13 novembre 2011

La crisi in atto conferma i guasti drammatici di uno sviluppo economico-sociale che nell’ultimo trentennio è stato affidato in misura crescente ai mercati – dove le decisioni vengono prese da un’infima parte dei partecipanti alla produzione in base alla logica del profitto individuale

Tutto quello che non ci dicono sulle pensioni. Ma che è utile sapere

Fino a prima della scorsa estate, nelle riunioni economiche internazionali per fronteggiare la crisi globale, i rappresentanti italiani, per attenuare la valenza negativa attribuita al nostro debito pubblico, ricordavano giustamente che, in compenso, rispetto agli altri paesi, il nostro debito privato è nettamente inferiore, il nostro sistema bancario è molto meno toccato dal possesso di titoli “tossici” e il sistema pensionistico pubblico, dopo la continua serie di riforme avviate nel 1992, è tra quelli con i conti più in ordine.
Quando però in agosto la crisi si è riacutizzata, aprendo una sua nuova fase con livelli di drammatizzazione crescente e dagli esiti al momento imprevedibili, l’interesse della speculazione e dei responsabili della politica comunitaria si è particolarmente concentrato sul nostro paese e – in modo surrettizio, ma non privo di significato economico e politico – il nostro sistema pensionistico è ritornato nella parte del capro espiatorio.
Nella famosa lettera di Draghi e Trichet inviata il 5 agosto al nostro governo (ma resa pubblica solo di recente), tra i tanti inusuali “consigli”, all’inizio c’era «che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana» e «accrescere il potenziale di crescita»; seguivano poi molte indicazioni, tra le quali anche quella di intervenire nuovamente sui criteri per il pensionamento d’anzianità ed equiparare l’età di pensionamento delle donne impiegate nel settore privato a quelle del settore pubblico.
Le manovre economiche decise dal governo dopo quella lettera non hanno fatto nulla né per sostenere la crescita – che effettivamente dovrebbe essere un obiettivo primario – né per aumentare la sua reputazione che, anzi, è in caduta libera: almeno il divario tra i tassi d’interesse dei nostri titoli pubblici e quelli dei titoli spagnoli è dovuto solo alla differente reputazione dei due governi in carica. Però il governo decise di recepire le indicazioni sulle pensioni, nonostante la ritrosia pelosa della Lega (che non aveva avuto nessun problema a penalizzare le donne del pubblico impiego, ma ne ha con quelle del settore privato della “padania” e, da ultimo, ha proposto le “gabbie previdenziali” per favorire i pensionati del Nord!).
Ma quasi non bastasse, dopo le misure previdenziali prese in agosto dal governo, nel clima da “ultima spiaggia” per fronteggiare la particolare situazione critica del nostro paese, sono state presentate molte proposte da prestigiosi commentatori e da giornali economici, da importanti associazioni d’impresa, da esponenti affermati o più o meno emergenti della politica o da chi al momento ancora non è “sceso in campo”: tutte auspicano ulteriori riforme previdenziali, tanto ingiustificate settorialmente quanto improprie ai fini della crescita. Il sistema pensionistico pubblico continua ad essere il settore privilegiato per proporre altri interventi che, con effetti a cascata, sarebbero necessari: a migliorare il nostro bilancio pubblico, alla nostra permanenza nell’euro, alla stessa sopravvivenza della moneta unica europea e della Ue, e a contribuire alla soluzione della crisi globale. E chi più ne ha più ne metta!
Per non rimanere vittima anche del ridicolo di queste posizioni, che però sono pericolose sia dal punto di vista sociale sia da quello economico, è opportuno uscire dai luoghi comuni più o meno strumentali e riportare la questione alle sue dimensioni reali, come emergono dall’analisi dei fatti e dei numeri certificati.
E’ opinione comunemente condivisa tra gli addetti ai lavori che il nostro sistema pensionistico sia strutturalmente in equilibrio attuariale; la fase di transizione prevista per l’applicazione di alcune norme, pur ritardando i loro effetti finanziari che si avranno a regime, non crea uno squilibrio negativo per il bilancio pubblico. Viceversa, dai dati ufficiali emerge che il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali (cioè quanto effettivamente esce dal bilancio pubblico e entra nelle tasche dei pensionati) è positivo fin dal 1998, a riprova dell’efficacia delle riforme effettuate dal 1992 rispetto all’obiettivo di garantire la sostenibilità finanziaria del sistema.
Nell’ultimo anno per il quale si dispongono questi dati, il 2009, il saldo è stato di 27,6 miliardi di euro, pari all’1,8% del Pil. Tuttavia, a fronte dei positivi risultati finanziari, le previsione segnalano un forte calo della copertura pensionistica che darà luogo ad un grosso problema sociale che, se non s’interviene, peserà proprio sulle attuali giovani generazioni che andranno in pensione fra qualche decennio. Infatti, già nel 2035, un lavoratore parasubordinato (categoria sempre più in espansione in un contesto di elevata disoccupazione giovanile, prossima al 30%) che riuscisse ad accumulare 35 anni di contributi e andasse in pensione a 65 anni, maturerebbe una pensione pari a circa la metà di quell’80% che era comunemente raggiungibile da un lavoratore a tempo indeterminato che, prima delle riforme contrattuali e pensionistiche avviate negli anni Novanta, poteva accumulare 40 anni di contributi e andare in pensione anche prima di 60 anni.
Si sostiene però che, a causa delle prestazioni opportunisticamente generose concesse in passato (per l’uso del sistema previdenziale a fini clientelari, elettoralistici e di sostegno improprio al reddito), l’attuale spesa pensionistica incida comunque in misura anomala sul Pil. Tuttavia, se si fanno confronti statisticamente omogenei, la superiorità della nostra spesa pensionistica pubblica che emerge dai dati ufficiali dell’Eurostat, si sgonfia sostanzialmente. Infatti, il dato italiano è sovradimensionato dall’indebita inclusione dei trattamenti di fine rapporto (pari a circa un punto e mezzo di Pil) e dalla valutazione delle prestazioni al lordo delle ritenute previdenziali (che in altri paesi sono più basse o assenti come in Germania). Solo la considerazione di questi due elementi di disomogeneità riduce l’incidenza sul Pil della nostra spesa pensionistica al di sotto o in linea con quelle francesi e tedesche. Si aggiunga che in altri paesi ci sono più elevate prestazioni pensionistiche private (naturalmente finanziate con contribuzioni aggiuntive da parte di lavoratori e imprese) che possono spiegare i valori minori di quelle pubbliche le quali, tuttavia, vengono confrontate con quelle italiane dove le pensioni private sono marginali.
Altro punto di critica scarsamente fondato al nostro sistema pensionistico è la bassa età di pensionamento. Allo stato attuale, l’età di vecchiaia degli uomini e delle donne del settore pubblico (a partire dal prossimo gennaio) è ufficialmente di 65 anni, ma con il ritardo di 12 mesi della “finestra” (18 per gli autonomi), è di fatto di 66 – cioè superiore a quella tedesca (65) e francese (62) – e dal 2013 aumenterà automaticamente in connessione all’aumento della vita media attesa, raggiungendo i 67 anni nel 2021 e i 70 nel 2047; per le donne del settore privato è già previsto un rapido aumento dell’età di pensionamento di vecchiaia dai 61 anni effettivi attuali ai 65 nel 2021, poi si uniformerà a quella dei maschi.
Si dice tuttavia che l’altra nostra anomalia sarebbe la pensione d’anzianità. Ebbene, l’età effettiva di pensionamento degli uomini in Italia è di 61,1 anni, cioè poco meno che in Germania (61,8) e più che in Francia (59,1); per le donne il nostro dato (58,7) è inferiore sia a quello tedesco (60,5) che a quello francese (59,7), ma ciò rispecchia la congenita minore partecipazione al mercato del lavoro delle donne italiane e il loro ruolo di supplenza alle carenze assistenziali del nostro sistema di welfare. Comunque, la parificazione della loro età di pensionamento a quella maschile, da poco decisa, eliminerà rapidamente il divario e probabilmente lo invertirà.
A fini comparativi si deve anche tener presente che dal 1992 le nostre prestazioni pensionistiche non sono più agganciate agli incrementi salariali e sono indicizzate ai prezzi solo in misura parziale. Ce ne siamo accorti poco perché nel frattempo i salari italiani non sono cresciuti e l’inflazione è bassa, ma in Germania – dove secondo alcuni commentatori nostrani i pensionati invidierebbero quelli italiani – le prestazioni pensionistiche non hanno mai smesso di essere indicizzate sia agli incrementi reali dei salari che all’inflazione.
Ma allora perché, anche in ambienti progressisti, incontra favore l’idea di nuovi interventi sulle pensioni?
Il punto è che i maggiori ostacoli a superare questa crisi epocale risiedono non solo nelle difficoltà frapposte dagli interessi economici, politici e culturali collegati al modello produttivo affermatosi nel passato trentennio e adesso entrato in crisi; le ragioni vanno individuate anche nei limiti delle forze progressiste nel saper rinnovare il modello economico-sociale, la mentalità prevalente nell’opinione pubblica e gli equilibri politici.
In questa situazione di stallo economico, intellettuale e politico che caratterizza la fase di transizione che stiamo attraversando, emerge un altro grave rischio che si evidenzia bene proprio in alcune posizioni presenti nel dibattito previdenziale. L’attacco al sistema pensionistico spesso si coniuga con la critica agli anziani che, resistendo al posticipo del pensionamento, si comporterebbero in modo egoistico verso i giovani, assorbendo risorse che potrebbero essere utilizzate in loro favore. Eppure, in un contesto di disoccupazione giovanile di circa il 30%, considerando che l’età di pensionamento è già stata “indicizzata” attuarialmente agli aumenti della vita media attesa, imporre un ulteriore prolungamento della vita lavorativa avrebbe i controproducenti effetti di sottrarre potenziali posti di lavoro ai giovani, di aumentare l’età media degli occupati e il loro costo medio per le imprese, di pregiudicare anche la produttività e la capacità innovativa del sistema produttivo.
Ma gli anziani vengono criticati anche per il contrario, ovvero che resisterebbero a “togliersi di torno” e a lasciare spazio ai giovani, alimentando una deriva gerontocratica. Tuttavia, quando i padri liberano posti, questi spesso o non vengono riassegnati affatto, o vengono coperti con contratti meno appetibili.
In realtà, se i pur pochi giovani che il calo demografico ci offre vengono messi in concorrenza con gli anziani, cui pure si chiede di allungare l’attività, il problema vero è nella scarsa capacità del sistema produttivo di creare buona occupazione e risorse da distribuire tra tutte le generazioni.
Dunque si tratta di un male comune; cosicché diventa paradossale e lesivo della coesione sociale attribuirlo ad un contrasto tra “padri” e “figli”, laddove, nei rapporti tra giovani ed anziani dovrebbe essere sottolineata e incentivata la naturale complementarietà tra la conoscenza e l’esperienza accumulata dai primi e l’entusiasmo, il vigore e la maggiore predisposizione all’innovazione dei secondi.
In ogni caso, si oscura il fatto che i giovani e gli anziani non sono tutti uguali; le condizioni di ciascuno dipendono soprattutto dal ceto sociale, dalla famiglia, dal territorio e dal genere d’appartenenza e, dunque, se rientrano tra i pochissimi favoriti o tra i moltissimi penalizzati dal modello di crescita che si è affermato nell’ultimo trentennio e che ora è entrato in crisi.
Rispetto alla dimensione della crisi anche intellettuale e politica cui prima si faceva cenno, come diceva Keynes, la difficoltà non sta tanto nell’accettare le idee nuove quanto nel liberarsi delle vecchie; ma, al momento, sembrano cumularsi entrambe le difficoltà, a tutto vantaggio dei luoghi comuni, del conformismo intellettuale e della regressiva propensione a rifugiarsi nella saggezza convenzionale alimentata dalla mancanza di alternative che siano anche politicamente credibili.
A questo riguardo, un segnale positivo viene dagli “indignati” di ogni età, e in particolare dai giovani, che stanno scuotendo il mondo. L’attualità politica degli “indignati” sta nel fatto che colgono il carattere epocale della crisi in corso, di cui non vogliono pagare le conseguenze dopo aver subito il dispiegarsi delle sue cause; la natura dell’indignazione è progressista perché la rimozione delle sue origini sanerebbe ingiustizie e inefficienze che non solo pesano sugli “indignati”, ma continuano ad ostacolare il cambiamento economico e sociale necessario a migliorare le condizioni della collettività nel suo insieme.
Tuttavia, anche le migliori ragioni trovano difficoltà ad affermarsi se sostenute in modo ambiguo e controproducente. Ad esempio, lo slogan “la vostra crisi non la paghiamo” non può essere confuso con la sua parodia “il debito non si paga”.
La crisi in atto conferma i guasti drammatici di uno sviluppo economico-sociale che nell’ultimo trentennio è stato affidato in misura crescente ai mercati – dove le decisioni vengono prese da un’infima parte dei partecipanti alla produzione in base alla logica del profitto individuale – svincolandoli progressivamente dalla necessaria e proficua interazione con le istituzioni le cui scelte sono il frutto di una ben maggiore partecipazione collettiva. Per uscire dalla crisi lungo sentieri di maggior progresso economico-sociale c’è bisogno di dare maggiore spazio ai criteri decisionali di tipo democratico, a livello nazionale e sovranazionale; quest’evoluzione è particolarmente urgente in Europa dove la creazione di istituzioni economiche comunitarie rispondenti agli elettori è la chiave di volta per uscire dalla crisi continentale e da quella globale.
Ma, rispetto a questi obiettivi, diventa estremamente contraddittorio sostenere che il “debito non si paga” e auspicare il default delle istituzione della collettività di cui verrebbe stroncata la reputazione a vantaggio del mercato. Come si può, ad esempio, sostenere la giusta battaglia per i beni comuni e contemporaneamente auspicare il fallimento delle istituzioni collettive che dovrebbero gestirli e amministrarli? Come si può sostenere il rafforzamento del welfare state se il bilancio pubblico fallisce? Se “il debito non si paga”, chi pagherebbe le pensioni? Le quali, non dimentichiamolo, rappresentano un credito maturato dagli anziani verso la collettività nell’ambito del patto sociale intergenerazionale tra giovani e anziani; un patto che, per la sua natura intertemporale, è opportuno e conveniente sia garantito dallo Stato cioè dall’istituzione che rappresenta la collettività anche nel decorso del tempo.

Felice Roberto Pizzuti
13/11/2012
www.liberazione.it

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