12 novembre 2011

L'Italia è in crisi per una ingorda, pigra e superpagata classe operaia, con l'aggravante che gli stipendi che riesce a darsi da sola mal si conciliano con le possibilità del Paese (e con la sua permanenza nella UE). Capito la storiella che vogliono propinarci?

Ultime notizie: la crisi italiana è colpa della classe operaia

Quando è stata l'ultima volta che vi siete domandati se i problemi economici di un paese dipendono dalla sete di profitto dei capitalisti? A me è capitato leggendo un articolo di Phillip Inman sul "Guardian" del 5 novembre. È allora infatti che ho scoperto che la crisi del debito italiano è dovuta al fatto che "da almeno dieci anni i lavoratori italiani pagano se stessi più che i loro equivalenti tedeschi e per fare meno lavoro, meno produttivo, ecc."

La prima cosa da notare è che Mr. Inman ha fatto intorno all'Italia una scoperta davvero straordinaria, qualcosa di unico nel mondo capitalistico: negli ultimi dieci anni gli operai "hanno pagato se stessi", invece che essere pagati dal padrone come in tutti gli altri posti.

Anche comunque mettendo da parte questa rivoluzionaria modalità di retribuzione, il messaggio è chiaro.

Noi abbiamo sempre pensato che i problemi economici italiani dipendessero da: 1) un Primo Ministro irresponsabile, sottoposto a procedimenti penali; 2) un sistema fiscale corrotto per cui i ricchi pagano le tasse che gli pare; 3) un sistema politico decisamente spostato a destra grazie al potere di neo-fascisti, riccastri e bande criminali (gli "amici degli amici" che controllano la Sicilia); 4) banche in cui il riciclaggio di denaro è prassi corrente; 5) la perenne debolezza della sinistra, con tutto quello che ne consegue.

Ebbene se abbiamo pensato così abbiamo sbagliato tutto. L'Italia è in crisi per una ingorda, pigra e superpagata classe operaia, con l'aggravante che gli stipendi che riesce a darsi da sola mal si conciliano con le possibilità del Paese (e con la sua permanenza nella UE). Di fronte ad un comportamento così irresponsabile da parte della classe operaia, uno si aspetterebbe che le statistiche rilevino negli ultimi dieci anni un incremento dei salari più veloce e superiore rispetto a quelli della Germania, regno del lavoro duro e disciplinato.

Ma purtroppo le statistiche smentiscono. Nel 1997 i costi per unità di lavoro in Italia erano circa l'80% di quelli tedeschi, ebbene dieci anni dopo erano rimasti allo stesso livello. Se fra i tardi anni ‘90 e i primi 2000 in verità il differenziale diminuì, presto tornò però a collocarsi oltre l'80%.

Né il fatto che gli italiani fossero pagati meno significava che lavorassero meno. Le statistiche infatti smentiscono di nuovo, Eurostat (il database della UE) infatti dimostra che nel 2009-2011 i pigri italiani in condizione di pieno impiego hanno lavorato 38 ore a settimana, contro le 35,7 degli industriosi tedeschi.

Dato questo quadro uno si domanda: come è possibile che un giornalista su un rispettabile giornale di centro-sinistra possa ricorrere ad un argomento tanto sfacciatamente falso? Per certi versi si può spiegare con il peso di stereotipi nazionali: i nord-europei sono disciplinati e industriosi, mentre al sud peccano di etica del lavoro e preferiscono passare al bar il tempo che dovrebbero lavorare. Qualcosa di simile fu detto l'anno scorso per i lavoratori greci che invece, come i dirimpettai italiani, lavorano di più e sono pagati di meno che in Germania (sempre dati Eurostat).

Ma in verità non è solo questione di pregiudizi. I problemi dell'euro, compresa la crisi del debito italiano, sono diretta conseguenza della crisi finanziaria internazionale del 2007-2008. Crisi che è dipesa dal comportamento spericolato di istituzioni finanziarie private negli Stati Uniti, dopo tre decenni di irresponsabile deregulation da parte dei governi tanto Repubblicani che Democratici. In altre parole i problemi del debito italiano risultano dai comportamenti delle banche e dal fallimento dei leaders europei nel fare il loro lavoro di controllo di quei comportamenti. L'ovvio rimedio è dunque un più stretto controllo del settore finanziario privato e l'imposizione di una disciplina che ne limiti la potenza.

Per scongiurare questa ovvia soluzione le banche e i loro simpatizzanti nei vari governi, insieme ai media e ad ambienti accademici, promuovono una narrazione alternativa: i problemi che ci troviamo ad affrontare dipendono da lavoratori irresponsabili e pigri, che sono pagati troppo per lavorare poco. Soluzione: tagliare salari e benefits e con il ‘risparmio' pagare gli interessi ai banchieri.

Ora questa è una narrazione potenzialmente vincente in quanto implica la possibilità di convincere il 99%, come li chiamano gli occupanti di Wall street, a rinunciare ad ogni forma di solidarietà fra i ceti più disagiati. Il messaggio è infatti: la sorgente della crisi di debito è il popolo greco, non le banche. Una posizione particolarmente forte in Germania dove il governo tende ad rassicurare la classe operaia e i ceti medi che non dilapiderà i loro sudati redditi a favore della pigra Grecia (e Italia, Spagna, Irlanda, ecc.).

Una meno volgare ma più insidiosa versione di questa ideologia può essere rinvenuta in un articolo dell'8 novembre sul "New York Times" (Nella tempesta. In Grecia ed Italia la crisi precipita) dove si legge: "In Italia e Grecia non è solo l'economia ad essere in travaglio, ma anche la capacità del governo democratico di fare scelte altamente impopolari". È vero il contrario: difficile è per un governo democratico fare scelte popolari, come si è visto con la subito ritirata proposta di fare un referendum in Grecia o con la scomparsa della proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie in Italia o di qualunque altra che facesse pagare per i debiti causati dall'irresponsabilità della finanza privata e delle banche. Il punto è che gli interessi finanziari hanno la forza per far sì che misure radicali di austerità possano essere contemplate, ma mai ai propri danni.

L'austerità e la cosiddetta riforma del mercato del lavoro presuppone a sua volta una falsa narrazione che infanga le vittime e premia i colpevoli. Noi, il 99% degli Europei, dobbiamo promuovere una narrazione vera, che dia le sue colpe al sistema bancario e promuova la solidarietà fra le classi contro di esso. Una narrazione vera è in effetti in grado di favorire una soluzione adeguata all'onere del debito per i paesi europei, che non preveda i soliti salvataggi a spese dei contribuenti (bailouts). La soluzione è dunque in uno stretto controllo di banche e finanza, forse arrivando sino a prevedere un sistema di emergenza per una supervisione pubblica del sistema, capace di anticipare la fondamentale riforma dell'intero comparto finanziario. Pessime politiche americane ed europee hanno devastato il sistema finanziario, il 99% deve trovare la forza politica per riformarlo.

A riformulare la domanda del "New York Times", potrebbe chiedersi: i governi democratici sono disposti ad implementare politiche a favore dell'1% o del 99%?

 John Weeks
Economista e professore emerito dell'Università di Londra. Fonte: "Social Europe Journal" dell'10 novembre 2011; traduzione dall'inglese di Fabio Vander.
10 novembre 2011

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