30 ottobre 2011

Intervista. Se si parla di licenziamenti, il pensiero corre a Pier Giovanni Alleva, decano degli avvocati del lavoro italiani, una vita nell'ufficio giuridico della Cgil, sempre nei tribunali a difendere lavoratori, senza guardare alla tessera sindacale in tasca.

Lettera alla Bce - Alleva: «Sotto tiro c'è la giusta causa»


Dicono: «licenziamenti semplificati». Cosa significa nella legislazione attuale?

Questa cosa lascia sbigottiti. Sui licenziamenti «per motivo economico-produttivo»già oggi abbiamo una piena libertà. Senz'altro quando siano determinati da una comprovabile crisi aziendale. Paradossalmente, una legge che dicesse «sono possibili licenziamenti individuali e collettivi quando l'impresa ha una crisi comprovabile» la firmerei subito.

Perché?

La legislazione liberista è andata molto più in là, fino a dire che per «motivo economico» si deve intendere «qualsiasi motivo di maggiore redditività». Anche licenziare due persone per spremere di più i cinque che restano è - secondo quella giurisprudenza - un «motivo giustificato».

Un discorso falso... Ma perché lo fanno?

Per ingannare l'opinione pubblica, penso. Vogliono far passare l'idea che in Italia un'impresa in difficoltà non possa licenziare. Il che è contrario al buon senso: tutti sanno che è possibile, ma poi ci vogliono gli ammortizzatori sociali. All'ultimo momento, come hanno fatto spesso, cambiano le carte in tavola e attaccano l'art. 18 tout court. Su questo mi sono confrontato molte volte con Ichino. «Se siamo d'accordo che sul licenziamento individuale la reintegra (da parte del giudice, ndr) è adeguata, perché se non c'è il 'peccato' non ci può essere la 'punizione', perché insisti?» Mi ha sempre risposto «perché sono licenziamenti per motivo oggettivo». In realtà è un inganno mediatico. Fanno vedere una proposta razionale per fare invece tutt'altro.

E' l'unica possibilità?

Che vogliano eliminare - nei licenziamenti collettivi - i «criteri sindacali di scelta». Se 100 vanno licenziati, si tratta di capire le priorità (prima quelli con minor carico familiare, con minore anzianità, ecc). L'unica barricata che funziona è proprio questa; quindi potrebbero cercare di intervenire su questo punto. Oppure che «motivo economico» sia niente altro che un'etichetta insindacabile, per far passare cone «oggettivo» un licenziamento punitivo.

Un'autocertificazione aziendale...

Sì, ma di questo la giurisprudenza si è occupata spesso. Una volta i licenziamenti collettivi per «motivo oggettivo» non erano coperti dall'art. 18. E i padroni magari ne licenziavano sei con questa «giustificazione collettiva», anche senza nessuna crisi in atto. Ma i giudici hanno sempre sanzionato questa pratica applicando l'art. 18. Ma l'ipotesi principale, per me, è la prima. Vogliono di nuovo attaccare il 18, rendendo difficile distinguere quando è «motivo oggettivo» e quando no, così resta solo il risarcimento di un anno e mezzo o due.

Lo ripeteva ieri Ichino...

Lo dice da sempre. Per loro la «dignità» non significa nulla. Hanno una visione mercificata dei rapporti di lavoro, di supremazia e ricatto. E quindi hanno bisogno della licenziabilità ad usum. Il risarcimento, se il lavoratore non vuole tornare in azienda, c'è già adesso.

Ora tutti stanno reagendo...

Mi hanno meravigliato - positivamente - Cisl e Uil. Credo che il tentativo di mistificazione sia perciò fallito. Tutti hanno pensato «stanno mentendo». Dietro quella lettera c'è gente come Sacconi, Tiraboschi, Cazzola, Brunetta e altri.. Non sanno che il licenziamento economico in Italia è già liberalizzato? È un inganno mediatico. Stop.

Ma l'Europa chiede addirittura di anticipare a dicembre una legge così...

Ho l'impressione di una cosa guidata. L'Europa non può non sapere. O sa che si sta parlando dell'art. 18 (e allora...), oppure è disinformata. Qualcuno, magari un parlamentare europeo, dovrebbe scrivere a Barroso o chi per lui una lettera che dice «Signor presidente, lei deve sapere la verità. Le stanno raccontando delle balle...» Ma non ci possiamo far prendere in giro.

Dicono che compenseranno con la «riduzione degli abusi sui contratti atipici»...

È una balla. Se vogliono, la possono fare con quattro norme a costo zero. Anagrafe pubblica del lavoro, accessibile a chiunque: l'azione di trasformazione di un contratto va resa nota anche al sindacato, oltre che al lavoratore; gli ispettori del lavoro devono avere il potere di fare anche loro questa «trasformazione». Quarto, se il contratto è trasformato per via giudiziaria o amministrativa in «tempo indeterminato», si applica sempre l'art. 18. Voglio vedere chi poi continua ad «abusare» dei precari...

Francesco Piccioni
29/10/2011

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