9 agosto 2011

Come comprendere il fenomeno, a coglierne le potenzialità, le possibile derive problematiche, gli spazi dell’azione politica?

Vivere nel tumulto di Londra

Il 6 agosto camminavo alle tre di notte su Kingsland Road, a Dalston, rientravo a casa con lo stomaco pieno di birra. Le solite auto della polizia con le tipiche sirene ansiogene di Londra solcavano veloci la strada. Non ci faccio caso, il suono delle sirene è onnipresente nelle notti londinesi, ti ci devi abituare. Poi ad un certo punto qualcosa mi costringe a chiedermi che succede: le auto della polizia che passano ad intervalli regolari diventano un fila ininterrotta di camionette, con i finestrini protetti da grate.

Allora lo so cosa è successo. Lo aspettavo da mesi, dalla prima volta che ho attraversato la periferia inoltrata per andare all’Ikea. Quel giorno di ottobre avevo pensato che quei sobborghi fantasma che si stendevano sotto la pioggia erano una cassa di tritolo dimenticata nell’umido di una cantina. E poi i devastanti tagli al welfare approvati a fine ottobre mi avevano fatto pensare ancora: qui non regge più.

Poi c’è stato il movimento studentesco, dalle periferie i ragazzi dei licei raggiungevano i palazzi del centro si mischiavano alla folla di studenti universitari, attivisti, cittadini indignati, sfuggivano alle kettle della polizia, spaccavano i vetri, resistevano negli scontri, ballavano intorno ai pannelli bruciati. Erano una componente fondamentale delle mobilitazioni, i ragazzi dei licei, delle periferie, quelli che all’università forse non ci sarebbero andati e quelli a cui stava per essere tolta anche la possibilità di frequentare le scuole superiori visto che l’assegno di mantenimento previsto dallo stato inglese per i liceali (EMA) era stato semplicemente smantellato da Cameron&friends.

Che rapporto c’era tra le lotte universitarie e questi scatenati adolescenti in branco? Non lo so. Nessuno lo sa. Ogni risposta netta sarebbe una falsità. Dire che erano la stessa cosa sarebbe ipocrita. Dire che erano lotte separate sarebbe miope. In piazza in qualche modo ci si ricomponeva per scomposizione: la dinamica di piazza inglese non richiede e non ricerca azioni di massa centralizzate, succede sempre che ci si perde, ci si divide in gruppi, per affinità, per casualità o per strategie di fuga. Le pratiche scelte da un gruppo influenzano poco quelle scelte da un altro e alla fine si solidarizza (dato non scontato) tutti insieme con arrestati e feriti, che alla fine siamo tutti sulla stessa barca. Basta questo a parlare di ricomposizione sociale? Forse è una premessa ma ci vuole uno sforzo ulteriore.
I riot delle due notti precedenti accadono a Londra dopo 30 anni di calma nelle periferie, non a caso, a mio avviso, nell’anno in cui l’Inghilterra comincia a sentire la crisi sui dati occupazionali, si tagliano benefit su disoccupazione, case e maternità e soprattutto si danno dei, seppur embrionali, processi di soggettivazione che coinvolgono nuovi soggetti, come gli ultra-giovani delle periferie. Dopo le linee tracciate nell’inverno, ad agosto è scoppiato un nuovo incendio. Nessuna data lanciata da sindacati stavolta, nessuna assemblea preparatoria o volantino, ma non per questo mancanza di organizzazione nella “burning and looting night” di Tottenham.
La faccenda è partita da una scintilla tipica della dinamica banlieue francese, e a questa somiglia anche da molti altri punti di vista: l’uccisione, a quanto pare ingiustificata, di un giovane del quartiere da parte della polizia. Cosa succede quindi da Tottenham in avanti?
Nelle interviste sul posto del giorno dopo c’era una parola che colpiva l’orecchio per l’insistenza con cui veniva ripetuta: “community”. La comunità incazzata, la comunità contro lo stato, contro le istituzioni violente e cieche, estranee e discriminatorie. Molti degli elementi tipici dei riots di periferia, inglesi e non, ricorrono. Della banlieue francese ritroviamo le pratiche, la linea del colore e l’effetto domino, le dinamiche di impoverimento, razzismo e marginalità delle periferie metropolitane. A Londra però diversamente che a Parigi il confine tra banlieue e centro è più sfumato, mobile e a macchia di leopardo. La banlieue londinese è più vicina, a volte è “dentro”, circondata dal resto della città. Questo spiega perché io abito a dieci minuti da Tottenham, ed esco a bere a Brixton la sera.

E ricorrono anche le analisi: le visioni di sinistra che accentuano l’elemento dell’esclusione sociale dei giovani suburbani e solidarizzano con i “veri poveri”, il “vero popolo”; le letture antiautoritarie che spiegano tutto nell’ottica azione-reazione tra guardie e ladri e le interpretazioni, ma in questo caso direi versioni romanzate ma di scarso valore letterario, che si immedesimano semplicemente nel ruolo di tifosi del riot.
Ma basta tutto ciò a comprendere il fenomeno, a coglierne le potenzialità, le possibile derive problematiche, gli spazi dell’azione politica? Il rapporto tra movimenti sociali e dinamiche di riot delle periferie urbane ci fa immergere nella complessità della metropoli produttiva. Questa insorgenza come diviene nuova soggettivazione? Come si evita il rischio di chiusure comunitarie dei ghetti urbani? Saremo davvero capaci di inventare un linguaggio comune?

Sono le quattro e sono in un pub, la BBC si divide tra il crollo dei mercati e il fatto che la “polizia sta perdendo il controllo della città”. Non solo le speculazioni finanziare a far tremare il potere costituito nei giorni e nelle notti di mezza estate. L’attacco ai mercati vede aperto un altro fronte, non solo la Borsa, la City, Wall Street, ma anche Tottenham, Hackney, Peckham, da qui soffia un vento monsonico carico di conflitti, si segna la fine della sopportazione e dell’isolamento.
Le impressioni sono che un tessuto di lotte si stia costituendo, fragile e fatto di strappi improvvisi, ma allo stesso tempo ricco di richiami e stratificazioni, di fili intrecciati. Le impressioni sono che dei processi si siano avviati come ingranaggi fuori controllo, come uno stereo a tutto volume con un unico tasto, quello forward!
In questo momento la proprietaria del pub mi chiede di uscire perché la polizia li ha invitati a chiudere l’attività per pericoli di ordine pubblico, il tumulto dilaga.

Shendi Veli
(studentessa di Unicommon)
9/08/2011

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