3 dicembre 2011

Le confederazioni sindacali considerano gli interventi sulle pensioni negativi ma al momento si limitano a criticarle, non hanno proclamato nemmeno lo stato di agitazione degli occupati, dei disoccupati, dei pensionati. Urge lo sciopero generale per fermare il massacro sociale.

Il pensionato che non c’è più
Il governo Monti vuole eliminare il diritto a pensionarsi con 40 anni di contributi e aumentare l’età per uomini e donne a 70 anni in tempi brevi. Vuole applicare a tutti il sistema di calcolo retributivo che provocherà una forte diminuzione dei futuri assegni pensionistici. Non rivaluterà già dal 2012 gli assegni pensionistici in base agli indici Istat pur in presenza di un amento del costo della vita di molto superiore al 3,4% rilevato. Sono 10 i miliardi che verranno prelevati dalle pensioni e ciò sarebbe equo in quanto circa 200 parlamentari od ex dovranno ritardare di qualche mese a fruire del vitalizio.

 Per Monti è iniquo che ci siano ancora dei lavoratori che maturano pensioni pari al 70/80% del salario percepito negli ultimi anni di lavoro e che possono pensionarsi dopo 40 anni di lavoro stante la grande massa di lavoratori e lavoratrici precari che matureranno pensioni modestissime o ne saranno privi. Per Monti è iniquo che ci siano ancora milioni di lavoratori che le aziende non possono licenziare a loro piacimento mentre ce ne sono tanti che non hanno nessuna garanzia. Per Monti è iniquo che ci sia un contratto nazionale che garantisce il posto di lavoro, orari, ritmi, qualifiche, mansioni e persino misure per rendere più sicuro e meno nocivo il lavoro dato che attraverso le forme contrattuali atipiche milioni di lavoratori sono privi di tutele.

 Per salvare l’economia italiana e liberarla dalle iniquità, vogliono abolire lo statuto dei lavoratori, archiviare il contratto nazionale di lavoro, rendere povera ed incerta per tutti la pensione. Per lor signori “riforme ed equità” significano ricacciare indietro di un secolo le lavoratrici e i lavoratori.

 Il sistema pensionistico su cui ci sono stati interventi ripetuti dal 1992 (governo Amato) è stato indebolito ma non è stato smantellato e mantiene la sua natura pubblica e elementi non secondari di solidarietà. La madre delle riforme fu varata nel 1995 (governo Dini) con l’appoggio dei sindacati confederali e l’unica forza politica che si oppose fu Rifondazione Comunista. La legge Dini avviò l’allungamento dell’età per il diritto alla pensione, cambiò il sistema di calcolo ed il conseguente superamento di un minimo, incentivò le pensioni integrative. Dopo il 1995 ogni governo è intervenuto ed ha peggiorato qualche norma.

 Quali sono le vere iniquità presenti nel sistema pensionistico? La prima è la confisca, da parte dello Stato, dell’attivo dell’Inps che negli ultimi anni è stato sempre superiore ai cinque miliardi l’anno, mentre 8 milioni di anziani percepiscono meno di 700 euro al mese.

 Non è equo e morale che con l’attivo del fondo dei lavoratori parasubordinati e dei lavoratori dipendenti si copra il deficit (circa 9 miliardi annui) del fondo degli artigiani, coltivatori, commercianti che versano una aliquota contributiva del 21% mentre gli altri lavoratori versano il 33%.

 Grida vendetta che i lavoratori dipendenti ed i parasubordinati coprano per circa due miliardi il deficit del fondo dirigenti di azienda che percepiscono (in media) più di 50.000 euro l’anno di pensione a fronte degli 11.000 dei lavoratori dipendenti e che sanino anche il pesante deficit del fondo clero mentre il Vaticano fa man bassa dell’8 per mille, riceve incentivi dallo stato e dagli enti locali e non paga le tasse.

 Si deve sapere che l’Inps è in attivo ed i suoi conti, certificati anche dalle autorità europee, sono in equilibrio almeno fino al 2060. Gli interventi sulle pensioni sono da un lato finalizzati a far cassa in modo facile e sulla pelle di chi ha pagato le tasse e lavorato una vita intera e dall’altro a far diventare la pensione pubblica una sorta di assistenza sganciandola dal rapporto di lavoro.

 Fino ai primi anni ’80 del secolo scorso la parola Riforma per il mondo del lavoro e per la società significava nuovi diritti, progresso. Ne ricordo per memoria alcune: lo statuto dei lavoratori che con il “famigerato” articolo 18 vieta i licenziamenti arbitrari; la legge sulle pensioni (1969) che istituisce il minimo garantito, la pensione di anzianità, un sistema di calcolo che garantiva dopo 40 anni di contributi l’80% della media del salario percepito negli ultimi anni di lavoro; la legge sulla sanità (1978) che fa della salute un diritto di cittadinanza indipendentemente dal reddito ed il diritto a trattamenti (prevenzione, cura, riabilitazione) uguali per tutti. Dopo gli anni Ottanta le “riforme” hanno invece significato perdita di diritti come la scala mobile, il ridimensionamento della sanità e delle pensioni, colpite nella loro natura pubblica, solidale, universale per non parlare della scuola e dell’università.

 Le confederazioni sindacali considerano gli interventi sulle pensioni negativi ma al momento si limitano a criticarle, non hanno proclamato nemmeno lo stato di agitazione degli occupati, dei disoccupati, dei pensionati. Urge lo sciopero generale per fermare il massacro sociale.

La vera equità

 Noi comunisti siamo da anni portatori di proposte per riformare il sistema pensionistico, per garantire a lavoratori e lavoratrici una vecchiaia serena e dignitosa. Le nostre proposte assicurano la sostenibilità economica del sistema e riconnettono il lavoro con le pensioni ed il rapporto tra anziani e giovani, tra occupati e disoccupati.

 Un minimo di mille euro al mese di pensione (rivalutabili nel tempo) per garantire quei lavoratori e lavoratrici che hanno percorsi lavorativi accidentati ed incerti ed un massimo mensile di 5.000 euro non cumulabili con vitalizi ed altre diavolerie.

 Regole (diritti e doveri) eguali per tutti i lavoratori e lavoratrici del settore privato e pubblico, autonomo e professionale: quindi stessi versamenti di contributi, stessa età per il diritto alla pensione, stessi sistemi di calcolo. Unificazione nell’Inps di tutti gli Enti previdenziali e casse pensionistiche dei professionisti con conseguente risparmio di circa quattro miliardi di euro l’anno. Ogni comparto (lavoro dipendente – lavoro autonomo – lavoro professionale) deve garantire l’equilibrio del proprio fondo.

 Un fondo pensione integrativo gestito dall’Inps in cui confluiscano gli attuali fondi pensione. L’adesione deve essere libera. Alle quote di salario (il Tfr è salario) e alle quote di risparmio versate, va garantito un rendimento minimo ed in ogni caso il capitale versato. In questo ultimo anno i mercati finanziari si stanno mangiando i versamenti spesso sfarzosi di quel 25% di lavoratori e lavoratrici che hanno aderito ai fondi pensione.

 L’età per il diritto alla pensione non può essere legata solo alla speranza di vita, tra l’altro non dei lavoratori ma della popolazione. Non solo, va fatto un ragionamento sul lavoro svolto durante la vita anche se il lavoro per la quasi totalità dei lavoratori dipendenti è pesante, stressante, alienante, ma ci sono attività lavorative particolarmente logoranti: in campagna, nei cantieri edili, negli altoforni, nelle catene di montaggio….ma anche negli asili. L’età per la pensione non può essere legata solo alla speranza di vita ma agli anni di lavoro ed alla sua tipologia. In ogni caso dopo 40 anni di lavoro si deve aver diritto alla pensione.

 L’evasione contributiva diventi reato penale. Si deve abbattere una evasione pari a circa 30 miliardi l’anno. L’Inps vanta ben 28 miliardi di crediti definiti con le aziende per contribuzioni arretrate di cui negligentemente non sta rientrando in possesso.

 Eccolo qui: un sistema pensionistico pubblico solido, equo, solidale, universale.


Sante Moretti
3/12/2011

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Sono pienamente d'accrodo con quanto dite ed inoltre penso che è ora di finarla di fare cassa in modo facile fregando la gente che ha lavorato e pagato per 40 anni.

Franco Cilenti ha detto...

Non la finiranno perchè questa è la loro natura: forti con i deboli e deboli con i forti. Da Berlusocni a Monti, governi complici della devastazione di ogni diritto elementare.