubblica Usa, il cui debito sovrano è uno dei più alti al mondo, forse superiore a quello dello stesso Giappone, se nel bilancio federale si contassero i debiti dei singoli stati e altre voci omesse (come i fondi di sostegno del sistema bancario). Un debito che né l'emissione di moneta, né la "credibilità" dei titoli di stato americani riesce a sanare. È vero che mezzo mondo ha pagato e paga per le guerre americane. Ma questo significa anche che un paese come la Cina, principale creditore, ha indirettamente in mano i destini dell'economia Usa, e quindi sta acquisendo un potere globale di cui la politica estera di Washington non può non tener conto. Nel frattempo, altre potenze economiche stanno venendo alla ribalta, uno sviluppo che dieci anni fa cominciava soltanto a essere percepito. Brasile, India, Russia, Cina e altri minori, la metà della popolazione terrestre, rappresentano di fatto un'alternativa geo-politica all'egemonia Usa (non è affatto un caso che siano proprio questi paesi, insieme alla Germania, ad essersi opposti di fatto all'intervento Nato in Libia).

In questo quadro, l'Europa allargata sconta l'angustia della sua cornice istituzionale (l'Europa delle banche) e il conservatorismo dei suoi ceti dirigenti, ossessionati dalla paura dell'inflazione. Vincolata ai nazionalismi dominanti francese e tedesco, incapace di contrastare una finanza globale ancora saldamente nelle mani americane, ostile a un riconoscimento dei diritti sociali su base continentale, arroccata nella difesa dei confini meridionali e orientali, tollerante dell'immigrazione solo in quanto riserva di lavoro sottopagato, l'Europa non è che un contenitore scricchiolante destinato a implodere in una concorrenza globale sempre più spietata. Fenomeni apparentemente eterogenei come la diffusione dei movimenti xenofobi, Lega in testa, o i rigurgiti neo-imperialistii alla Sarkozy, sono in realtà segnali di un declino che oggi appare difficilmente contrastabile.

La questione centrale è la subordinazione dei poteri occidentali allo strapotere della finanza speculativa, che oggi rappresenta sette o otto volte il volume dell'economia reale mondiale. Il salvataggio delle banche americane voluto da G. W. Bush e continuato da Obama significa semplicemente che nessun potere politico in occidente ha il coraggio o la volontà di contrastare la supremazia del capitale finanziario. È questo che fa le regole per il proprio tornaconto, inventa nuovi meccanismi speculativi (hedge funds, vendite allo scoperto ecc.), non limitandosi alla "normale" compravendita di titoli nel mercato, ma scommettendo sulla solvibilità di stati (debiti sovrani), banche, imprese, amministrazioni locali di tutto il mondo. Al tempo stesso, le valutazioni delle agenzie di rating (Moody's, Fitch, Standard and Poors), emanazioni dirette o indirette del sistema finanziario, determinano il destino di interi paesi influenzando il rendimento dei titoli pubblici e quindi l'entità del loro indebitamento. C'è una documentazione imponente sul ruolo che giganti finanziari come Goldman Sachs hanno svolto nei confronti di un paese come la Grecia, approvando il loro debito con una tripla A, e allo stesso tempo scommettendo sul ribasso dei suoi titoli di stato, e quindi condannandola di fatto al fallimento. Queste banche, che muovono miliardi di dollari, esercitano un'influenza diretta sul ceto politico - una "piovra globale" le ha definite Il New York Times. Consulenti di Goldmann Sachs sono stati l'attuale ministro del tesoro Geithner, Mario Draghi, Mario Monti…

E quindi la politica economica degli stati è oggi largamente nelle mani di uomini che si sono formati nella finanza internazionale (Monti, Draghi, Papademos), da cui proviene la loro legittimazione o credibilità (agli occhi della grande finanza, naturalmente). La logica del sistema bancario (la sua "stabilità", ovvero i suoi profitti) determina le scelte di politica fiscale e sociale. In termini molto semplici, l'indebitamento, su cui speculano le banche o i gestori di fondi come Soros, si scarica sulla spesa sociale. Sono pensionati o pensionabili, lavoratori, precari, possibili fruitori di servizi sociali quelli che pagano per le incalcolabili ricchezze accumulate o sperperate nel giro di pochi minuti dai giganti della finanza. Ricordiamoci di George Soros, un uomo che passa per un benefattore globale. Si dice che nel 1992 determinò la svalutazione della lira del 30% (a cui seguì la cura da cavallo del governo Amato), reinvestendo parte dei profitti nella fondazione di università private nell'est europeo e nel finanziamento delle rivoluzioni arancioni in Ucraina e altrove - gettando le basi, cioè, per un allargamento dell'influenza americana sui resti del traballante impero sovietico. Questo solo esempio, in fondo un caso limitato, dà un'idea del potere della finanza sulla politica e sulla vita degli abitanti del mondo.

La differenza con il 2001, con il movimento per un'altra globalizzazione, è che oggi questi meccanismi d'implicazione globale, sono infinitamente più chiari. La difesa dei formaggi francesi o di micro-economie sostenibili è solo una piccola parte del problema. La bolla speculativa del 2008, basata sulla circolazione di pacchetti finanziari tossici, cioè crediti inesigibili (i cosiddetti subprime) si è infine propagata al resto del mondo, Europa in testa, e oggi si abbatte sul reddito, e quindi sulla vita quotidiana di milioni di persone. Tutto ciò non si legge in opuscoli di militanti incanutiti, ma nelle pagine interne dei quotidiani finanziari. Mai come oggi le previsioni del vecchio Marx sono tranquillamente confermate dagli economisti accademici. Il punto è che ben pochi di loro sono disposti ad andare al cuore del problema, se vogliamo all'intreccio perverso di speculazione, smantellamento dei residui del welfare state e guerra. Lo stesso sistema globale responsabile di tutto questo è, con un paradosso solo apparente, chiamato a risolvere la crisi, come quando Mario Draghi ha approvato il rifinanziamento delle banche europee (ma non dei debiti sovrani).

Movimenti come Occupy Wall Street o i vari indignati rappresentano indubbiamente una consapevolezza acuta della centralità perversa della finanza. Ma come combatterla? Tempo fa circolava una fotografia veramente emblematica. Sul marciapiede davanti alla borsa di New York una fila di manifestanti protestava contro lo strapotere della finanza. Su una terrazza del primo piano, un gruppo di operatori che sembravano usciti di peso da un film di Oliver Stone, si faceva beffe di loro… Analogamente, distruggere un bancomat è un gesto che si può anche capire, quand'è suggerito dall'indignazione o da un moto istintivo di ribellione, ma è meno che patetico, se si pensa che il potere della finanza si esercita sul web o in luoghi che nessun manifestante potrà mai raggiungere.

Ed ecco quindi che una strategia anti-capitalistica globale è tutta da pensare o da ripensare. Sostenendo chi si oppone a New York, certamente. Ma magari cominciando da casa nostra, rompendo quell'agghiacciante unanimismo nazional-partitico che circonda il governo Monti, autoritario nella sua formazione, bancario nello spirito, reazionario nel suo discreto fondamentalismo cattolico, profondamente legato all'intangibilità di un sistema di potere economico che oggi condanna un quarto della popolazione italiana alla povertà e tutti gli altri al grigiore della sopravvivenza.

Alessandro Dal Lago
31/12/2011
www.liberazione.it

1 commento:

Bosso ha detto...

Se le cose stanno così e nessun potere politico mette un freno alle speculazioni di queste finanziarie, la prossima crisi sarà definitiva per l'economia mondiale.
Lascio a voi immaginare le catastrofiche conseguenze.