20 ottobre 2011

In questa rappresentazione che si fa realtà scompare d’incanto la responsabilità dei media. Il loro intervento nella costruzione delle notizie è mascherato da neutrale descrizione dei fatti

La spettacolarizzazione del 15 ottobre e il corto circuito tra media e black bloc
Le reti televisive continuano a trasmettere le immagini delle devastazioni dei “black bloc”, come fosse la ripetizione ossessiva di un film. Auto in fiamme, blindati sottratti alla polizia, lanci di sampietrini, vetrine infrante e bancomat assaltati sono divenuti immagini così familiari da costituire ormai una sorta di scenografia del discorso pubblico. Una memoria fotografica a portata di tutti.
Già nella serata di sabato, nelle prime trasmissioni televisive allestite a caldo, ha preso forma un racconto della manifestazione che non collima affatto con quello della maggior parte dei protagonisti scesi in piazza. Molti giovani manifestanti, intervistati dai conduttori televisivi, lamentavano che neppure una parola venisse spesa per raccontare le parole d’ordine del movimento, le ragioni politiche degli indignati, il lavoro di preparazione dei comitati e che tutta l’attenzione dei giornalisti fosse spostata, al contrario, sulle devastazioni e sugli scontri. Ma la sovraesposizione narrativa delle violenze è davvero la conseguenza logica del dovere di cronaca? Oppure questo voyeurismo mediatico è la spia di una spirale perversa che lega tutti gli attori in scena - media e black bloc - in un unico, pervasivo principio di spettacolarizzazione del reale? C’è un sottile confine oltre il quale il compito di informare sui fatti rischia di trasformarsi in una rappresentazione della realtà, anziché in una fotografia della medesima. I fatti sono fatti, si dirà. Ma non è così ovvio come sembra. Raccontare un fatto significa escludere altri fatti. Nel giornalismo esiste una grammatica del discorso, una gerarchia delle notizie, alcune delle quali occupano il centro della scena, altre sono relegate sullo sfondo e altre ancora spariscono dallo sguardo. Ma la gerarchia è l’esito di una interpretazione, niente affatto neutrale. Se si sceglie di raccontare la manifestazione di sabato mostrando unicamente la sequenza di distruzioni, la conseguenza è che si esclude dal racconto ufficiale tutto il resto. Nella migliore delle ipotesi le ragioni delle centocinquantamila persone scese in piazza diventano marginali. Quel che è incompatibile all’interno della narrazione prescelta viene oscurato. Non resta che un unico, esclusivo, significante universale della piazza: le auto in fiamme. Una rappresentazione, certo, che però finisce per avere effetto di realtà. Il risultato è che per il senso comune la manifestazione degli indignati resterà indissociabilmente legata all’immagine delle carcasse carbonizzate delle auto.
In questa rappresentazione che si fa realtà scompare d’incanto la responsabilità dei media. Il loro intervento nella costruzione delle notizie è mascherato da neutrale descrizione dei fatti. Da un lato, il primato dell’immagine spinge a enfatizzare quegli aspetti della realtà più compatibili col linguaggio televisivo - cosa c’è di meglio di un riot in stile londinese per un racconto mozzafiato! - e dall’altro ci si occulta dietro la convinzione che le immagini non siano altro che riflessi immediati della realtà. Quel che ha fatto della televisione - almeno sinora - la protagonista dei media è che nel prodotto finale scompare la sua natura di mezzo, occultando allo sguardo gli interventi che sono stati necessari per ridurre la realtà a racconto audiovisivo. Esiste una letteratura così ampia sull’argomento che non è necessario insistere oltre. I media agiscono secondo un principio di spettacolarizzazione della realtà - per logica interna ancor prima che per eventuali operazioni politiche. E’ molto facile che nella loro sfera d’attenzione finiscano notizie più adatte a essere inserite in un plot, in una sceneggiatura, che non, al contrario, fatti più resistenti a una riduzione narrativa a uso e consumo del grande pubblico. L’assalto a una vetrina compiuto da una decina di persone, fuor d’astrazione, si presta molto più a essere raccontato per immagini rispetto alla critica alla mercificazione contenuta nelle parole d’ordine di un movimento di centinaia di migliaia di persone.
Ma se così stanno le cose, non c’è il rischio che si crei un corto circuito tra il linguaggio spettacolare dei media, da un lato, e l’azione altrettanto spettacolare dei black bloc?
Solo per incompetenza o per intorbidire ancor più le acque, si può ravvisare un’analogia tra la guerriglia dei black bloc e la lotta armata degli anni Settanta. Nella logica del terrorismo - sbagliata e infondata quanto si vuole - c’era la convinzione che la lotta armata fosse una strategia, un mezzo per raggiungere un fine. Nello schematismo dottrinario delle Br l’atto terroristico non era fine a se stesso, ma strumentale a innescare un presunto movimento rivoluzionario nella società italiana. Niente di simile c’è nel modo di agire dei black bloc. La guerriglia urbana, lo scontro fisico, la distruzione di bancomat e negozi, l’incendio di vetture non ambiscono ad andare oltre la loro dimensione presente. La violenza di piazza è quel che è, un attacco ai simboli più superficiali del potere, nel migliore dei casi - la filiale della banca (il denaro), la polizia (braccio armato dei governanti), il commercio (i negozi), la proprietà (automobili) - ma senza che quelle azioni abbiano la possibilità di andare oltre loro stesse. Mandare in frantumi una vetrina non può avere altro fine se non quello di esibire la propria esistenza. Fine del discorso. La lotta armata era una strategia, la violenza black bloc performance, reality, spettacolo - nel senso tecnico di drammatizzazione. Il terrorismo anni Settanta era ancora interno a una rivoluzione immaginata come processo. Nel caso dei black bloc, invece, non c’è nessuna progettazione del tempo, nessuna concatenazione di cause ed effetti. Tutto si gioca nella situazione, nell’attimo accelerato dell’ipermodernità, nella puntualità dell’istante, nel culto estetico dell’azione. La stessa logica - guarda caso - implicita nel modus operandi dei media. Il principio-spettacolo con cui la televisione racconta la realtà è lo specchio in cui la guerriglia black bloc si riflette e si riconosce, l’elemento in cui essa si esibisce e dimostra la propria esistenza. L’attenzione spasmodica dei media hanno dedicato alle devastazioni rischia per assurdo di diventare la prova del successo simbolico delle performance violente dei black bloc, catapultati al centro della scena pubblica proprio per effetto dei riflettori puntati.

Tonino Bucci
20/10/2011
www.liberazione.it

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