2 luglio 2011

Note sul nuovo “Codice del lavoro” e l’ossessiva riproposizione del “Tutti a tempo indeterminato, nessuno inamovibile”.

Ma Pietro Ichino, che c(i) azzecca con il Centro-sinistra?
Sono sempre stato convinto che ciascuno di noi abbia il diritto di esprimere le proprie opinioni, senza correre il rischio - anche indiretto - di essere “additato” al pubblico ludibrio. Soprattutto quando tale diritto si esercita con lealtà e onestà intellettuale. Verifico, però, che non sempre gli interlocutori operano in regime di reciprocità!

Parto da quest’amara considerazione, nell’introdurre alcune valutazioni rispetto a un importante appuntamento che ha - recentemente - coinvolto gli “stati maggiori” del Pd.

Infatti, nei giorni 17 e 18 giugno, si è tenuta la prima Conferenza nazionale per il lavoro del Partito democratico.

La stessa, come noto, era stata preceduta - nel maggio 2010 - da un’Assemblea nazionale, nel corso della quale erano state indicate le proposte per il “diritto unico  del lavoro”.

Un importante tema, che, se nel 2010 produsse, in realtà, una sostanziale contrapposizione “politica” - nessun voto contrario, ma quasi il 50 per cento di astenuti - nei giorni scorsi ha, eccezionalmente, realizzato un documento finale approvato all’unanimità. 

In effetti, già lo scorso anno si realizzò una situazione di tipo kafkiano.  

Poco più della maggioranza semplice dei partecipanti all’Assemblea approvò la risoluzione finale che, in particolare, rispetto al tema del superamento della precarietà, rigettava l’ipotesi di “Contratto unico” di Ichino e accoglieva la tesi del responsabile economico del partito. Tesi secondo la quale, al fine di favorire i rapporti di lavoro a tempo indeterminato, si rendeva necessario aumentare - in termini retributivi e previdenziali - il costo del lavoro “atipico”.

Contemporaneamente, un numero più o meno corrispondente di partecipanti, evidentemente “sedotti” dalla formula del “Tutti a tempo indeterminato, nessuno inamovibile” (di cui al ddl 1481/09 di Pietro Ichino), fu sostanzialmente costretto - a mio parere, allo scopo di non ufficializzare una netta contrapposizione - a limitare il proprio dissenso attraverso l’astensione. 

Tale “savoir-faire” fu, però, bruscamente interrotto nello scorso mese di aprile.

In quei giorni, infatti, a un articolo apparso sulle pagine del Corriere della Sera, a firma di Pietro Ichino, Nicola Rossi e Luca Cordero di Montezemolo - attraverso il quale l’inedito “Trio”, con l’aggiunta di un entusiasta Piercamillo Falasca (di Futuro e Libertà) faceva il panegirico del ddl 1481/09 - si contrappose un duro intervento di Stefano Fassina.

Lo stesso, senza più alcun riguardo nei confronti dei colleghi di partito, non esitava, infatti, a parlare di “proposte tendenti a creare illusioni ai giovani afflitti dal dramma della precarietà del lavoro e del protrarsi di un paradigma ideologico e fasullo realizzato attraverso la contrapposizione (forzata e strumentale) della “generazione 1.000 euro” dei figli, a quella 1.200 dei padri”!

Personalmente, anche se ancora oggi non ritengo che quella proposta del Pd potesse risolvere i problemi (professionali e sociali) dei lavoratori “atipici”, né, tanto meno, che la soluzione potesse (e possa) essere affidata al contratto “a protezione crescente” che suggerisce Ichino, avevo, all’epoca, molto apprezzato che, all’interno del maggior partito di opposizione, fosse stata - finalmente - adottata una decisione “di merito” rispetto al dramma della precarietà di milioni di lavoratori italiani; giovani e meno giovani.

Purtroppo, la recente Conferenza ha - drammaticamente - riproposto una grave contraddizione.

Infatti, l’epilogo della “due giorni” ha confermato il carattere “distonico” della politica del Pd. Rispetto al lavoro, come a qualsiasi altro tema.

Esaminiamo i fatti. All’inizio dei lavori del 17 e 18 giugno, a Genova, in effetti, si confrontavano due documenti.

La relazione introduttiva di Stefano Fassina che, tra l’altro, relativamente al delicato tema dell’occupazione - e, in particolare, a quello della precarietà - prevedeva un “Progetto” da articolare attraverso: a) l’eliminazione dei vantaggi di costo del lavoro precario rispetto al lavoro stabile, b) la drastica riduzione delle tipologie contrattuali, c) la riforma dell’apprendistato, d) l’istituzione di un salario minimo. 

Un “contributo di un gruppo di parlamentari, studiosi e dirigenti del Pd” (tra i quali autorevoli esponenti quali: Walter Veltroni, Ignazio Marino, Enrico Morando e Sergio Chiamparino) che - allo stesso fine - “sponsorizzavano ” il ddl 1873/09 di Ichino, comprendente il nuovo “Codice del lavoro” e l’ossessiva riproposizione del “Tutti a tempo indeterminato, nessuno inamovibile”.

Lo stesso Ichino, nel suo intervento alla Conferenza, aveva ripetuto che “Non può bastare la parificazione contributiva per garantire universalità effettiva al nostro diritto del lavoro….”.

Ebbene, in una situazione di questo tipo, era apparsa (per lo meno) stupefacente la straordinaria capacità del gruppo dirigente del Pd di concludere i lavori con l’approvazione all’unanimità di un OdG con il quale - se il “Progetto” (di cui alla relazione introduttiva) si riduceva fino a prevedere la sola “equiparazione del costo e delle tutele di tutte le forme contrattuali, misure fiscali e politiche sociali di vantaggio per donne lavoratrici e giovani” - i 600 delegati riuscivano nell’ardua impresa di condividere unitariamente tanto la relazione introduttiva di Fassina, quanto il documento - dell’aprile 2011 - “Persone, lavoro e democrazia”. 

Documento attraverso il quale - è opportuno rilevarlo - si riteneva impraticabile la proposta di contratto unico e non condivisibile il superamento dell’art. 18 dello Statuto; ormai storico obiettivo di Pietro Ichino!

Quindi, delle due l’una: o si era trattato di una farsa, oppure, secondo l’accreditata ipotesi di un soggetto poco avvezzo alle alchimie politiche dei vertici del Pd - tanto abili da riuscire a far coesistere, all’interno del partito, le più bizzarre elucubrazioni - al momento del voto finale, Pietro Ichino e gli altri 36 sottoscrittori del “Contributo” erano alla buvette intenti a sorseggiare un caffè!

In realtà, il secondo documento era stato, diplomaticamente, ritirato e conservato “agli atti” quale possibile “arricchimento”.

Un chiaro espediente per comunicare all’esterno una comunanza d’intenti che, alla prova dei fatti, ha resistito appena qualche giorno!

In questo senso, la più eclatante delle conferme, è stata fornita dallo stesso giuslavorista milanese.

L’occasione è stata fornita da un articolo, pubblicato sul “Sole 24 Ore” del 24 giugno, di Michele Tiraboschi,

In quella sede, il successore di Marco Biagi nell’incarico di consulente del ministro Sacconi, rilevava - a valle della Conferenza del Pd - un’oggettiva corrispondenza, tra maggioranza e opposizione, su due temi ritenuti centrali nel dibattito sulle riforme del lavoro.

In estrema sintesi: l’indisponibilità all’adozione del “Contratto unico” e l’intenzione di rilanciare l’apprendistato. Nulla più di questo.

Sufficiente, però, a scatenare il livore e il risentimento di Pietro Ichino nei confronti di Stefano Fassina, accusato, in sostanza, di realizzare “un’altra sorprendente manifestazione di convergenza” con le forze del male (corsivo mio) dell’opposizione - attraverso Tiraboschi - sulla strategia per il superamento del dualismo del mercato del lavoro. Dimenticando, troppo repentinamente e con discutibilissima superficialità, che la proposta Fassina - pur se non (totalmente) condivisibile - era stata tanto ampia da non poter, in alcun modo, “convergere” con gli unici due elementi di confronto “estrapolati” da Tiraboschi: il contratto unico e l’apprendistato.

Si è quindi trattato, a mio parere, di un palese tentativo di discredito ai danni di un interlocutore scomodo e poco propenso a condividere quella che allo stato pare rappresentare, per Ichino, una vera e propria ossessione: la cancellazione - a qualsiasi prezzo - dell’art 18 della legge 300/70!

Tra l’altro, rispetto al tema delle paventate “convergenze”, con gli avversari politici di turno, è a tutti ampiamente noto che i più fedeli e tenaci sostenitori delle proposte di Ichino sono - di norma - esponenti e simpatizzanti del centrodestra!

Che si tratti di riformare il mercato del lavoro e rendere più costosi gli studi universitari, optare per l’energia nucleare o preoccuparsi di garantire “un’adeguata remunerazione dei capitali privati investiti nella gestione dei servizi idrici”, è sempre Pietro Ichino a reggere il vessillo dietro il quale, in verità, i rappresentanti e i votanti del centrosinistra sono sempre di meno.

Tanto che qualcuno potrebbe, legittimamente, chiedersi: “Ma Pietro Ichino, che c(i) azzecca con il Centro-sinistra?”

Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

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