19 dicembre 2011

Tutte novità di quegli anni che cambiarono nel profondo l'Italia sono state recuperate dal mercato e piegate alle esigenze del profitto di pochi, come prima del 68/69

Dalle piazze del ’68 alla restaurazione drammatica dei nostri giorni: regnano le vecchie mani e i poteri di sempre
 Il “Time” ha proclamato uomo dell’anno The protester, il contestatore. Tali sono gli sdegnati che in gran parte del mondo scendono in piazza contro le ingiustizie e le disuguaglianze tanto sperticate da inficiare la democrazia in alcuni casi, in altri da negarla. Queste persone non si lasciano irreggimentare da alcun partito e sono difficilmente strumentalizzabili dall’apparato statale: sanno infatti che i partiti tendono a portare i cervelli degli uomini all’ammasso per i loro fini. “Un partito, qualsiasi partito- scrive Orwell in 1984- è come una di quelle macchine che tengono i macellai per macinare la carne: schiaccia e trita e fa polpette di tutte le teste. I programmi dei partiti, di tutti i partiti, soffocano ogni verità, le verità pulsanti di vita e di giovinezza”.

I motivi del disagio, anche questo globale, sono tanti e vari, ma forse quelli prevalenti e comuni a tutti, “motivi chiave” si potrebbero chiamare, sono l’indigenza materiale e la prepotenza dei governi, uno strapotere che va dalla tirannide palese a forme camuffate di ristretta oligarchia. Nel ’68 ci ribellavamo all’autoritarismo familiare, scolastico, statale, alla repressione sessuale e a un conformismo arretrato rispetto allo sviluppo economico. In seguito lo stile di vita diventò meno inamidato, più libero e sciolto, non senza nuovi conformismi a dire il vero. Molte regole caddero in disuso, diventò “in” la sregolatezza. Tutte novità che poi sono state recuperate dal mercato, sregolato infatti, e piegate alle esigenze del profitto.

Il duro autoritarismo del presessantotto però non è più tornato, anche perché l’autorità in molti paesi si è sempre più spersonalizzata, divenendo qualche cosa di nascosto e misterioso, come nel romanzo Il castello di Kafka. Qual è il volto delle lobby che ora impediscono le liberalizzazioni? Intanto la cultura è scemata e la gente si è impoverita. Il deficit culturale ha portato con sé una diminuzione progressiva dello spirito critico e della capacità di reagire ai soprusi. Ma quando questi diventano troppo pesanti, quando la carenza di beni provoca la fame e la miseria, allora si scatena la rabbia e il furore dei poveri.

La gente digiuna non ha paura di scendere in piazza. Per questo i Cesari nutrivano la plebe romana con il pane e i circensi. Negli ultimi decenni gli spettacoli ingannevoli e volgari orditi per irretire la massa, dal grande fratello in giù, non sono mancati, ma ora è decisiva la povertà, già attuale per tanti e minacciosa per i più. Chi sente il freddo e la fame, non vuole ascoltare più le chiacchiere e le fandonie degli imbonitori.

Le avanguardie, formate da intellettuali e da giovani, sono disgustate dalle menzogne e , mi si passi l’ossimoro, dall’impotenza del potere apparente.

Chi davvero comanda sono le banche, i mercati, le lobby, secondo una logica del profitto del tutto indifferente all’umanità degli uomini che è una tautologia, eppure risulta incomprensibile all’avidità antiumana degli speculatori senza volto e senza cuore. A questo proposito: tante persone scontente, sentono anche il bisogno di una maggiore moralità, e contestano l’egoismo, l’indifferenza e addirittura l’inimicizia dell’uomo per l’uomo impartita dal culto del denaro, della borsa, del pil. Non è un caso che in questi giorni nelle migliori sale cinematografiche siano proiettati, e molto visti, tre film che celebrano la generosità di persone buone: Miracolo a le Havre, Le nevi del Kilimanjaro e The artist.

Tutti e tre raccontano storie di solidarietà umana, un valore che l’egoismo degli speculatori aveva messo in soffitta.

Giovanni Ghiselli
19-12-2011

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