Pensione a 70 anni, via l'art.18 Così il governo aiuta
i giovani
Contratto unico "a stabilità crescente" per i
nuovi assunti e sistema contributivo per tutti. Sono queste le ipotesi di
riforma del mercato del lavoro e del sistema previdenziale attribuite al nuovo
governo. Mentre su altri capitoli economici fondamentali (crescita, infrastrutture,
politica energetica) l'indicazione degli interventi è ancora vaga, il
presidente del Consiglio Mario Monti ha subito spiegato qual è il suo concetto
di equità sociale: togliere ai padri per dare ai figli. Coerentemente con
questa visione, ha scelto Elsa Fornero alla guida del ministero del Welfare,
forse dopo avere letto un articolo da lei scritto per il Sole24Ore l'agosto
scorso: «Salvaguardare le pensioni di anzianità o la più bassa età di
pensionamento delle donne nel settore privato - sosteneva Fornero - non
equivale a salvare i (quasi) pensionati ma implica, al contrario, penalizzare i
giovani, sui quali la crisi sta scaricando i maggiori effetti e sui quali i
pensionati "salvati" graveranno per più anni».
L'attuale ministra sollecitava quindi l'immediata
introduzione, a partire dal gennaio 2012, del sistema contributivo "pro
rata". Se è vero infatti che il passaggio dal sistema retributivo a quello
contributivo è datato 1995 (riforma Dini), «tuttavia - scrive Fornero - essa peccò
di mancanza di coraggio cercando di salvaguardare i "diritti
acquisiti" delle generazioni vicine alla pensione». Si decise cioè che
chi, al 31 dicembre di quell'anno, avesse maturato almeno 18 anni di contributi
- avendo già compiuto almeno metà della propria vita lavorativa e quindi
pianificato la propria esistenza sulla base del sistema allora in vigore -
avrebbe continuato a godere del regime retributivo, più vantaggioso del
contributivo perché, in questo caso, il calcolo dell'assegno viene fatto
dall'Inps sulla base della media degli ultimi dieci anni di retribuzione di un
lavoratore. Con il contributivo per tutti ("pro rata" significa
applicarlo solo agli anni residui di attività, non retroattivamente) questo
doppio binario sparirebbe. La riforma Fornero si completerebbe con
l'innalzamento dell'età per andare in pensione a 63 anni per tutti - anche
quindi per coloro che avessero maturato 40 anni di contributi - con un sistema
di disincentivi e incentivi per scoraggiare l'uscita dal lavoro prima dei 65
anni e premiare chi rimarrà al lavoro fino a 70 anni. La qual cosa però,
paradossalmente, finirà col danneggiare anche i giovani in cerca di lavoro,
desiderosi di prendere il posto dei loro genitori.
Per Vera Lamonica, segretaria confederale Cgil, le vere
iniquità sono altre: «Le legislazioni previdenziali - spiega la sindacalista -
devono essere per forza sul lungo termine. Nel 1995 si fece quella scelta,
giusta o sbagliata che fosse. Adesso il tema non è più questo. Le iniquità vere
sono altre. Riguardano i precari, i giovani che rischiano di avere una pensione
da fame o di non averla per niente, la giungla delle aliquote contributive.
Vorrei far notare che i Parlamentari pagano l'8,6%, i commercianti e gli
artigiani il 20%, contro il 33% dei lavoratori dipendenti. Quindi se dobbiamo
fare un ragionamento sulle distorsioni del nostro sistema previdenziale
cominciamo da qui. Non si devono usare i giovani per togliere i diritti a chi
ce li ha».
Stesso discorso per quanto riguarda l'occupazione. La tesi
di Monti (contestata da diversi economisti di sinistra e dalla Cgil) è che se
oggi i giovani trovano solo contratti precari, ciò accade perché «nel mercato
del lavoro alcuni sono fin troppo tutelati». Il governo sembra perciò orientato
a discutere con le parti sociali una proposta di riforma basata sul progetto di
legge già presentato in Parlamento dal senatore del Pd Pietro Ichino (ma
ufficialmente non condiviso dal partito di Bersani). Sostanzialmente, tale
proposta prevede la scomparsa dei contratti a tempo determinato. "In
cambio" alle aziende viene però data la possibilità, per tre anni, di
licenziare senza giusta causa il nuovo assunto, pagandogli un'indennità
monetaria. Superato il termine fissato, il lavoratore accede alle tutele più
forti di cui godono gli altri che, ha chiarito Monti, «non verranno
modificate».
Ichino si ispira al modello danese della flexsecurity. Con
la piccola differenza che in Danimarca chi perde il posto di lavoro può contare
su una rete di protezione fatta di ammortizzatori sociali e di percorsi di
riqualificazione professionale finalizzati alla ricerca di nuova occupazione
che in Italia non esiste. Peraltro gli economisti del sito la voce.info, Boeri
e Garibaldi, stimano in 15,5 miliardi di euro a regime la spesa per introdurre
un sussidio unico garantito a tutti. Non a caso nel suo ddl, Ichino pone il
costo dell'indennità per la ricollocazione a carico delle imprese (90% della
retribuzione per il primo anno, 80% il secondo, 70% il terzo). Ma è improbabile
che Confindustria arrivi a condividere questa ipotesi, troppo costosa per i
suoi iscritti. In pratica, si rischia di creare un sistema con una gamba sola:
licenziamenti facili e nessuna protezione. A quel punto l'assunzione a tempo
indeterminato sarebbe tale solo sulla carta, perché le aziende potrebbero
ritenere più conveniente sbarazzarsi di un giovane prima che scadano i tre anni
di franchigia.
Inoltre la proposta Ichino non cancella affatto la legge
Biagi, per cui il ricorso ai contratti precari non verrebbe automaticamente
escluso. La Cgil propone invece ridurre a quattro le forme di lavoro diverse
dal tempo indeterminato (con causali precise e percentuali di utilizzo) e di
aumentare i costi del lavoro precario per diminuirne il potere attrattivo da
parte delle imprese.
Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione
comunista, scuote la testa: «L'idea di Monti è proseguire le politiche di
Berlusconi e della Lega sulle questioni economico-sociali. Ma con queste linee
programmatiche la crisi si aggraverà, invece di ridursi».
Roberto Farneti
19/11/2011
www.liberazione.it
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