Liberalizzazioni... Quello che non si dice
«Si restituisca a tutti i sudditi di sua maestà, come ai
soldati e ai marinai, la libertà naturale di esercitare qualsiasi tipo di
attività piaccia loro, si abbattano così i privilegi esclusivi delle
Corporazioni e si revochi lo statuto dell'apprendistato, che sono vere
usurpazioni della libertà naturale, e si aggiunga a ciò la revoca delle leggi
sui domicili, in modo che un operaio povero, quando perde un'occupazione in un
mestiere o in un luogo, possa cercarne un'altra in un altro mestiere o in un
altro luogo...» (Adam Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza
delle nazioni, p. 459).
Il padre dell'economia politica moderna, il fondatore del
pensiero economico liberale, mise al centro della sua teoria la lotta alle
Corporazioni, in quanto impedivano lo sviluppo della concorrenza e la crescita
economica di una nazione. Smith era convinto, infatti, che la causa prima della
povertà e della disoccupazione fosse dovuta alla mancanza di un libero mercato
del lavoro, correlata alla presenza di monopoli gestiti dalle corporazioni che
impedivano al capitale il libero accesso alle diverse attività. Le
liberalizzazioni sbandierate dal governo Monti, e osannate dalle
"lenzuolate" di Bersani, sono perfettamente coerenti con la teoria
smithiana, che risale alla fine del XVIII secolo, usando spesso lo stesso
linguaggio e gli stessi ragionamenti.
Anche Marx vedeva nelle Corporazioni un constraint, un
vincolo, allo sviluppo del capitalismo, ma da un'altra angolazione: «Il
capitale denaro formatosi mediante l'usura e il commercio veniva intralciato
nella sua trasformazione in capitale industriale, nelle campagne dalla
costituzione feudale, nelle città dalla costituzione corporativa» (Marx, Il
Capitale, Cap. XXIV, p. 209). E spiegava bene i termini dello scontro sociale
che si registrò in quel periodo: «Le leggi delle Corporazioni impedivano
sistematicamente, limitando all'estremo il numero dei garzoni che potevano
essere impiegati da un singolo maestro artigiano, che questi si trasformasse in
capitalista... La Corporazione respingeva gelosamente ogni usurpazione da parte
del capitale mercantile, l'unica forma libera di capitale che le si
contrapponesse. Il mercante poteva comprare tutte le merci; ma non poteva
comprare il lavoro come merce» (Cap. XII p. 59).
In sintesi, sia Smith che Marx hanno visto nelle
Corporazioni delle arti e mestieri un vincolo allo sviluppo del capitalismo.
Con la differenza che Marx, che certo non difendeva le istituzioni feudali,
aveva colto la vera natura dello scontro: la mercificazione del lavoro,
l'espansione della sfera di influenza del capitale, un ruolo rilevante nella
fase dell'accumulazione originaria del capitale. Non di certo uno strumento per
combattere la povertà o la disoccupazione. Anzi, questo processo comportava una
crescita della proletarizzazione che investiva i lavoratori autonomi, gli artigiani
e i contadini.
Che senso ha oggi propagandare le liberalizzazioni come
strumento per la crescita economica e di lotta alla disoccupazione? Vediamo
alcuni esempi in concreto. Se si liberalizza il mestiere del taxista è vero che
si produrrebbe una maggiore concorrenza, e quindi un abbassamento dei prezzi,
ma questo è un effetto solo di breve periodo.
Nel medio periodo, chi possiede capitali adeguati può
acquistare un centinaio di auto, adibirle a taxi e pagare a cottimo dei
giovani, magari immigrati, che lavoreranno senza tregua pur di raggiungere un
minimo di salario, con tutte le conseguenze del caso in termini di sicurezza e
qualità del servizio. Così avverrà anche a livello di mezzi di trasporto locale
(ferrovie, bus, ecc). La liberalizzazione/privatizzazione di questo settore è
già stata sperimentata in altri paesi con conseguenze nefaste.
Vorrei qui ricordare il caso del Cile di Pinochet, quando
alla fine degli anni '70 del secolo scorso venne privatizzato il trasporto
locale a Santiago. I conducenti dei Micro (come venivano chiamati gli autobus
nella capitale cilena), essendo pagati a cottimo, quindi a chilometri
effettuati durante la giornata, correvano come pazzi: stanchi, assonnati e
stressati, erano diventati un incubo per i pedoni.
E la liberalizzazione nella vendita dei farmaci in Cile non
l'ho mai dimenticata. Vedere le vetrine delle farmacie offrire «due scatole di
antibiotico al prezzo di una» era veramente deprimente, quanto l'avere
eliminato l'obbligo alla dichiarazione della composizione delle bevande
gassate, ed altri prodotti alimentari, in nome di una libertà assoluta del
mercato.
Per non parlare delle grandi
liberalizzazioni/privatizzazioni che interessano settori strategici (come
l'energia) e che, come dimostra l'esperienza, da monopoli parastatali si
trasformano in oligopoli privati che presto convergono in strategie di
cartello, come avviene da anni in tutti i paesi che ci hanno preceduto nelle
cosiddette liberalizzazioni.
È chiaro che non bisogna fare di tutta l'erba un fascio. Per
esempio, i notai sono notoriamente una categoria privilegiata, ma anche tra i
pochi professionisti che non evadono le imposte. Il loro numero è davvero
esiguo: 5 mila notai per 60 milioni di abitanti! In questo caso, basterebbe
semplicemente raddoppiare il numero e si creerebbero 5 mila nuovi posti di
lavoro per i laureati in giurisprudenza. Al contrario, la linea del governo è
prevalentemente quella di trasformare le professioni liberali in aziende
capitalistiche, sul modello nordamericano dei megastudi che assumono come
salariati centinaia di ingegneri, avvocati, commercialisti ecc..
Nessuno ha mai pensato solo per un attimo di liberalizzare
le droghe leggere, un vero e proprio tabù nel nostro paese, e non solo. Dalle
stime che conosciamo, ogni anno si spendono nel nostro paese qualcosa come 70
miliardi per le droghe, di cui circa 20 solo per la marijuana. Se si
legalizzasse, lo Stato potrebbe applicare una tassa rilevante che porterebbe
nelle sue casse non meno di 7-8 miliardi l'anno. Se lo stesso procedimento si
applicasse alla cocaina, per lo Stato le entrate potrebbero oscillare tra 12 e
15 miliardi l'anno. Invece con perfetta ipocrisia si continua a blaterare di
lotta alle droghe, mentre i consumatori rimangono stabili o, per qualche tipo
di droga, addirittura crescono. E mafia, camorra e 'ndrangheta ringraziano. Il
loro potere economico - secondo il volume Prodotto interno Mafia di Serena
Danna - è pari a 140 miliardi, e continua a crescere e ad avvelenare l'economia
e le istituzioni. Sarebbe l'unica liberalizzazione veramente urgente e con
effetti positivi sull'economia, il bilancio dello Stato e la società. Ma guai a
parlarne: si rischia il reato di istigazione a delinquere.
Continuiamo a pensare che viviamo ancora nella fase dell'accumulazione
originaria del capitalismo che ha bisogno di conquistare altri spazi e altre
vite, portando a tutti benessere e felicità. Forse una linea netta di
demarcazione tra destra e sinistra nel nuovo secolo passa proprio da qui: tra
chi considera che il modo di produzione capitalistico abbia ancora un ruolo
positivo da svolgere e chi considera esaurito il suo ruolo progressista e pensa
che bisognerebbe procedere ad un deciso processo di de-mercificazione, per
salvare la società ed il patrimonio naturale e culturale che abbiamo ereditato.
Tertium non datur.
Tonino Perna
12/01/2012

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