2 luglio 2011

Se non avanzano le nostre proposte (o altre dello stesso tenore), vincerà la palude della “rivoluzione passiva”, di una alternativa senza popolo. Anzi, contro il popolo.

Siamo a un bivio: o svolta vera o "rivoluzione passiva"
Vi è una grande confusione sotto il cielo della politica; ma la situazione non mi appare affatto eccellente. Stiamo vivendo, infatti, un paradosso che da giorni il nostro giornale illustra. I risultati delle elezioni amministrative, dei referendum, il conflitto sociale e territoriale diffuso alludono ad un cambiamento di fase, alla partecipazione popolare come fuoriuscita dal disincanto del popolo di sinistra, ad una volontà di ricostruzione di una società organizzata democraticamente e autogestita. Vi è una consapevole e, a volte, inconsapevole rimessa in discussione del dogma neoliberista; vi è, cioè, un mutamento profondo dello spirito pubblico. Eppure dal parlamento arrivano, da parte del centrosinistra, solo risposte centriste. Mentre il regime naufraga in quello che Pasquale Voza ha chiamato, sul nostro giornale, “sovversivismo delinquenziale”, le sinistre allontanano da sè stesse il compito di ricostruire l’alternativa, rinchiudendosi in nicchie centriste. Già emergono, infatti, i guasti delle derive politiciste, che utilizzano i movimenti come orpelli e poi pretendono di tenerli lontani dai processi decisionali e dalle scelte strategiche (proprio per evitare che la politica si riduca, rispetto ai movimenti, al “tornate a casa, lasciateci lavorare”, abbiamo proposto la “costituente dei beni comuni”, per scongiurare risse personalistiche, corti circuiti populisti, riflusso della partecipazione). Ma emergono anche, dall’altra parte, le illusioni di chi pensa che i movimenti possano fare da soli liquidando i partiti. Credo, invece, che dovremo iniziare una feconda discussione, non accademica ma sul campo, sulle forme della rappresentanza, sul significato della militanza politica e sociale, sulla inderogabile necessità di una profonda autoriforma dei partiti che devono fuoriuscire dalle loro oligarchie autoreferenziali e costruire, con i movimenti, senza gerarchie incomprensibili, confederazioni territoriali di iniziative politiche e sociali. E’ più che mai tempo di “partito sociale”, di partito che non sequestra la rappresentanza, ma costruisce conflitto creando dal basso un nuovo spazio pubblico. Di patti di vertice oligarchici sono pieni i fossi. Sono preoccupato: non è ancora iniziata questa riflessione collettiva, che pretende grandi discontinuità, anche nei comportamenti pratici, e già lo spirito pubblico antiliberista deve fare i conti col tentativo di imbrigliarlo con equilibri politici moderati. E’ una disastrosa coazione a ripetere.

Basti ricordare i temi centrali intorno ai quali si definisce un’alternativa: la guerra, che vede impegnatissimo il Pd, che è silente, invece, sul sabotaggio governativo della Freedom Flottilla. E vi sarà, nel centrosinistra, una critica radicale dell’economia politica, una tensione a fuoriuscire dai vincoli europei, a partire dal congelamento del debito della Grecia oppure il centrosinistra naufragherà sugli scogli di una strategia liberista più realista del re che è, tra l’altro, la bancarotta definitiva della liberaldemocrazia? Penso anche ai temi di queste ore: gran parte del centrosinistra è ancora chiuso ottusamente all’interno di una logica di sviluppismo beota che pretende che la Tav vada imposta anche con l’esercito; mentre, non a caso, vengono presentate leggi sul tema della ripubblicizzazione dell’acqua bene comune che, come quella toscana e, in parte, quella pugliese, tradiscono spirito e lettera del referendum che noi consideriamo il paradigma fondativo unico della risocializzazione dell’acqua che non può essere negato per gli interessi della Confindustria e del lobbismo di sinistra. Né il partito democratico (e non solo esso) riesce a prendere una posizione univoca rispetto al referendum che vuole ripristinare la legge proporzionale nella formazione della rappresentanza parlamentare. Sono, cioè, i fondamentali che mancano; così, con poche idee ma confuse, si va allo sfascio. Come nel caso che ritengo più grave (di cui hanno già parlato, su Liberazione, Dino Greco, Cremaschi, Landini, la Fantozzi). E’ incredibile, infatti, che, in una fase in cui le sinistre hanno vinto, laddove hanno rilanciato partecipazione, democrazia, iniziativa unitaria dal basso, l’accordo fra sindacato e Confindustria incida proprio sull’abbattimento della partecipazione, della decisionalità di ogni lavoratrice e di ogni lavoratore con il proprio voto, sulla limitazione del diritto di sciopero. E’ un punto di non ritorno, che ci parla delle modalità stesse del conflitto, di una decisionalità affidata a delegati non eletti ma nominati; di natura stessa quindi delle organizazzioni sindacali, che diventano parti integranti dello Stato allargato, gestori corporativi del mercato del lavoro delle precarizzazioni. Perciò non mi convincono i compagni che, in buona fede, partono dalla vittoria referendaria e dal clima mutato per proporre, quasi automaticamente, il tema del governo. Mi sembra, tra l’altro, un pericoloso avventurismo idealista; mentre invece occorre ricostruire, nel conflitto e nella proposta, un rapporto di forza alternativo rispetto ad un presunto “patto fra produttori” (oggi grottesco e obsoleto di fronte alla crisi della globalizzazione liberista) che dovrebbe fare da base strutturale alla formazione del nuovo centrosinistra. Gramsci, di fronte a situazioni così complesse, che vedono il pericolo di egemonie moderate, parlò di “rivoluzione passiva”; rapportando le scelte di vertice a processi di passivizzazione e frantumazione di massa (che, infatti, stanno oggi dietro l’angolo e che possono nascere dalle mancate risposte alle aspettative nate negli ultimi tempi); ma si poneva anche drammaticamente il problema di come contrastare questo processo, di come elaborare una teoria della soggettività politica, di come costruire processi radicali e unitari di massa come base dell’alternativa. Occorre agire subito. Giorgio Mele e Fabio Vander hanno scritto, ieri, della proposta di convocazione di «stati generali della sinistra», aperti ed inclusivi «ma anche concludenti; su questa base di unità e di rinnovamento della sinistra può poi porsi il problema di una coalizione insieme al Pd ed ad altre forze politiche, di movimento e di società civile...». Costituente dei beni comuni come priorità degli assetti strategici e programmatici e stati generali della sinistra per costruire un polo autonomo della sinistra anticapitalistica mi sembrano le due proposte che possano tenere insieme spirito antiliberista diffuso e sbocco politico. Siamo, infatti, di fronte ad un doppio movimento: se non avanzano le nostre proposte (o altre dello stesso tenore), vincerà la palude della “rivoluzione passiva”, di una alternativa senza popolo. Anzi, contro il popolo.

Giovanni Russo Spena
01/07/2011
www.liberazione.it

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