Dalle piazze del ’68 alla restaurazione drammatica dei
nostri giorni: regnano le vecchie mani e i poteri di sempre
Il “Time” ha
proclamato uomo dell’anno The protester, il contestatore. Tali sono gli sdegnati
che in gran parte del mondo scendono in piazza contro le ingiustizie e le
disuguaglianze tanto sperticate da inficiare la democrazia in alcuni casi, in
altri da negarla. Queste persone non si lasciano irreggimentare da alcun
partito e sono difficilmente strumentalizzabili dall’apparato statale: sanno
infatti che i partiti tendono a portare i cervelli degli uomini all’ammasso per
i loro fini. “Un partito, qualsiasi partito- scrive Orwell in 1984- è come una
di quelle macchine che tengono i macellai per macinare la carne: schiaccia e
trita e fa polpette di tutte le teste. I programmi dei partiti, di tutti i
partiti, soffocano ogni verità, le verità pulsanti di vita e di giovinezza”.
I motivi del disagio, anche questo globale, sono tanti e
vari, ma forse quelli prevalenti e comuni a tutti, “motivi chiave” si
potrebbero chiamare, sono l’indigenza materiale e la prepotenza dei governi,
uno strapotere che va dalla tirannide palese a forme camuffate di ristretta
oligarchia. Nel ’68 ci ribellavamo all’autoritarismo familiare, scolastico,
statale, alla repressione sessuale e a un conformismo arretrato rispetto allo
sviluppo economico. In seguito lo stile di vita diventò meno inamidato, più
libero e sciolto, non senza nuovi conformismi a dire il vero. Molte regole
caddero in disuso, diventò “in” la sregolatezza. Tutte novità che poi sono
state recuperate dal mercato, sregolato infatti, e piegate alle esigenze del
profitto.
Il duro autoritarismo del presessantotto però non è più
tornato, anche perché l’autorità in molti paesi si è sempre più
spersonalizzata, divenendo qualche cosa di nascosto e misterioso, come nel
romanzo Il castello di Kafka. Qual è il volto delle lobby che ora impediscono
le liberalizzazioni? Intanto la cultura è scemata e la gente si è impoverita.
Il deficit culturale ha portato con sé una diminuzione progressiva dello
spirito critico e della capacità di reagire ai soprusi. Ma quando questi
diventano troppo pesanti, quando la carenza di beni provoca la fame e la
miseria, allora si scatena la rabbia e il furore dei poveri.
La gente digiuna non ha paura di scendere in piazza. Per
questo i Cesari nutrivano la plebe romana con il pane e i circensi. Negli
ultimi decenni gli spettacoli ingannevoli e volgari orditi per irretire la
massa, dal grande fratello in giù, non sono mancati, ma ora è decisiva la
povertà, già attuale per tanti e minacciosa per i più. Chi sente il freddo e la
fame, non vuole ascoltare più le chiacchiere e le fandonie degli imbonitori.
Le avanguardie, formate da intellettuali e da giovani, sono
disgustate dalle menzogne e , mi si passi l’ossimoro, dall’impotenza del potere
apparente.
Chi davvero comanda sono le banche, i mercati, le lobby,
secondo una logica del profitto del tutto indifferente all’umanità degli uomini
che è una tautologia, eppure risulta incomprensibile all’avidità antiumana
degli speculatori senza volto e senza cuore. A questo proposito: tante persone
scontente, sentono anche il bisogno di una maggiore moralità, e contestano
l’egoismo, l’indifferenza e addirittura l’inimicizia dell’uomo per l’uomo
impartita dal culto del denaro, della borsa, del pil. Non è un caso che in
questi giorni nelle migliori sale cinematografiche siano proiettati, e molto
visti, tre film che celebrano la generosità di persone buone: Miracolo a le
Havre, Le nevi del Kilimanjaro e The artist.
Tutti e tre raccontano storie di solidarietà umana, un
valore che l’egoismo degli speculatori aveva messo in soffitta.
Giovanni Ghiselli
19-12-2011

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