Come gli Agnelli hanno rapinato l'Italia lungo un
intero secolo
Maria Rosa Calderoni
Gioanin lamiera, come scherzosamente gli operai chiamavano
l'Avvocato, ha succhiato di brutto; ma prima di lui ha succhiato suo padre; e
prima di suo padre, suo nonno Giovanni. Giovanni Agnelli Il Fondatore. Hanno
succhiato dallo Stato, cioè da tutti noi. E' una storia della Fiat a suo modo
spettacolare e violenta, tipo rapina del secolo, questa che si può raccontare -
alla luce dell'ultimo blitz di Marchionne - tutta e completamente proprio in
chiave di scandaloso salasso di denaro pubblico. Un salasso che dura da
cent'anni. Partiamo dai giorni che corrono. Per esempio da Termini Imerese, lo
stabilimento ormai giunto al drammatico epilogo (fabbrica chiusa e operai sul
lastrico fuori dai cancelli). Costruito su terreni regalati dalla Regione
Sicilia, nel 1970 inizia con 350 dipendenti e 700 miliardi di investimento. Dei
quali almeno il 40 per cento è denaro pubblico graziosamente trasferito al
signor Agnelli, a vario titolo. La fabbrica di Termini Imerese arriva a
superare i 4000 posti di lavoro, ma ancora per grazia ricevuta: non meno di 7
miliardi di euro sborsati pro Fiat dal solito Stato magnanimo nel giro degli
anni. Agnelli costa caro. Calcoli che non peccano per eccesso, parlano di 220
mila miliardi di lire, insomma 100 miliardi di euro (a tutt'oggi), transitati
dalle casse pubbliche alla creatura di Agnelli. Nel suo libro -
"Licenziare i padroni?", Feltrinelli - Massimo Mucchetti fa alcuni
conti aggiornati: «Nell'ultimo decennio il sostegno pubblico alla Fiat è stato
ingente. L'aiuto più cospicuo, pari a 6059 miliardi di lire, deriva dal
contributo in conto capitale e in conto interessi ricevuti a titolo di
incentivo per gli investimenti nel Mezzogiorno in base al contratto di
programma stipulato col governo nel 1988». Nero su bianco, tutto
"regolare". Tutto alla luce del sole. «Sono gli aiuti ricevuti per
gli stabilimenti di Melfi, in Basilicata, e di Pratola Serra, in Campania». A
concorrere alla favolosa cifra di 100 miliardi, entrano in gioco varie voci,
sotto forma di decreti, leggi, "piani di sviluppo" così chiamati. Per
esempio, appunto a Melfi e in Campania, il gruppo Agnelli ha potuto godere di
graziosissima nonché decennale esenzione dell'imposta sul reddito prevista ad
hoc per le imprese del Meridione. E una provvidenziale legge n.488 (sempre in
chiave "meridionalistica") in soli quattro anni, 1996-2000, ha
convogliato nelle casse Fiat altri 328 miliardi di lire, questa volta sotto la
voce "conto capitale". Un bel regalino, almeno 800 miliardi, è anche
quello fatto da tal Prodi nel 1997 con la legge - allestita a misura di casa
Agnelli, detentrice all'epoca del 40% del mercato - sulla rottamazione delle
auto. Per non parlare dell'Alfa Romeo, fatta recapitare direttamente
all'indirizzo dell'Avvocato come pacco-dono, omaggio sempre di tal Prodi.
Sempre secondo i calcoli di Mucchetti, solo negli anni Novanta lo Stato ha
versato al gruppo Fiat 10 mila miliardi di lire. Un costo altisssimo è poi quello
che va sotto la voce"ammortizzatori sociali", un frutto della oculata
politica aziendale (il collaudato stile "privatizzazione degli utili e
socializzazione delle perdite"): cassa integrazione, pre-pensionamenti,
indennità di mobilità sia breve che lunga, incentivi di vario tipo. «Negli
ultimi dieci anni le principali società italiane del gruppo Fiat hanno fatto
147,4 milioni di ore di cassa integrazione - scrive sempre Mucchetti nel libro
citato - Se assumiamo un orario annuo per dipendente di 1.920 ore, l'uso della
cassa integrazione equivale a un anno di lavoro di 76.770 dipendenti. E se
calcoliamo in 16 milioni annui la quota dell'integrazione salariale a carico
dello Stato nel periodo 1991-2000, l'onere complessivo per le casse pubbliche
risulta di 1228 miliardi». Grazie, non è abbastanza. Infatti, «di altri 700
miliardi è il costo del prepensionamento di 6.600 dipendenti avvenuto nel 1994:
e atri 300 miliardi se ne sono andati per le indennità di 5.200 lavoratori
messi in mobilità nel periodo». Non sono che esempi. Ma il conto tra chi ha
dato e chi ha preso si chiude sempre a favore della casa torinese. Ab initio.
In un lungo studio pubblicato su "Proteo", Vladimiro Giacché traccia
un illuminante profilo della storia (rapina) Fiat, dagli esordi ad oggi, sotto
l'appropriato titolo"Cent'anni di improntitudine. Ascesa e caduta della
Fiat". Nel 1911, la appena avviata industria di Giovanni Agnelli è già
balzata, con la tempestiva costruzione di motori per navi e sopratutto di
autocarri, «a lucrare buone commesse da parte dello Stato in occasione della
guerra di Libia». Non senza aver introdotto, già l'anno dopo, 1912, «il primo
utilizzo della catena di montaggio», sulle orme del redditizio taylorismo. E
non senza aver subito imposto un contratto di lavoro fortemente peggiorativo;
messo al bando gli "scioperi impulsivi"; e tentato di annullare le
competenze delle Commissioni interne. «Soltanto a seguito di uno sciopero
durato 93 giorni, la Fiom otterrà il diritto di rappresentanza e il riconoscimento
della contrattazione collettiva» (anno 1913). Anche il gran macello umano
meglio noto come Prima guerra mondiale è un fantastico affare per l'industria
di Giovanni Agnelli, volenterosamente schierata sul fronte dell'interventismo.
I profitti (anzi, i "sovraprofitti di guerra", come si disse
all'epoca) furono altissimi: i suoi utili di bilancio aumentarono dell'80 per
cento, il suo capitale passò dai 17 milioni del 1914 ai 200 del 1919 e il
numero degli operai raddoppiò, arrivando a 40 mila. «Alla loro disciplina, ci
pensavano le autorità militari, con la sospensione degli scioperi, l'invio al
fronte in caso di infrazioni disciplinari e l'applicazione della legge
marziale». E quando viene Mussolini, la Fiat (come gli altri gruppi industriali
del resto) fa la sua parte. Nel maggio del '22 un collaborativo Agnelli batte
le mani al "Programma economico del Partito Fascista"; nel '23 è
nominato senatore da Mussolini medesimo; nel '24 approva il "listone"
e non lesina finanziamenti agli squadristi. Ma non certo gratis. In cambio,
anzi, riceve moltissimo. «Le politiche protezionistiche costituirono uno scudo
efficace contro l'importazione di auto straniere, in particolare americane».
Per dire, il regime doganale, tutto pro Fiat, nel 1926 prevedeva un dazio del
62% sul valore delle automobili straniere; nel '31 arrivò ad essere del 100%;
«e infine si giunse a vietare l'importazione e l'uso in Italia di automobili di
fabbricazione estera». Autarchia patriottica tutta ed esclusivamente in nome
dei profitti Fiat. Nel frattempo, beninteso, si scioglievano le Commissioni
interne, si diminuivano per legge i salari e in Fiat entrava il "sistema
Bedaux", cioè il "controllo cronometrico del lavoro": ottimo per
l'intensificazione dei ritmi e ia congrua riduzione dei cottimi. Mussolini, per
la Fiat, fu un vero uomo della Provvidenza. E' infatti sempre grazie alla
aggressione fascista contro l'Etiopia, che la nuova guerra porta commesse e
gran soldi nelle sue casse: il fatturato in un solo anno passa da 750 milioni a
1 miliardo e 400 milioni, mentre la manodopera sale a 50 mila. «Una parte dei
profitti derivanti dalla guerra d'Etiopia - scrive Giacché - fu impiegata
(anche per eludere il fisco) per comprare i terreni dove sarebbe stato
costruito il nuovo stabilimento di Mirafiori». Quello che il Duce poi definirà
«la fabbrica perfetta del regime fascista». Cospicuo aumento di fatturato e di
utili anche in occasione della Seconda guerra mondiale. Nel proclamarsi del
tutto a disposizione, sarà Vittorio Valletta, nella sua veste di amministratore
delegato, a dare subito «le migliori assicurazioni. Ponendo una sola
condizione: che le autorità garantissero la disciplina nelle fabbriche
attraverso la militarizzazione dei dipendenti». Fiat brava gente. L'Italia esce
distrutta dalla guerra, tra fame e macerie, ma la casa torinese è già al suo
"posto". Nel '47 risulta essere praticamente l'unica destinataria
dell'appena nato "Fondo per l'industria meccanica"; e l'anno dopo, il
fatidico '48, si mette in tasca ben il 26,4% dei fondi elargiti al settore meccanico
e siderurgico dal famoso Piano Marshall. E poi venne la guerra fredda, e per
esempio quel grosso business delle commesse Usa per la fabbricazione dei caccia
da impiegare nel conflitto con la Corea. E poi vennero tutte quelle autostrade
costruite per i suoi begli occhi dalla fidata Iri. E poi venne il nuovo dazio
protezionistico, un ineguagliabile 45% del valore sulle vetture straniere... E
poi eccetera eccetera. Mani in alto, Marchionne! Questa è una rapina.
Maria Rosa Calderoni
26/11/2011
www.liberazione.it
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