9 ottobre 2011

Alessandra Riccio, in questi giorni il suo libro Racconti di Cuba (Iacobelli Editore, pp. 128, euro 10,00), un'opera piccola per dimensione e grande per stile, un'opera, allo stesso tempo, allegra e profonda, per spiegare dal di dentro e capire un paese e un popolo che da mezzo secolo smentiscono tutti.

I racconti cubani
Succede a volte che persone con le quali hai grande consuetudine e per le quali nutri indiscutibile stima, siano capaci di sorprenderti ancor più del solito per la loro eccellenza e per la loro bravura. E' il caso per me di Alessandra Riccio, specie dopo aver letto in questi giorni il suo libro Racconti di Cuba (Iacobelli Editore, pp. 128, euro 10,00), un'opera piccola per dimensione e grande per stile, un'opera, allo stesso tempo, allegra e profonda, per spiegare dal di dentro e capire un paese e un popolo che da mezzo secolo smentiscono tutti. Sia quelli come Alessandra e me che temono per l'assedio politico, economico e mediatico al quale Cuba è ancora assurdamente sottoposta, anche nell'era in cui è Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, sia quelli che detestano la Rivoluzione nonostante nella maggior parte dei casi non la conoscono o la disprezzano solo per invincibile pregiudizio ideologico.
Alessandra Riccio, che per le sue scelte di vita professionale ha imparato a conoscere da tempo l'anima testarda e solidale di un'isola come Cuba, forgiata, nel bene e nel male, dall'ultima rivoluzione autentica del nostro tempo, ha deciso così ad un certo punto che era arrivato il momento, da parte sua, di spiegarla quest'isola anomala. Per farlo, con molta umiltà, si è appoggiata alla vita che aveva vissuto a Cuba, come corrispondente dell'Unità, in stagioni (gli anni '90) nevralgiche per la Rivoluzione.
Ha raccontato, così, persone note e meno note, sincere e contraddittorie che, in alcuni casi, avevano frequentato quel terrazzo al terzo piano della palazzina di Calle 11 dove i corrispondenti dell'Unità abitavano e che Alessandra aveva fatto diventare in poco tempo un vero e proprio luogo di ritrovo delle idee più disparate, insomma della vita.
Ma nei 18 ritratti da lei messi insieme in Racconti di Cuba non c'è solo la cronaca magari della vita quotidiana del barrio o delle confidenze di Paquita, la compañera, che l'aiutava nelle faccende domestiche e che ha rifiutato di raggiungere il figlio a New York, dove se n'era andato, perché come tanti cubani non si sentiva pronta a rinunciare al medico di famiglia al pianterreno, che le controlla la pressione ogni mattina o alla ginnastica al parco vicino casa con una simpatica e giovane istruttrice, o alla possibilità di andare in gita al santuario della Madonna del Cobre, mille chilometri, in un pullman scassato ma pieno di anziani allegri. Nel libro di Alessandra c'è anche l'eco degli errori della rivoluzione e dei suoi momenti di illiberalità e la conferma delle disoneste campagne di discredito ritualmente montate sulle vicende di personaggi contraddittori come il poeta Heberto Padilla, la scrittrice Zoe Valdés o l'agente Cia Armando Valladares, ex poliziotto ai tempi del dittatore Batista, accusato di terrorismo. Un presunto dissidente, che non era né poeta, né invalido come lo presentavano i media occidentali, ma era invece un vecchio attrezzo della Cia che non a caso, poco dopo il suo rilascio dalle carceri cubane, per intervento del presidente francese Mitterand, ottenne immediatamente la cittadinanza Usa e fu nominato da Ronald Reagan addirittura capo della delegazione degli Stati Uniti al comitato Onu per i diritti umani.
Così Alessandra Ricco ricostruisce per il lettore dei suoi ritratti di sapore habanero, un paese inedito, a volte inaspettato, per molti di quelli che in buona o cattiva fede sono andati e vanno da mezzo secolo a "scoprire Cuba" senza capirla quasi mai, se è vero com'è vero che i più insistenti, negli ultimi vent'anni, a predire la fine della Rivoluzione e delle "utopie" dell'America Latina sono stati spesso proprio alcuni ex comunisti come il Premio Nobel Mario Vargas Llosa che ora vedono a sorpresa, e per ironia della storia, fallire miseramente la tanto decantata economia neo liberale. La Riccio ricorda che «dall'Italia arrivavano a decine i colleghi disposti a certificare la morte di quell'esperimento che aveva entusiasmato mezzo mondo negli anni Sessanta». Ma Cuba, paese con il chiodo fisso della cultura che fondò Casa de las Americas e l'Istituto del Cinema prima ancora di varare la riforma agraria, li ha smentiti diventando, pur fra tante contraddizioni, un esempio di riscatto per tutta l'America Latina. Mollò invece (per poi riuscire a rinascere anni dopo) l'Unità la cui amministrazione, già in caduta libera, a un certo momento, decise di chiudere il trentennale ufficio di corrispondenza dell'Avana. Chiuse anche la casa di Calle 11 con la terrazza che aveva ospitato tanti amici e nemici di Cuba, tanti intellettuali, politici, musicisti, scrittori, professionisti.
Da Hilda, la prima figlia del Che prematuramente scomparsa ad Assata Shakur, la Black Panther rifugiata all'Avana, ad Antonio Arrufat e Lisandro Otero, per i retori della Rivoluzione considerati, ad un certo momento, eretici ma che allora, come adesso, sono rimasti a Cuba. C'era spesso in quella casa anche Titòn Gutierrez Alea, il regista di Fragola e Cioccolata e Guantanamera, uno dei fondatori della Scuola di Cinema di Cuba, unica in America Latina, che fu protagonista di una lunga battaglia dentro l'Icaic per l'indipendenza e l'autonomia degli autori cinematografici.
Per questo mi piacerebbe chiedere ad Alessandra chi, fra gli scettici sul futuro di Cuba, che disturbavano con le loro voci i pazienti vicini di quell'angolo del Vedado, si alterava di più sulla terrazza del numero civico 464, diventata una vera palestra di dibattito quando Alessandra sostituì nella corrispondenza Massimo Cavallini che scelse di vivere in Florida e ora, con il suo blog, spara bordate contro Cuba.
Mi piacerebbe ricordare chi erano i più definitivi, all'epoca, nel bocciare ogni scelta della Rivoluzione, perché è da allora che una parte della nostra sinistra pontifica su quello che avrebbe dovuto fare Cuba per non morire. Bene: la Rivoluzione è ancora lì, ammaccata ma viva. Nel frattempo, però, è morta la sinistra italiana e, salvo la Germania, anche quella europea. Ma, secondo me, dove Alessandra raggiunge il massimo dell'eccellenza in questo piccolo-grande libro, non è solo nella interpretazione politica di Cuba, o nella bellissima prosa che usa per raccontare la storia edificante di Eusebio Leal, autodidatta, historiador della città dell'Avana premiato dall'Unesco, o nelle parole con cui illustra la poesia e la saggistica di Roberto Fernandez Retamar. L'intellettuale che a 27 anni insegnava già all'Università di Yale, lasciò l'incarico prestigioso per incorporarsi alla Rivoluzione e ora, mezzo secolo dopo, dirige Casa de Las Americas, l'istituzione letteraria più prestigiosa del continente.
Per me, i ritratti indimenticabili del libro della Riccio (con la quale ho il piacere di condividere la direzione di Latinoamerica) sono quelli di due donne di grande dignità e orgoglio, Dulce Maria Loynaz e Nati Revuelta.
La prima, poetessa insigne e aristocratica, amica di Garcia Lorca e mai tenera con la Rivoluzione, non pensò mai di far di professione la dissidente. Lasciò l'Avana per pochi giorni solo quando, nel 1992, risarcita nel suo orgoglio dal Premio nazionale di Letteratura, dopo anni di dimenticanze, andò novantenne in Spagna per ritirare il Premio Cervantes, il più prestigioso dopo il Nobel. Morì nel '97.
Nati Revuelta invece, nei giorni febbrili della Rivoluzione, amò Fidel, gli dette l'unica figlia femmina e quando questa figlia decise clamorosamente di andarsene a vivere in Spagna e poi negli Stati Uniti, preferì rimanere nell'Isola, fedele alle proprie radici come Dulce Maria Loynaz. Ora ottantenne, Nati guida ancora una vecchia Wolkswagen maggiolino per le strade dell'Avana. Per questo penso che, in questi racconti, c'è tutto il sapore dell'anomalia che Cuba rappresenta.

Gianni Minà
su Liberazione del 08/10/2011

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