29 ottobre 2011

La lettera cucinata dal governo italiano con la supervisione dell'Ue e delle autorità monetarie europee rappresenta un manifesto di intenti che sopravviverà a Berlusconi, anche con un governo dell'Ulivo. Meglio saperlo prima per fare scelte di voto utile per gli interessi popolari

La lettera all'Ue, fra cialtroneria e ferocia di classe
Peracottari o delinquenti? Si riduce a questo il dilemma che ci assale (si fa per dire) apprendendo i contenuti della lettera con cui il governo italiano si è presentato - cappello in mano - al cospetto dell'Ue (e della Bce) per ottenere un placet utile (forse e soltanto) ad assicurare alla propria sopravvivenza i tempi supplementari.

Da una parte, in questo testo non vi è nulla che possa minimamente influire sulla ripresa di un paese che continua a galleggiare senza una guida politica, che non sia quella prona e compartecipe del saccheggio brutale delle risorse umane e naturali del paese da parte di una insaziabile consorteria di lestofanti.

In queste ore c'è un pezzo d'Italia, fra le zone più suggestive della penisola, che viene letteralmente spazzato via da un mare di fango, prodotto da un alluvione ampiamente prevedibile, ma impossibile da arginare nei suoi devastanti effetti a causa di un dissesto territoriale, di una dissennata speculazione edilizia e di un equilibrio idrogeologico irrimediabilmente compromesso.

Tutto il paese soffre - ove più ove meno - di questo cronico stato di abbandono, di questa irresponsabile latitanza del potere politico, in primo luogo del governo centrale. Che anziché coltivare propagandistici, faraonici e inutili quando non dannosi progetti di opere pubbliche, avrebbe potuto, potrebbe, investire i proventi di una vera lotta all'evasione e di una seria redistribuzione della ricchezza nella infrastrutturazione primaria dell'Italia, essa sì motore di uno sviluppo sano, opposto all'irrefrenabile propensione a scavare e riempire buche, perché tanto tutto fa Pil.

Invece no. La lettera, frutto di palese improvvisazione, zeppa di frasi rimasticate, non fa che mulinare chiacchiere al vento.

Da una parte, come dicevamo, un puro esempio di italica cialtroneria, il peggio del nostro repertorio politico. Ma dall'altra, la vocazione delinquenziale, il feroce attacco al lavoro, distillato del peggior liberismo che è la quintessenza della cultura e dell'egemonia delle classi dominanti. Momentaneamente accantonato l'attacco alle pensioni di anzianità, ecco tornare prepotentemente il tema dei licenziamenti. «Più facile licenziare», titolava ieri con dissimulata soddisfazione il giornale di Confindustria e, più o meno così, si sono regolati i giornali della borghesia, taluni, come quelli che abitano presso la corte del sultano, esibendo sgangherato tripudio. Si è sbagliato di grosso chi credeva che il problema dell'Italia fosse il basso tasso di occupazione, la disoccupazione giovanile, la dilagante precarietà generata da un mercato del lavoro trasformato in supermercato delle braccia, balcanizzato come in nessun paese del mondo. Non ha capito nulla chi pensava che si trattasse di creare lavoro, di incentivare le assunzioni, di eliminare le tipologie più vessatorie della prestazione d'opera. No, niente di tutto questo. La ripresa del Paese è tutta consegnata alla libertà di licenziare. Qui, però, riaffiora la cialtroneria di cui sopra. Perché la formula adottata nella lettera sembra riferita ai «licenziamenti per motivi economici» che, come è noto - e come spiega col consueto rigore Piergiovanni Alleva nell'intervista all'interno del giornale - sono già ampiamente normati dalla legge e dagli accordi interconfederali. Dunque, delle due l'una. O nella lettera all'Ue si annuncia che si farà niente di più di ciò che già è contemplato nella legislazione vigente, e allora siamo di fronte ad un miserabile gioco di prestigio, ad un'illusionistica rappresentazione per allocchi, oppure, come è più probabile, non è ai licenziamenti «per giustificato motivo oggettivo» che si pensa, ma a quelli individuali, intimati senza giusta causa, oggi vietati dalla legge e - segnatamente - da quel monumento alla dignità del lavoro che è l'articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori.

Non dovremo attendere molto per sapere di cosa effettivamete si tratti e come e in quali tempi il governo più screditato di sempre intenda procedere. Sarebbe ora il caso che il sindacato, tutto il sindacato, almeno per una volta, ritrovasse l'unità d'azione e si mettesse per davvero di traverso. Comincia la Cgil, mobilitando i suoi pensionati, oggi a Roma per opporsi al picconamento del welfare e delle pensioni: quello che è già stato fatto e quello che il governo si appresta a fare, fingendo di voler così salvare quelle generazioni future a cui è stata tolta ogni speranza. Allora prendiamo l'odierna manifestazione come il segnale incoraggiante che gli anziani, protagonisti di tante storiche conquiste per il lavoro e per la democrazia, non accetteranno di farsi giocare strumentalmente contro chi oggi si affaccia al lavoro. Tuttavia serve, e subito, qualcosa di molto più forte. Serve una chiamata generale alla lotta, allo sciopero. Perché la lettera cucinata dal governo italiano con la supervisione dell'Ue e delle autorità monetarie europee rappresenta un manifesto di intenti che sopravviverà a Berlusconi, un lascito che ha per eredi predestinati anche futuri governi, frutto di coalizioni magari composite, ma pur sempre espressione del grande capitale che intende continuare a suonare la grancassa. A nostre spese.


Dino Greco
28/10/2011

Nessun commento: