Se i proletari di tutti i paesi...
Stefano Galieni
Un tg2, o 3 o 5 non importa. Un sedicente programma di
approfondimento di quelli che tanto costano e appassionano un pubblico di
videodipendenti avvezzi a lasciarsi permeare dalle più solenni fregature
dell’era moderna, spiegano molto più di qualsiasi alta analisi politica lo
stato della miseria a cui si è giunti. La crisi europea esplode nel suo massimo
splendore, le banche si preparano a godere di una nuova ondata speculativa,
giungono diktat che impongono di rivedere da cima a fondo le condizioni di vita
di decine di milioni di persone e quale è il tema che appassiona il centro
sinistra, i sedicenti intellettuali e opinion maker, i sondaggisti di ogni
risma? Semplice il confronto con l’infida Francia e la perfida Germania. Come
se si trattasse di una partita di calcio si tifa per la “propria nazionale” si
urla contro l’arbitro quando fischiano agli azzurri un fallo o un fallimento,
si minacciano rappresaglie tali che se il tono degli annunci corrispondesse a
realtà avremmo già le truppe al confine con Mentone. Difendere l’Italia,
indignarci contro chi ci deride, chinare il capo alle richieste della Bce ma
esigere contemporaneamente il rispetto e la stima che si devono ad una grande
potenza. Ed è patetico come anche il Capo dello Stato guidi questo patriottismo
strapaesano secondo cui le regole vanno rispettate, i debiti vanno pagati, ci
si deve adeguare ma l’Italia non si deve toccare. Ed è un tintinnar di
sciabole, uno sbattere di tacchi, un garrire di tricolori esposti in ogni dove.
Drammatico come anche in movimenti che si rifanno ad una sana indignazione
popolare il vessillo bianco rosso e verde venga considerato puro e inclusivo a
differenza delle “lerce” bandiere di partiti e sindacati. Guai poi a definirsi
con orridi aggettivi novecenteschi del tipo “comunisti”, parola indicibile come
ebbe a dire un infausto profeta, meglio il tricolore e la difesa dell’identità
nazionale. Strumento utile: nel centro sinistra lo si usa per affondare la
ridicola padania ma anche per ammazzare qualsiasi collocazione che ricordi
l’idea stessa di classe. A destra serve anche per tener fuori dal cerchio
ristretto degli aventi diritto, migranti e cittadini del mondo intero. Ma si
tratta di un elemento grottesco che è in voga anche nel resto d’Europa: se in
Svizzera spopolano i “leghisti anti italiani” che paragonano chi è nato sotto
Chiasso a dei ratti, Germania e Francia ripropongono il cliché dell’Italia
cialtrona e inadatta alle ferree regole del mercato, in Gran Bretagna invece
non si è ancora spenta l’eco della cacciata di lavoratori italici rei di aver
accettato salari e condizioni di lavoro concorrenziali. Si torna ad un
patriottismo novecentesco in cui la bandiera annulla le differenze e si mandano
a crepare al fronte (militare o dei sacrifici) i più svantaggiati, chi ha meno
potere contrattuale, chi è escluso dal ciclo produttivo. Non si contestano le
regole del gioco al massimo si critica la formazione in campo. E ci si sente
rappresentati da squali del calibro di Draghi, Monti, Montezemolo, Marcegaglia,
Marchionne, bella squadra non c’è che dire e che pensare poi della gioia con
cui ci si parla di sacrifici e di austerity (parole disseppellite dagli anni
Settanta) in nome della necessità di salvare le care banche private che
continueranno a speculare avendo nuovi capitali in mano. Penetra l’idea che
certi signori possano diventare i salvatori della patria, perché siamo tutti
sulla stessa barca, il precario e Briatore, la madre disoccupata e il furbetto
del quartierino. In nome di cosa? E, anche se in condizioni diverse, lo stesso
avviene negli altri paesi, si erigono steccati antiquati in nome del suolo
natio, come se secoli e secoli di Storia, di padroni e sfruttati non ci
avessero insegnato nulla. Non sarebbe ora di stracciare i vessilli dei padroni,
delle borghesie che li hanno imposti anche nella cultura popolare, veri e
propri pali piantati nel cervello e nelle coscienze, come le religioni
monoteistiche. Siamo tornati a dio, patria e famiglia come alvei di
consolazione in un mondo che stritola, non siamo neanche più capaci di cogliere
i nessi fra una autorità tre volte patriarcale con l’oppressione concreta e
simbolica che determinano. E allora Novecento per Novecento, diventa più giusto
riproporre l’antica affermazione: proletari di tutti i paesi unitevi-
Stefano Galieni
26/10/2011
www.controlacrisi.org
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