5 luglio 2011

A mio parere - in ossequio all’ormai celebre aforisma andreottiano - è opportuno, ad esempio, diffidare e valutare con grande circospezione

Accordo sui contratti: “A pensar male si fa peccato, ma …”
Il recente Accordo interconfederale fra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil, sulle nuove regole della contrattazione e sulla rappresentanza sindacale è stato accolto, dalla maggioranza dei commentatori, come un gesto di grande responsabilità.

Esso dovrebbe porre - finalmente - fine a un lungo periodo di relazioni sindacali bellicose e indurre a una brusca “inversione di rotta” coloro che - in particolare negli ultimi anni - si sono intensamente adoperati per “costringere all’angolo” la Cgil. Dal ministro del lavoro, a Tremonti a Brunetta.

Secondo i migliori auspici della stessa Camusso, l’accordo sancisce il superamento dell’inaccettabile stagione degli accordi separati e l’apertura di una nuova fase del percorso unitario.

Per la leader degli industriali, Emma Marcegaglia, quello sottoscritto il 28 luglio rappresenta, addirittura, un segnale e un monito nei confronti della politica.

Per Tito Boeri si è trattato del “Coraggio di guardare avanti”.

Invece, secondo il parere di Giorgio Cremaschi - leader della minoranza Cgil - si tratta di “un accordo liberticida, che viola le libertà sindacali e contrattuali dei lavoratori e che apre la via allo smantellamento del contratto nazionale”.

Personalmente, preferisco adottare il massimo della cautela nell’esprimere una valutazione di merito. Ritengo, infatti, che il giudizio potrebbe essere condizionato da “residui” di valutazioni pregresse e da questioni di diversa natura. Politica, piuttosto che esclusivamente sindacale!

Tra l’altro, dal mio punto di vista, è opportuno rinviare un giudizio “a caldo” per almeno due ordini di motivi.

Il primo - conseguenza di un’esperienza trentennale di attività sindacale e di contrattazione - è rappresentato dalla consapevolezza che il prodotto di un qualsiasi accordo tra le parti non può, in via assoluta, essere, alla fine, considerato un successo “di parte”.

Al contrario, esso finisce - sempre - per rappresentare il frutto di una sapiente, accorta e giudiziosa opera di confronto e mediazione tra “interessi” che - di là dalle chiacchiere e dalle iconografiche visioni “buoniste” di Sacconi - sono (di norma) difficilmente coincidenti.

Senza neanche considerare che, in quest’occasione, si trattava di superare anche un altro grave handicap. Recuperare un’intesa sindacale che, dagli ultimi due/tre anni di “strappi” e “accordi separati”, era stata notevolmente compromessa.

Il secondo motivo di cautela è (forse) meno nobile, ma altrettanto importante.

E’ dettato dal convincimento che - come sosteneva un “vecchio volpone” democristiano - “A pensar male si va all’inferno, ma in genere ci si azzecca”!

In questo senso, non reputo per niente rassicuranti - in particolare - le valutazioni e i giudizi espressi da Sacconi e Tremonti.

A mio parere - in ossequio all’ormai celebre aforisma andreottiano - è opportuno, ad esempio, diffidare e valutare con grande circospezione quello cui intende realmente riferirsi Sacconi quando, attraverso un’intervista rilasciata al quotidiano “comunista” La Repubblica (del 30 giugno), dichiara che il recente Accordo “ E’ più importante del “Protocollo Ciampi” del 1993, perché riconosce la centralità della contrattazione aziendale nell’organizzazione del lavoro e della produzione ….”.

Laddove, prevedibilmente - dal suo punto di vista - “centralità” equivale a “prevalenza”! Assonanza che - probabilmente - se specificatamente richiesto alla Camusso, sarebbe energicamente negata.

Altrettanta cautela esprimo rispetto alle parole di Tremonti quando ringrazia Bonanni, Angeletti, Camusso e Marcegaglia “per quello che hanno fatto nell’interesse del nostro Paese”.

Tra l’altro, rilevo una “chicca” - perfettamente consona al suo provocatorio modo di agire ed esprimersi - dell’ineffabile ministro dell’Economia e delle Finanze. Egli, infatti, contrariamente a quanto previsto da una consolidata prassi - da sempre vigente, in ambito sindacale e politico - nel messaggio di ringraziamento antepone i nomi dei Segretari generali di Cisl e Uil a quello della Camusso, cui spetterebbe - in virtù del “peso” della propria organizzazione - il primo posto. 

C’è, inoltre, un “convitato di pietra” che, secondo alcuni, ha (addirittura) svolto un ruolo decisivo ai fini dell’Accordo interconfederale. Un elemento che, teoricamente, non avrebbe avuto motivo di essere presente, ma che, però - in realtà - non poteva non essere presente. La politica!

In ossequio a questa “presenza”, che incombeva al tavolo della trattativa, si sostiene che, in sostanza, il “ricompattamento” di Cgil, Cisl e Uil - nel nome della contrattazione e della rappresentanza - sia stato riprodotto per “ragioni politiche superiori”. In ossequio, cioè, all’esigenza di non creare più problemi a una politica (di opposizione) che “si limita a dire per evitare di pronunciarsi sul merito”!

E’ in questo quadro, che - tra l’altro - solo in misura parziale riesce a rendere l’idea del confronto in atto, reputo opportuno contenere la tentazione di esprimere giudizi di merito. Preferisco limitarmi a offrire una sintetica rappresentazione dell’accordo, rinviando ad altra occasione una più meditata e approfondita valutazione. 

Allo scopo, riassumo gli otto punti dell’intesa.

Rispetto alla certificazione del grado di rappresentatività nazionale: il peso della singola organizzazione sarà determinato dal dato ponderato ottenuto dal mix tra il numero delle deleghe sindacali sottoscritte dai lavoratori e i consensi registrati nelle elezioni delle Rsu (che andranno rinnovate ogni triennio).

Saranno legittimate a negoziare (sul piano nazionale) esclusivamente quelle OO. SS. il cui dato di rappresentatività sarà superiore al cinque per cento del totale dei lavoratori della categoria cui si applica il Ccnl.

Il secondo, il terzo e il settimo comma dell’accordo contengono, a mio avviso, gli elementi più importanti.

La prima impressione che si avverte, nel leggere il secondo comma, è quella di riscoprire, sostanzialmente, la “centralità” della contrattazione nazionale; in linea con gli assetti contrattuali previsti dal protocollo Ciampi.  

Ritengo, però, che si possa correre il rischio di una grave sottovalutazione dei potenziali rischi. Infatti, ho la sensazione che l’aver proceduto - contrariamente a quanto sancito nel 1993 - alla puntuale indicazione della funzione del Ccnl: “Garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni”, possa rappresentare, a parere di qualcuno (anche tra gli stessi sottoscrittori), una sorta di “autolimitazione preventiva” del livello nazionale. Con tutte le (immaginabili) conseguenze sul piano aziendale e territoriale!

Questo timore dovrebbe, però, essere scongiurato da quanto previsto al terzo comma. Infatti, lo stesso indica che la contrattazione collettiva aziendale si esercita “per le materie delegate dal Ccnl o dalla legge”.

Tuttavia, il contenuto del settimo comma - a mio avviso - ripropone il problema laddove prevede che - in assenza di norme nazionali che consentano la possibilità di contrattazione aziendale modificativa rispetto al Ccnl - il contratto aziendale (stipulato nel rispetto delle procedure previste al comma 5 dell’accordo) può definire intese modificative rispetto alla disciplina nazionale della prestazione lavorativa, degli orari e dell’organizzazione del lavoro. Quello che, personalmente, in estrema sintesi, definirei: “Pacchetto Fiat”!

A questo proposito, in ossequio alla coerenza e per rispetto degli interlocutori di turno, è il caso di operare qualche utile precisazione.

Se è vero che nell’accordo non si parla mai di “deroghe”, è altrettanto vero che - a mio avviso - prevedere:

a)         “strumenti di articolazione contrattuale capaci di aderire alle esigenze degli specifici contesti produttivi”;

b)         “intese modificative con riferimento agli istituti del Ccnl”,

equivale a riprodurne, sostanzialmente, gli stessi effetti. Almeno dal punto di vista confindustriale, se non da parte di Cisl e Uil!

In definitiva, soltanto il tempo e la traduzione in “pratica sindacale” dei contenuti dell’accordo, potranno offrire la possibilità di fugare eventuali dubbi e, eventualmente, smentire timori e preoccupazioni.

Tornando al testo: il grado di “misurazione” della rappresentatività aziendale è affrontato attraverso il quarto e quinto comma. Si tratta, in effetti, del punto dirimente del documento.

Il primo dei due commi prevede la sostanziale estensione “erga omnes” dei contratti collettivi aziendali approvati dalla maggioranza delle Rsu presenti in azienda; anche se non sottoscritti da uno o più dei sindacati firmatari dell’accordo interconfederale.

Nel caso in cui i contratti aziendali siano, viceversa, sottoscritti da una o più Rsa, rappresentante/i la maggioranza delle deleghe sottoscritte dai lavoratori, su richiesta - entro 10 giorni dalla conclusione del contratto - di una delle OO.SS. firmatarie dell’accordo o almeno dal 30 per cento dei lavoratori, l’ipotesi di contratto deve essere sottoposta a referendum. Ai fini della validità della consultazione referendaria, è necessaria la partecipazione del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto.

Il sesto comma prevede la c.d. “tregua sindacale” che, in ossequio alle decisioni assunte grazie al realizzarsi delle condizioni previste dal quarto o dal quinto comma, impegna tutte le OO.SS firmatarie dell’accordo.

Rappresenta, in sostanza, l’impegno - di Cgil, Cisl e Uil - a non indire azioni di sciopero dirette a contestare provvedimenti aziendali previsti da accordi sottoscritti nel rispetto delle regole di misurazione della rappresentatività aziendale.

Attraverso l’ultimo comma, si sollecita il Governo a rafforzare e incrementare le azioni di sostegno - allo sviluppo della contrattazione aziendale - attraverso il ricorso alla c.d. “detassazione”.

A questo riguardo, è opportuno evidenziare che Maurizio Landini, Segretario generale della Fiom e fiero oppositore all’accordo interconfederale, è (anche) assolutamente contrario a invocare misure governative che, in sostanza, garantirebbero una redistribuzione di ricchezza solo a favore di una minoranza di lavoratori. Quel 20 per cento di lavoratori che - in un Paese nel quale la stragrande maggioranza degli stessi è in aziende con meno di 50 dipendenti - sarebbero gli unici a poter godere dei (potenziali) benefici della contrattazione di secondo livello.

Questi sono, in sintesi, i termini dell’accordo interconfederale.

Un altro elemento interessante, è rappresentato dalla nota attraverso la quale la Segreteria nazionale della Cgil ha inteso illustrare gli aspetti positivi dell’intesa. 

A suo parere, l’accordo “ristabilisce una griglia di regole unitarie minime sulla rappresentanza e la contrattazione, rimette al centro il Ccnl e rinuncia alla pratica delle deroghe, ristabilendo regole certe per l’esercizio della democrazia”.

Personalmente, rispetto a queste dichiarazioni, mi limito a fare auspici, piuttosto che esprimere certezze!

Tra l’altro, nel leggere le dichiarazioni di Raffaele Bonanni (sul “Sole 24 Ore” del 23 giugno), secondo il quale “Ai contratti nazionali deve rimanere un ruolo entro la quale la funzione principale è la tenuta dei salari e degli stipendi rispetto all’erosione dell’inflazione, (mentre) …. il baricentro della contrattazione e delle relazioni sindacali si sposta nelle aziende e nei territori”, torna prepotentemente attuale la famosa massima andreottiana.

In effetti, è sconcertante rimarcare la sostanziale assonanza tra le dichiarazioni del Segretario generale della Cisl - rilasciate alla vigilia delle fasi finali della trattativa - e quelle di Sacconi all’indomani dell’accordo.

Non a caso, un attento e acuto osservatore delle questioni politico-sindacali, Antonio Lettieri, ha rilevato: ”Se le affermazioni di Bonanni dovessero rappresentare l’essenza del nuovo scenario contrattuale, è difficile dedurne che lo spostamento del baricentro verso l’azienda possa avere una funzione di inclusione di quella grande parte di lavoratori che vive nell’area grigia del lavoro frantumato e precario. Ed è lecito il dubbio, per non dire la certezza, che la riforma, lungi dall’inaugurare un nuovo processo di inclusione, sia la convalida di una condizione di crescente diseguaglianza, di frattura del mondo del lavoro e di oggettiva riduzione della rappresentatività sindacale”.

Che cosa dire?
Solo i prossimi mesi ci consentiranno di verificare se corrispondono a verità le pessimistiche previsioni di Giorgio Cremaschi - secondo il quale l’accordo rappresenta la versione sindacale del famigerato “Porcellum” elettorale - o, piuttosto, si realizzeranno le aspettative della Camusso.

Renato Fioretti
Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute
Articolo già pubblicato sul sito web di “Micromega” in data 4 luglio 2011

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