Peracottari o delinquenti? Si riduce a questo il dilemma che
ci assale (si fa per dire) apprendendo i contenuti della lettera con cui il
governo italiano si è presentato - cappello in mano - al cospetto dell'Ue (e
della Bce) per ottenere un placet utile (forse e soltanto) ad assicurare alla
propria sopravvivenza i tempi supplementari.
Da una parte, in questo testo non vi è nulla che possa
minimamente influire sulla ripresa di un paese che continua a galleggiare senza
una guida politica, che non sia quella prona e compartecipe del saccheggio
brutale delle risorse umane e naturali del paese da parte di una insaziabile
consorteria di lestofanti.
In queste ore c'è un pezzo d'Italia, fra le zone più
suggestive della penisola, che viene letteralmente spazzato via da un mare di
fango, prodotto da un alluvione ampiamente prevedibile, ma impossibile da
arginare nei suoi devastanti effetti a causa di un dissesto territoriale, di
una dissennata speculazione edilizia e di un equilibrio idrogeologico
irrimediabilmente compromesso.
Tutto il paese soffre - ove più ove meno - di questo cronico
stato di abbandono, di questa irresponsabile latitanza del potere politico, in
primo luogo del governo centrale. Che anziché coltivare propagandistici,
faraonici e inutili quando non dannosi progetti di opere pubbliche, avrebbe
potuto, potrebbe, investire i proventi di una vera lotta all'evasione e di una
seria redistribuzione della ricchezza nella infrastrutturazione primaria
dell'Italia, essa sì motore di uno sviluppo sano, opposto all'irrefrenabile
propensione a scavare e riempire buche, perché tanto tutto fa Pil.
Invece no. La lettera, frutto di palese improvvisazione,
zeppa di frasi rimasticate, non fa che mulinare chiacchiere al vento.
Da una parte, come dicevamo, un puro esempio di italica
cialtroneria, il peggio del nostro repertorio politico. Ma dall'altra, la
vocazione delinquenziale, il feroce attacco al lavoro, distillato del peggior
liberismo che è la quintessenza della cultura e dell'egemonia delle classi
dominanti. Momentaneamente accantonato l'attacco alle pensioni di anzianità,
ecco tornare prepotentemente il tema dei licenziamenti. «Più facile
licenziare», titolava ieri con dissimulata soddisfazione il giornale di
Confindustria e, più o meno così, si sono regolati i giornali della borghesia,
taluni, come quelli che abitano presso la corte del sultano, esibendo
sgangherato tripudio. Si è sbagliato di grosso chi credeva che il problema
dell'Italia fosse il basso tasso di occupazione, la disoccupazione giovanile,
la dilagante precarietà generata da un mercato del lavoro trasformato in
supermercato delle braccia, balcanizzato come in nessun paese del mondo. Non ha
capito nulla chi pensava che si trattasse di creare lavoro, di incentivare le
assunzioni, di eliminare le tipologie più vessatorie della prestazione d'opera.
No, niente di tutto questo. La ripresa del Paese è tutta consegnata alla
libertà di licenziare. Qui, però, riaffiora la cialtroneria di cui sopra.
Perché la formula adottata nella lettera sembra riferita ai «licenziamenti per
motivi economici» che, come è noto - e come spiega col consueto rigore
Piergiovanni Alleva nell'intervista all'interno del giornale - sono già
ampiamente normati dalla legge e dagli accordi interconfederali. Dunque, delle
due l'una. O nella lettera all'Ue si annuncia che si farà niente di più di ciò
che già è contemplato nella legislazione vigente, e allora siamo di fronte ad
un miserabile gioco di prestigio, ad un'illusionistica rappresentazione per
allocchi, oppure, come è più probabile, non è ai licenziamenti «per
giustificato motivo oggettivo» che si pensa, ma a quelli individuali, intimati
senza giusta causa, oggi vietati dalla legge e - segnatamente - da quel
monumento alla dignità del lavoro che è l'articolo 18 dello Statuto dei diritti
dei lavoratori.
Non dovremo attendere molto per sapere di cosa effettivamete
si tratti e come e in quali tempi il governo più screditato di sempre intenda
procedere. Sarebbe ora il caso che il sindacato, tutto il sindacato, almeno per
una volta, ritrovasse l'unità d'azione e si mettesse per davvero di traverso.
Comincia la Cgil, mobilitando i suoi pensionati, oggi a Roma per opporsi al
picconamento del welfare e delle pensioni: quello che è già stato fatto e
quello che il governo si appresta a fare, fingendo di voler così salvare quelle
generazioni future a cui è stata tolta ogni speranza. Allora prendiamo
l'odierna manifestazione come il segnale incoraggiante che gli anziani,
protagonisti di tante storiche conquiste per il lavoro e per la democrazia, non
accetteranno di farsi giocare strumentalmente contro chi oggi si affaccia al
lavoro. Tuttavia serve, e subito, qualcosa di molto più forte. Serve una chiamata
generale alla lotta, allo sciopero. Perché la lettera cucinata dal governo
italiano con la supervisione dell'Ue e delle autorità monetarie europee
rappresenta un manifesto di intenti che sopravviverà a Berlusconi, un lascito
che ha per eredi predestinati anche futuri governi, frutto di coalizioni magari
composite, ma pur sempre espressione del grande capitale che intende continuare
a suonare la grancassa. A nostre spese.
Dino Greco
28/10/2011

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