20 settembre 2011

Il coordinamento 15 ottobre, luogo di convergenza organizzativa dei soggetti sociali impegnati, invita tutti e tutte a preparare la mobilitazione e a essere in piazza a Roma, riempiendo la manifestazione con i propri appelli, con i propri contenuti, con le proprie lotte e proposte.

VERSO IL 15 OTTOBRE: FISCHIO D'INIZIO

Che questo autunno si presentasse nella forma urgente di una risposta collettiva all’incalzare delle crisi è stato evidente durante tutta questa caldissima estate, durante tutto l’agosto passato ad osservare la caduta schizofrenica delle borse, gli ultimatum della Bce e gli appelli all’austerità e al sacrificio che si passavano di bocca in bocca i “responsabili” di turno. Che il lavoro politico dentro ed attorno le nostre reti sociali cominciasse con un certo anticipo a causa della convocazione dello sciopero generale della Cgil del 6 settembre, è stata la naturale conseguenza di una necessaria risposta all’approvazione di una manovra finanziaria che con l’approvazione di questi giorni si appresta a cambiare la vita di tutti e tutte segnandola come uno spartiacque.
Lo sciopero del 6 settembre fino ad ora è stato il tentativo di opposizione alla manovra più organizzato, a fronte di numerosi tentativi sempre generosi ma talvolta di mera testimonianza se non forzatura. L a partecipazione allo sciopero tutto sommato non bassa - né in termini di adesione allo sciopero, né in termini di presenza nei cortei- ma neppure solo sindacalizzata, non ha espresso l’incontenibilità di un sentimento di vera indignazione e stanchezza nei confronti del decisionismo dei governi e delle banche. Una indignazione che cova nel paese ma che oggi non è ancora un dato reale. Sebbene la radicalità dei contenuti di chi è sceso nelle piazze il 6 settembre travalichi la rappresentanza sindacale intesa come espressione della maggioranza Cgil di Susanna Camusso, non si scorge ancora all’orizzonte un insorgenza sociale nel paese. Chi sostiene il contrario e magari ci appella “falsi comunisti” per sottolineare il giusto solco tra noi e loro, semplicemente ha dimenticato la X-Box accesa e continua a giocare a Call Duty.
Il 6 settembre ha segnato un fischio d’inizio, la partita è cominciata senza azioni mirabolanti, ma a velocità sostenuta, ora però va giocata e va giocata fino in fondo. Giocarla significa essere consapevoli che se è vero che dentro la Cgil l’accordo del 28 giugno ha aperto una profonda frattura e forse una ferita insanabile, probabilmente non soltanto tra due mozioni, ma tra due modi differenti di vedere e di immaginare l’uscita dalla crisi, è vero pure che in questo dibattito tutto interno, i movimenti ed il loro anelito plurale e moltitudinario non possono essere affogati. Che si aprano le contraddizioni dentro quello che resta il più grande sindacato del paese, che dentro questa contraddizione si produca una battaglia politica incalzante, è certo a nostro avviso un fatto sempre positivo, tuttavia questa breccia non può e non deve diventare determinante e condizionante il farsi di un movimento generalizzato e plurale, che parta dal rifiuto della manovra, ma che diventi immediatamente movimento contro la crisi, movimento per un modello diverso di società. Se nella Cgil ci sono due modi diversi di intendere e combattere la crisi, una pienamente attestata dentro il quadro della compatibilità e dell’alternanza e l’altra che pone l’alternativa a questo modello di sviluppo come snodo centrale del proprio ragionamento politico, i protagonisti di questa contrapposizione devono comprendere come loro stessi, esattamente come gli altri sindacati, gruppi, centri sociali, collettivi, sono insufficienti per i tempi che viviamo. L’auspicio di un movimento che travalichi le organizzazioni non è semplicemente l’augurio di un autunno effettivamente caldo, ma la condizione necessaria per poter prefigurare una uscita dalla crisi fuori dai diktat della Bce. A cominciare proprio dalla Cgil e della stessa Fiom bisogna assumere il dato dell’insufficienza di ciò che c’è, di conseguenza non immaginare questo autunno come una battaglia interna – sacrosanta e legittima – ma davvero come una fase che cambia la storia del paese e dell’Europa.
Uniti contro la crisi per l’alternativa, è certamente quello spazio politico che presenta una sedimentazione più proficua dei rapporti tra le parti, una condivisione reale e vera dei contenuti elaborati dalle specificità che compongono il contenitore stesso: non è da sottovalutare che la relazione con la Fiom ci ha permesso di aprire , già dal 16 ottobre dell’anno scorso spazi di comune. Oggi quel contenitore relazionale, politico e laboratoriale produce l’elaborazione di un alfabeto condiviso, che vede noi stessi farci promotori della difesa del contratto nazionale o dell’articolo 18 - spazzati via senza appello dall’articolo 4 e dall’articolo 8 di questa manovra - ma soprattutto vede il sindacato metalmeccanico assumere per parte sua la rivendicazione del reddito e la condanna alla precarietà diffusa come aspetti centrali delle proprie piattaforme. Così come il tema della nuova gestione dei beni comuni, della riconversione ecologica e della necessità di un nuovo modello di sviluppo è diventato patrimonio collettivo. E allora è chiaro che Uniti contro la crisi per l’alternativa ha già fatto molto più che sommare una ad una realtà strutturate di grande, medio e piccolo calibro, ma ha cominciato a sperimentare cosa significa stare insieme nelle diseguaglianze, nella differenze, conservando la specificità della propria storia, la singolarità imperdibile del proprio portato politico e affrontando con responsabilità il tema del tetto comune che diventa istituzione dal basso di alternativa che vorremmo tradurre in programma politico.
La scommessa è oggi, esprimere, insieme dei punti programmatici semplici e tremendamente concreti, a partire dai quali, noi crediamo, nasca e si sviluppi l’idea di un paese diverso. Questi punti devono certamente tenere al centro la difesa, o meglio il ripristino, del contratto collettivo nazionale e dell’articolo 18, ma pure l’abolizione della legge Biagi, vero incubatore della precarietà in questo paese, un modello nuovo di gestione dei beni comuni, il ripristino dell’iniezione di risorse indirizzate ai luoghi della cultura e della formazione, la riformulazione di un sistema di welfare che si rispetti, la tutela dei diritti tutti, da quello all’abitare, al reddito, alla mobilità, alla salute…
La sfida dell’autunno di sembra questa.
Siamo noi che, costruiamo sì ponti generazionali con lavoratori più vecchi e più garantiti – oramai per poco - ma che abbiamo il compito di partire, affinché questi ponti siano solidi e permettano di camminarci su senza cadere, dalle nostre soggettività, ricombinando il nostro essere centri sociali e strutture di movimento innanzitutto come veicolo di organizzazione autonoma di fette di popolazione irrappresentabili. Non solo precari, ma espressioni diversificate delle periferie e delle sacche di subalternità delle metropoli, dei neet ma anche dei giovani iper-formati e senza lavoro, dei giovani artisti, di tutti quelli che lo Svimez, nelle statistiche di recente pubblicazione chiama gli “inattivi”. La soggettivazione di questo sottobosco ormai maggioritario dentro i grafici che fotografano le realtà sociale del paese, deve essere il vettore della creazione di nuove e produttive reti, e di nuove forme di organizzazione che tengano conto della complessità sociale in cui ci andiamo a muovere.
Da questa soggettivazione bisogna provare a costruire inneschi per una esplosione sociale che è la precondizione per poter discutere di una uscita dalla crisi contro Tremonti e contro l’alternanza del Pd al Pdl. Fertilizzare il terreno del conflitto sociale, agevolare i processi di autorganizzazione nella metropoli, essere agit prop contro la crisi, pensiamo che oggi esiste l’esigenza a partire dalla necessità di re/ immaginare noi stessi, di provare ad essere tutto questo.
Individuare chi la crisi continua a non pagarla, costruire con questo comune nella moltitudine, davanti ad un processo di impoverimento generale che rende inedito ed emergenziale il tempo che attraversiamo. E’ pure a partire da questa ridefinizione delle nuove povertà urbane, che assume concretezza straordinaria il tema del reddito. E’ a partire dall’osservazione dei dati dell’Istat o dello Svimez, che ci chiediamo, come si possa ancora opporre un feticismo lavorista o un’utopia strumentale e inaccettabile che ancora parla di piena occupazione, al reddito come ragionevole proposta di uscita dalla povertà generalizzata e dalla lotta alla sopravvivenza che soprattutto le giovani generazioni affrontano durante tutta la propria esistenza .
Una complessità che si manifesta anche nella capacità di produzione di conflitto. Siamo tra quelli che pensano che non esista un nesso di causa effetto tra le rivolte dell’area euro-mediterranea, tra i riots delle povertà urbane londinesi o tra gli indignados spagnoli e le capacità insurrezionale di questo paese. Sappiamo che i nostri detonatori interni sono viziati da macchinosi e lenti processi ricompositivi. Sappiamo che questo è il paese che ha dato vita ad un grandissimo processo di partecipazione e riappropriazione che si è organizzato attorno al referendum per l’acqua e contro il nucleare, un fenomeno sociale e politico che parla già di alternativa. Sappiamo che l’elezione di De Magistris a Napoli e di Pisapia a Milano non è stato un fatto esauritosi nelle giornate del voto, ma è stato il frutto di un grandissimo processo di partecipazione popolare che ha segnato di fatti un punto di svolta, sia nelle nuove forme sinergiche di interazione tra movimenti ed istituzioni, sia nella messa al bando del decisionismo partitocratico. Piazza o urne, se definiamo il nostro tempo come veramente inedito, non ci azzardiamo nemmeno alla narrazione esotica di insurrezioni ancora da venire.
Ecco perché riteniamo fare nostre le istanze che esprime l’indignazione del paese: l’indiscutibile critica ai privilegi del clero, la rabbia degli indebitati, il forte sentimento anti-corruzione o la spinta oppositiva nei confronti della casta, consapevoli certo dei germi legalisti che si nascondono dietro le ultime due, ma leggendone anche e soprattutto il contesto in cui si esprimono ovvero in un paese dove tangentopoli non è mai finita e l’esercizio della democrazia lascia spazio allo stato d’eccezione. La spirale degenerativa dell’indignazione contro la casta rischia però di azzerare lo spazio della politica sfociando in tecnocrazia, per questo dobbiamo segnalare con forza che la casta è anche e soprattutto quella delle banche, e che le tecnocrazie sono niente altro che la formalizzazione della perdita di sovranità degli Stati, a favore di una sovranità accentrata nella mani dei poteri finanziari.
E’ dentro questa rimodulazione dei linguaggi si iscrive pienamente una necessaria difesa della democrazia, del suo terreno franoso che nella crisi cede il passo all’autoritarismo e a orribili performance di violenza.
Difendere la democrazia è una sfida al Capitale. Auspicare tumulti in virtù della sua difesa, ma pure assumersi la responsabilità di dettare punti di programma e di governo in virtù del superamento dell’alternanza, è una sfida al capitale.
Quando diciamo che “è tempo di osare” intendiamo questo. Misurarsi con il presente, spegnere i videogames del conflitto e proiettarsi nel mondo reale, essere agitatori contro la crisi, essere consapevoli della nostra insufficienza, costruire punti di programma e modelli sociali che definiscano l’alternativa, rinnovare il rapporto tra politica e movimenti, cancellare i tabù novecenteschi della stereotipizzazione dell’antagonismo di classe per proiettarsi in un tempo nuovo. Questo vuol dire osare.
Per fare tutto questo però ci vuole coraggio e convinzione, pure perché la partita è appena cominciata, siamo solo al fischio d’inizio!

Antonio Musella e Eleonora de Majo 18 / 9 / 2011
www.controlacrisi.org

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