26 ottobre 2011

Se i proletari di tutti i paesi...
Un tg2, o 3 o 5 non importa. Un sedicente programma di approfondimento di quelli che tanto costano e appassionano un pubblico di videodipendenti avvezzi a lasciarsi permeare dalle più solenni fregature dell’era moderna, spiegano molto più di qualsiasi alta analisi politica lo stato della miseria a cui si è giunti. La crisi europea esplode nel suo massimo splendore, le banche si preparano a godere di una nuova ondata speculativa, giungono diktat che impongono di rivedere da cima a fondo le condizioni di vita di decine di milioni di persone e quale è il tema che appassiona il centro sinistra, i sedicenti intellettuali e opinion maker, i sondaggisti di ogni risma? Semplice il confronto con l’infida Francia e la perfida Germania. Come se si trattasse di una partita di calcio si tifa per la “propria nazionale” si urla contro l’arbitro quando fischiano agli azzurri un fallo o un fallimento, si minacciano rappresaglie tali che se il tono degli annunci corrispondesse a realtà avremmo già le truppe al confine con Mentone. Difendere l’Italia, indignarci contro chi ci deride, chinare il capo alle richieste della Bce ma esigere contemporaneamente il rispetto e la stima che si devono ad una grande potenza. Ed è patetico come anche il Capo dello Stato guidi questo patriottismo strapaesano secondo cui le regole vanno rispettate, i debiti vanno pagati, ci si deve adeguare ma l’Italia non si deve toccare. Ed è un tintinnar di sciabole, uno sbattere di tacchi, un garrire di tricolori esposti in ogni dove. Drammatico come anche in movimenti che si rifanno ad una sana indignazione popolare il vessillo bianco rosso e verde venga considerato puro e inclusivo a differenza delle “lerce” bandiere di partiti e sindacati. Guai poi a definirsi con orridi aggettivi novecenteschi del tipo “comunisti”, parola indicibile come ebbe a dire un infausto profeta, meglio il tricolore e la difesa dell’identità nazionale. Strumento utile: nel centro sinistra lo si usa per affondare la ridicola padania ma anche per ammazzare qualsiasi collocazione che ricordi l’idea stessa di classe. A destra serve anche per tener fuori dal cerchio ristretto degli aventi diritto, migranti e cittadini del mondo intero. Ma si tratta di un elemento grottesco che è in voga anche nel resto d’Europa: se in Svizzera spopolano i “leghisti anti italiani” che paragonano chi è nato sotto Chiasso a dei ratti, Germania e Francia ripropongono il cliché dell’Italia cialtrona e inadatta alle ferree regole del mercato, in Gran Bretagna invece non si è ancora spenta l’eco della cacciata di lavoratori italici rei di aver accettato salari e condizioni di lavoro concorrenziali. Si torna ad un patriottismo novecentesco in cui la bandiera annulla le differenze e si mandano a crepare al fronte (militare o dei sacrifici) i più svantaggiati, chi ha meno potere contrattuale, chi è escluso dal ciclo produttivo. Non si contestano le regole del gioco al massimo si critica la formazione in campo. E ci si sente rappresentati da squali del calibro di Draghi, Monti, Montezemolo, Marcegaglia, Marchionne, bella squadra non c’è che dire e che pensare poi della gioia con cui ci si parla di sacrifici e di austerity (parole disseppellite dagli anni Settanta) in nome della necessità di salvare le care banche private che continueranno a speculare avendo nuovi capitali in mano. Penetra l’idea che certi signori possano diventare i salvatori della patria, perché siamo tutti sulla stessa barca, il precario e Briatore, la madre disoccupata e il furbetto del quartierino. In nome di cosa? E, anche se in condizioni diverse, lo stesso avviene negli altri paesi, si erigono steccati antiquati in nome del suolo natio, come se secoli e secoli di Storia, di padroni e sfruttati non ci avessero insegnato nulla. Non sarebbe ora di stracciare i vessilli dei padroni, delle borghesie che li hanno imposti anche nella cultura popolare, veri e propri pali piantati nel cervello e nelle coscienze, come le religioni monoteistiche. Siamo tornati a dio, patria e famiglia come alvei di consolazione in un mondo che stritola, non siamo neanche più capaci di cogliere i nessi fra una autorità tre volte patriarcale con l’oppressione concreta e simbolica che determinano. E allora Novecento per Novecento, diventa più giusto riproporre l’antica affermazione: proletari di tutti i paesi unitevi-

Stefano Galieni
26/10/2011
www.controlacrisi.org

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