11 settembre 2011

Lavoro e diritti. La soluzione prospettata dal più “aziendalista” tra i senatori del Pd è in perfetta aderenza alle sue conclamate convinzioni neo-liberiste

ICHINO ASSOLVE A PRESCINDERE I DATORI DI LAVORO
Ancora una volta, nel rispondere - attraverso il suo sito internet - al quesito di una giovane “praticante”, il giuslavorista Pietro Ichino cerca di cogliere l’occasione per “mischiare le carte”!

L’interrogativo posto dalla lettrice era relativo all’opportunità di lasciarsi (eventualmente) influenzare - nell’intraprendere la futura attività forense - da convinzioni ideologiche o politiche. Chiedeva, in sostanza, se fosse opportuno - e giusto dal punto di vista professionale - schierarsi “a prescindere” dalla parte dei lavoratori - piuttosto che da quella dei datori di lavoro - o viceversa.

La soluzione prospettata dal più “aziendalista” tra i senatori del Pd è in perfetta aderenza alle sue conclamate convinzioni neo-liberiste. Questo, naturalmente, non sorprende; né rappresenta una novità, il tentativo di rifuggire dalla chiarezza!

E’ esemplare, in questo senso, l’ (infondata e abusata) accusa - rivolta all’ordinamento italiano - secondo la quale la protezione della stabilità del rapporto di lavoro è, nel nostro Paese, la più forte rispetto a qualsiasi altro paese dell’occidente industrializzato.

Il tutto, in palese contraddizione con l’ultimo “Rapporto sull’occupazione in Europa”.

Infatti, lo stesso certifica che sono numerosi i paesi che precedono l’Italia nella speciale graduatoria relativa al “grado di rigidità normativa” che disciplina i rapporti di lavoro.

Tra l’altro - nonostante non fosse stato messo in discussione il diritto dei datori di lavoro a godere di assistenza legale - Ichino ritiene opportuno esordire escludendo che gli stessi debbano essere considerati colpevoli.

Trattasi, evidentemente, di un semplice caso di “excusatio non petita, accusatio manifesta”!

Ma è nel merito del problema che Ichino riesce a “inanellare una perla dopo l’altra”!

Infatti, dopo aver sostenuto che la scelta di un avvocato che assiste normalmente i lavoratori di non assistere anche le aziende, o viceversa, rappresenta una semplice esigenza “tecnica” - per evitare di sostenere orientamenti avversati in altre cause analoghe - piuttosto che un ostacolo di carattere etico o deontologico; l’esponente del Pd tradisce - attraverso una banalissima considerazione - quanto siano radicati in lui convincimenti e pulsioni politiche che hanno poco a che vedere con un sano riformismo e riflettono, invece, una visione “classista” della società.

Allo scopo, rispetto al primo punto, rilevo che offrire la propria assistenza legale alle parti datoriali - piuttosto che ai lavoratori - o viceversa, forse, più che da esigenze di carattere “tecnico”, discenda da rispettabilissime opzioni personali, culturali, ideologiche e/o politiche, che nulla hanno a che vedere con la deontologia professionale.

Quindi, che Ichino faccia dipendere dalla “maturità” del singolo professionista - e dalla sua capacità di tenere conto delle esigenze “tecniche” - la decisione di “selezionare” i propri clienti, non appare condivisibile.

Inoltre, rispetto alla quarantennale esperienza forense di Ichino, nel corso della quale afferma di avere - indifferentemente - offerto o rifiutato assistenza tanto ai lavoratori quanto ai datori di lavoro, faccio solo notare che i primi dieci anni, presso la Camera del Lavoro di Milano, furono (certamente per sua scelta e non per motivi di carattere “tecnico”), dedicati esclusivamente a sostenere le ragioni dei lavoratori. Ancora oggi, almeno per quanto riguarda i legali che operano in Cgil, svolgere assistenza a favore dei lavoratori è incompatibile con qualsiasi altro incarico dello stesso tipo a favore dei datori di lavoro!

Non ragioni tecniche, quindi, ma - molto più banalmente - quelle che definirei “scelte di vita” (anche se, ormai, molto lontane nel tempo).

Per quanto riguarda, invece, la banalissima considerazione di Ichino, secondo il quale ci sarebbero addirittura numerosi avvocati giuslavoristi schierati politicamente a destra che difendono prevalentemente o esclusivamente i lavoratori, o viceversa, con avvocati “di sinistra”, mi limito a rilevare che siamo di fronte all’ennesima - semplicistica - riproposizione degli scenari offerti dalla saga di “Peppone e don Camillo”!

I lavoratori - e chi ne sostiene la causa - tutti “comunisti” e i datori di lavoro - e chi ne rappresenta gli interessi - tutti “fascisti”!

Uno stereotipo agli antipodi di quel “riformismo” nel quale il più “aziendalista” del Pd cerca, invano, di identificarsi.

Renato Fioretti
collaboratore redazionale di lavoro e Salute

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