30 dicembre 2011

Il vero riformismo nei confronti dell'Europa di Maastricht è rappresentato dalla tassazione vera dei patrimoni e dei movimenti finanziari; dalle normative di controllo della circolazione dei capitali; dalla nazionalizzazione delle banche; dai referendum europei come abbozzo di partecipazione democratica

L'alternativa non può ridursi a populismo o liberismo

Il presidente Napolitano, lo abbiamo scritto più volte, è il grande regista dell'operazione "Monti", il "governo tecnico"più politico che ci sia.La sua operazione politica si sta, ora,arricchendo di considerazioni di ampio respiro. E' importante lo scritto di ieri per la rivista "Reset", dedicato alle sfide che sono davanti all'Europa. Su un punto sono d'accordo con il presidente quando, rispondendo all'interrogativo sul perché la politica europea non riesca ad esprimere un gruppo dirigente all'altezza della attuale crisi, come accadde nel dopoguerra, cita lo storico Tony Judt che, nel volume «Guasto è il mondo», conclude la sua riflessione sul tema con queste parole: «Politicamente parlando, la nostra è un'epoca di pigmei». I quali, aggiungo io, non sanno e non vogliono salire sulle spalle dei giganti, cioè di Marx, dei marxisti, dei critici del liberismo e dei processi di valorizzazione del capitale, dei rapporti sociali che essi generano. Mi permetto, in questo breve articolo, solo due osservazioni. Non concordo con Napolitano sul fatto che, «all'indomani del grande mutamento del 1989», operò in modo possente una classe politica europea «formatasi nell'esperienza comunitaria in modo da trarne capacità di visione e padronanza istituzionale», da cui scaturirono il trattato di Maastricht e la scelta della moneta unica. L'analisi storica del capitalismo finanziario, dalla crisi del fordismo e del sistema monetario di Bretton Woods, fino all'attuale devastante crisi dei debiti pubblici indotta dalle politiche della Bce, mi pare dimostri, invece, quanto errata fosse l'analisi economica che era alla base di Maastricht e quanto socialmente distruttive fossero le ricette monetariste e liberiste. La crisi di oggi nasce proprio dal «divenire rendita dei profitti», come scrive Marazzi, «quel processo che dalla crisi del subprime del 2007 alla crisi dell'euro di oggi sta svelando la fragilità del sistema bancario mondiale e la ricerca disperata di misure politiche, istituzionali e soprattutto sociali volte a salvare il potere dei mercati finanziari». E' da qui che nasce in noi l'esigenza di lanciare la sfida di un'Europa "altra" rispetto alle oligarchie tecnocratiche, non chiusa nei nazionalismi e nei protezionismi, ma che guarda ad un orizzonte sopranazionale di progetti e conflitti per rompere la trappola del debito, che schiaccia i redditi sociali e frantuma i beni comuni.

L'orizzonte del presidente Napolitano sembra ridurre le alternanze politiche alla dialettica tra destra populista e destra liberista, tra Berlusconi e Monti, escludendo ogni alternativa, non solo di sistema, ma anche riformista. A questo proposito scrive Napolitano: «La guerra fredda generò dogmatismi che resero difficile alla sinistra distinguere le verità del liberismo einaudiano e dell'approccio ideale e politico liberale… Da un lato, quindi, occorre fare più che mai i conti con la realtà del mercato, e quindi del ruolo, già d'altronde ampiamente riconosciuto, che spetta all'iniziativa e all'impresa privata, con le sue esigenze di libertà, di affrancamento da vincoli che ne comprimano la competitività, e, dall'altro, c'è la valorizzazione di altre essenziali componenti di una visione liberale come fu quella di Einaudi». Qui il riformismo, con un rovesciamento semantico, viene tutto assorbito in una sorta di conservatorismo temperato, che sussume in sé ogni riformismo di matrice socialista. Come scrive Gramsci nei "Quaderni", in una siffatta visione, il riformismo indica non più l'evolversi del processo dialettico «rivoluzione/restaurazione», ma il momento nel quale «solo il secondo termine è valido». Cade, in definitiva, ogni sforzo di analisi del modo di produzione e delle soggettività. Il vero riformismo nei confronti dell'Europa di Maastricht, io credo, non è, invece, l'accettazione dell'assolutismo neoliberista, ma proposte quali la tassazione vera dei patrimoni e dei movimenti finanziari; normative di controllo della circolazione dei capitali; nazionalizzazione delle banche; referendum europei come abbozzo di partecipazione democratica. E' bene che anche il centrosinistra la smetta con la falsa coscienza.

 
Giovanni Russo Spena
30/12/2011
editoriale di Liberazione
www.liberazione.it

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