30 novembre 2011

La sinistra, quella di classe e anche quella socialdemocratica, è ininfluente se interna al centrosinistra e subalterna allo stato di cose presenti

Unità della sinistra e autonomia dal centrosinistra
Che a sinistra si pensi di ribaciare il rospo è un bel segno dei tempi. Dà in primo luogo la misura del disastro provocato dal berlusconismo. L’ossessione per l’immoralità e l’indecenza dei comportamenti è tale che la sostanza politica passa in second’ordine. Come se un governo non fosse un’impresa politica, e come se non si potesse essere galantuomini e reazionari, persone competenti fieramente impegnate nell’attacco ai diritti sociali. Ma non solo di Berlusconi si tratta. È questione, più in generale, di cultura politica. Ci si è talmente disabituati a pensare in termini di classe, che non si riesce più a leggere nemmeno un quadro nitido, di per sé inequivocabile. La cifra sociale di questo governo non è meno limpida di quella del precedente, lo è forse di più, se consideriamo il mandato che gli è stato affidato. Il governo Monti nasce per tradurre in realtà le indicazioni contenute nella lettera della Bce: occorre altro?
A scanso di equivoci, è bene tenere presente che Bruxelles non si limita a tuonare contro l’eccesso di deficit e debito, ma indica nel merito il modo di ridurli: gli Stati-azienda debbono finanziarsi privatizzando, licenziando e tagliando il welfare, non possono mica redistribuire ricchezza. Maastricht e Lisbona non sono carta straccia! Del resto, vorrà pur dire qualcosa la martellante invocazione di «scelte impopolari» da parte di leader della maggioranza vecchia e nuova, di industriali e grande stampa. Che cosa s’intenda lo sappiamo bene: dopo 35 anni di sacrifici imposti al lavoro dipendente (in Italia si è cominciato con la svolta dell’Eur nel nome delle compatibilità), la prospettiva è quella di altri sacrifici per il lavoro dipendente, nel nome del risanamento o del rigore o dell’interesse generale.
Non bastasse, c’è un problema costituzionale, grosso come una montagna. Il diktat della Bce rivoluziona la dinamica istituzionale, se è vero che la Costituzione riserva al Parlamento la prerogativa di esprimere maggioranze e governi, e al Presidente della Repubblica affida il compito di interpretare la volontà delle Camere e di favorirne la realizzazione. Se non vogliamo nasconderci dietro un dito, in questo frangente la sequenza è stata rovesciata. Il governo Monti è nato da un’iniziativa del Quirinale, che il Parlamento – sottoposto a una formidabile pressione interna e internazionale – si è limitato ad avallare.
Non siamo noi a dirlo, lo ha ammesso a chiare lettere chi ha parlato di «governo del Presidente» (formula ignota ai Padri costituenti) e di «governo dell’emergenza» (invocando lo stato di necessità o di eccezione).
Detto questo (che non è poco), la sostanza politica sta in una domanda: perché i partiti accettano di buon grado l’esproprio delle loro funzioni? perché consegnano ai «tecnici» il governo del Paese, mentre affermano di condividere il programma del nuovo esecutivo? Si dice: non c’erano le condizioni per un accordo tra Bersani e Alfano (né tra Casini e Di Pietro): Monti sarebbe lo snodo tecnico che permette una grande coalizione altrimenti impossibile. Ma è più verosimile un’altra spiegazione. Si tratta della classica astuzia tattica dei politici. Quando il sollievo per la cacciata di Berlusconi cederà il passo alla rabbia, si potrà spergiurare che il governo sceglie in piena autonomia e mettere in scena qualche scaramuccia parlamentare. Un bel parafulmine della collera popolare, già messa nel conto.
Il fatto è che questa operazione non sarà per tutti a costo zero. Probabilmente per il Terzo polo e il Pdl si rivelerà un buon affare. L’elettorato di Fini e Casini gradirà privatizzazioni e «riforme» in stile gelminian-sacconiano. E la destra, a suo tempo, trarrà vantaggio dal denunciare le forzature quirinalizie. Il centrosinistra invece, a cominciare dal Pd, difficilmente ci guadagnerà. Gran parte della sua gente pagherà care le ricette di Monti. Il lavoro dipendente sarà tartassato; gli operai faranno i conti col modello Marchionne, ammirato dal premier; e i giovani, che tutti a parole intendono proteggere, seguiteranno a pascolare nella precarietà. Con ogni probabilità le «scelte impopolari» del nuovo governo apriranno una grossa falla nei consensi del centrosinistra.
Ma se questo è vero, un nuovo scenario si apre anche per il nostro partito, per la Federazione e per l’intera sinistra. Alla domanda di reddito, di lavoro e di beni comuni questo governo e i partiti che lo sostengono non potrebbero dare risposta nemmeno se volessero. Dare visibilità e forza a tali rivendicazioni è compito dei comunisti e della sinistra di alternativa. Per far questo, due condizioni appaiono tuttavia ineludibili: l’unità della sinistra e la sua autonomia dal centrosinistra. Frammentata, la sinistra è ininfluente; interna al centrosinistra, sarebbe subalterna. I gruppi dirigenti ci riflettano e dimostrino di sapersi muovere con intelligenza e generosità. La nostra gente se lo aspetta, anzi, lo esige.

Alberto Burgio
29/11/2011
editoriale
www.liberazione.it

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