La vita quotidiana nel paese della bancarotta
Non c’è dubbio, è il
simbolo dell’anno che si conclude. La Grecia è stata la scena principale della
crisi, le vie d’Atene il luogo materiale di manifestazione dei suoi effetti. Le
immagini quotidiane di scontri e disperazione hanno accompagnato le cronache
dei media lungo l’arco di dodici mesi. La crisi greca, però, non si può
raccontare solo con il gergo della finanza, a colpi di spread e derivati. La
Grecia odierna assomiglia a uno specchio in frantumi, a un paese che ha
smarrito l’identità collettiva in ogni angolo della propria vita pubblica, sotto
i colpi di una crisi che ha scosso persino le vite private, le esistenze
individuali. «La parola chiave è depressione», scrive uno dei più acuti
narratori della vicenda greca, Dimitri Deliolanes, giornalista e autore di Come
la Grecia, un libro tra quelli pubblicati nel 2011 da salvare in biblioteca
(edizioni Fandango, pp. 304, euro 16,50). Sulla copertina del volume,
l’immagine eloquente di una cartolina raffigurante il Partenone e ridotta in
brandelli. Un’intera nazione in depressione. «la si coglie, si percepisce in
ogni momento, in ogni luogo, in ogni aspetto della vita dei greci. Negli uffici
pubblici, dove una volta imperversavano statali frustrati e servili verso i
potenti ma strafottenti verso i cittadini, ora regna la paura, l’insicurezza e
la rassegnazione. Nelle imprese private, con il personale ridotto all’osso e
costretto a lavorare fino a notte inoltrata, domina il silenzio del terrore.
Nessuno si azzarda a dire nulla. Lo hanno scoperto perfino gli ispettori del
lavoro, che non sono tutti militanti operaisti di estrema sinistra». Un
rapporto dello scorso gennaio riportava che 50mila lavoratori dipendenti non
avevano ricevuto la tredicesima, ma che solo lo 0,5 per cento lo aveva
denunciato. E non va meglio sul fronte dei contributi: un imprenditore su
quattro non li versa. Un paese bloccato dalla paura, paralizzato da una forza
invisibile che terrorizza tutti. Un paese che potrebbe essere l’oggetto di
studio di una fenomenologia della vita quotidiana in tempo di crisi. «Chi
lavora nel settore privato china la testa, stringe la cinghia, maledice i
politici e trama per mantenere il posto di lavoro. Lo statale è meno angosciato
per il posto di lavoro ma molto più arrabbiato. Molti, i più, hanno dovuto
rinunciare al doppio lavoro (in nero), costretti a farsi vedere finalmente in
ufficio, per lo più con lo stipendio ridotto. E’ un complotto delle
multinazionali, degli interessi stranieri, dei nemici della nazione per mettere
alla gogna Lui, l’umile difensore dello stato. Intanto, addio alla seconda macchina,
alla settimana tutto compreso, a forte rischio il mutuo». Le famiglie greche
sono le più indebitate con le banche in Europa, circa 118 miliardi. I loro
consumi «si sono ridotti drasticamente», del 9,3 per cento da due anni a questa
parte. Ne fa le spese il settore dei vestiti e delle scarpe (meno 52 per
cento), quello dei cosmetici (meno 27 per cento) e dei mobili ed
elettrodomestici (meno quindici per cento). A Natale dello scorso anno i
consumi scesero del 40 per cento, «con una spesa media di 410 euro per
famiglia».
Ma per capire la Grecia bisogna abbandonare le
letture economicistiche della crisi. A essere sconvolte non sono solo i bilanci
dello stato e gli indicatori finanziari, ma anche le strutture sociali
profonde. Anche «il concetto di famiglia sta cambiando vertiginosamente. Nel
2010 abbiamo avuto un rapido aumento dei divorzi e un vero crollo della
natalità». Di recente, il Wall Street Journal ha riportato i dati ufficiali del
ministero greco della Salute secondo i quali vi sarebbe stato un aumento del
40% dei suicidi nei primi cinque mesi del 2011 rispetto allo stesso periodo
dell’anno prima. Uno dei casi più plateali è stato quello di un uomo che si è
dato fuoco davanti a una banca di Salonicco. Altri dati, forniti dai centri di
prevenzione e assistenza, riportano che sono soprattutto uomini di età fra i 35
e i 60 anni, ridotti dalla crisi in uno stato di povertà nel giro di breve
tempo, cui si aggunge anche la perdita del proprio status culturale e del
proprio ruolo sociale. Sta cambiando anche la mappa dei senzatetto ateniesi.
«Fino a poco tempo fa – scrive sempre Deliolanes – erano quasi tutti immigrati,
pensionati soli, ex detenuti, vedove senza reddito. Ora bussano alle porte dei
(pochi) ospizi gestiti dalla Chiesa e dalle organizzazioni non governative
anche laureati, ex manager, ex precari statali. In totale, calcolano le
organizzazioni non governative, sono 50 mila i senza tetto di Atene. La maggior
parte trova rifugio di fortuna letteralmente sotto i ponti». I più colpiti
nell’esistenza quotidiana sono i segmenti estremi delle generazioni. «Durissima
la crisi per i giovani. Li vedi trascorrere le giornate nelle caffetterie,
capelli lunghi e abbigliamento combat rock, consumando pochi caffè (d’estate
frappè) e aspettando chissà cosa». Chi riesce a entrare nell’università – alla
quale si accede in base a un sistema a punti – sa comunque di non avere
prospettive di lavoro. Addio alle «vecchie raccomandazioni», ai «concorsi»,
agli «stage non retribuiti». «Il 61% dei giovani greci dai 18 ai 34 anni vive
con la famiglia, un record europeo». Agli altri rimane solo la fuga all’estero,
lo dicono «sette laureati su dieci». La meta preferita non è più l’Italia come
negli anni Settanta, ma i centri di ricerca negli Usa, in Gran Bretagna o in
Germania, «dove i può incontrare la vecchia generazione di emigrati, quel
milione e mezzo partito con la valigia di cartone e mai più tornato». Oggi,
però. sono i giovani che fuggono, quelli «migliori, con lauree da 110 e lode,
stanchi di aspettare anni per il dottorato o per la specializzazione in
medicina e senza nessuna garanzia di trovare alla fine uno straccio di lavoro».
C’è chi prova a buttarsi nella sperimentazione, nell’informatica, nello
sviluppo di software, nell’editoria elettronica. C’è chi torna alla terra per
fare l’agricoltura biologica – quella tradizionale è vissuta per anni all’ombra
dei contributi europei e non si è diversificata. Sono tentativi intelligenti,
«ma manca il supporto delle banche e devono scontrarsi con un mercato
oligopolistico, che non ama le novità».
Per vedere la depressione «basta fare una
passaggiata lungo il devastto centro di Atene»: gente arrabbiata che «cammina
velocemente per fuggire al proprio destino», donne che restano eleganti «anche
con le scarpe di tre anni fa e la maglietta comprata al mercatino». «Ci sono
continui battibecchi sugli autobus, vere e proprie risse tra automobilisti»,
discussioni accese ovunque, nei caffè, in coda ai negozi, per strada. Aumentano
i piccoli furti per fame nei supermercati, sono riapparsi i ladri di
biciclette. Aumentano anche le richieste a psicoterapeuti, psicologi e
psichiatri. Aumenta l’uso di psicofarmaci. Aumenta, anche, lo sciacallaggio
giornalistico, il viavai di reporter alla ricerca della disperazione
quotidiana, della depressione in salsa trash. E’ la crisi, bellezza.
Tonino Bucci
www.liberazione.it
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