10 giugno 2011

le conversioni di Vendola tentano di fare terra bruciata a sinistra in nome di un populismo centrista molto più pericoloso di quello della destra

Dalle fabbriche di Nichi ai cantieri di Caltagirone

A seguire le evoluzioni da kamasutra della politica italiana, soprattutto nel centro sinistra, viene in mente l’inno che ha reso celebre l’indimenticabile Rino Gaetano, “Nuntereggaeppiù”. Quando venne proposta, la canzone, venne tacciata di qualunquismo dai classici soloni, che guardavano la storia che passava loro davanti e si affastellavano alla composizione alchemica di sigle e sotto sigle partitiche. Già allora ci si professava – oltre 30 anni fa – in tanti, come artefici della modernità, come soggetti capaci di andare oltre fordismo e post fordismo, già c’era chi invocava la panacea dell’interclassismo e bollava come vetuste le ideologie. Manca la memoria purtroppo, ma si dovrebbe rammentare come ogni deriva a destra, veniva spacciata come fuoriuscita foriera di positive novità per il popolo intero. Un nome? Occhetto. E per favore, evitiamo di compiere gesti apotropaici, ma il senso è questo, si rompe con il vecchio per andare verso il nuovo e il nuovo porta sempre il profumo effimero della affabulazione e a seguire l’aria stantia di una restaurazione padronale. Accade ora: il mondo è in rivolta, dai popoli all’ambiente, la crisi si rivela irrisolvibile sia con le ricette liberiste che con quelle social democratiche, l’impoverimento materiale e relazionale è la cifra del vivere comune e le persone sembrano cominciare a voler rompere la gabbia. Cosa ci si inventa allora, per conservare un quadro politico immarcescibile? Un nuovo orizzonte, caratterizzato da alleanze escludenti a sinistra ma aperte tout court verso i sedicenti moderati. Anche se i moderati sono quelli che invocano protezione per i profitti, il privato prima di tutto, nessuna intromissione della politica nell’economia, il proseguo delle missioni militari come estensione fallica della propria vocazione imperialista, scelte energetiche fondate sulla deprivazione di democrazia e chi più ne ha più ne metta. Ed il bello è che si spaccia questa ricetta come l’antidoto al berlusconismo. Ovvero per cacciare il Cavaliere assorbiamone i presupposti egemonici stemperando gli aspetti che più offendono i salotti buoni del Paese e dell’U.E. Che questi “buoni propositi” giungano da Letta o da Casini, da Veltroni o da Rutelli, da Draghi o da Montezemolo, da Marchionne o dalla Marcegaglia, non scandalizza, fanno il loro lavoro. Giusto così. Che un disegno del genere veda come propositore il presidente della Regione Puglia lascia parecchio amaro in bocca. Lo lascia a chi credeva che da quella regione e da quella amministrazione potessero arrivare segnali positivi e poi si ritrova termovalorizzatori e cliniche private, lo lascia a chi vede in Sel una forza propulsiva per la sinistra intera, capace di chiudere una diaspora storica e che invece mira a lasciarsi cooptare o spera addirittura di avere egemonia in un disegno a dir poco conservatore. È questa la rivoluzione di Nichi? È questa la nuova narrazione di cui si fa portatore. Vorremmo sperare di no, anche perché ci si illude ancora di poter ragionare di una alternativa di sistema. Vogliamo pensare di no anche perché su alcune questioni, ad esempio il binomio pace /guerra, pubblico /privato, si deve scegliere, non si può stare con i piedi in due staffe, non può vincere la real politik, di errori in passato se ne sono già commessi e li si paga soprattutto a sinistra. Un alleanza come quella che disegna Nichi, e che esclude, anche per tentare di affossarle definitivamente, le forze politiche alla sua sinistra, è costretta per sua natura a pagare dazio ai Caltagirone, ad accettare nelle città piani regolatori fondati sul cemento, ad impedire realizzazione di una società aperta, a misurarsi sul terreno delle privatizzazioni. In tempi di crisi, la democrazia e il mercato sono ancora meno compatibili che in tempi normali, i percorsi partecipativi si interrompono, vincono plebiscitarismi e interessi di parte, predomina la legge del più forte. La lezione che arriva dalle città in cui ha vinto la voglia di cambiamento, quella che speriamo potrebbe giungere dai referendum, dovrebbero far riflettere e pensare che la ricostruzione in vitro di schieramenti politici predeterminati, rischia di schiantarsi contro la realtà dei bisogni degli uomini e delle donne di questo paese. Gli indignados non sono lontani, e se si sta, come è giusto che sia dalla loro parte, come dalla parte dei lavoratori di Fincantieri o da quella delle rivolte arabe, è meglio lasciar perdere con i politicismi. Occhetto docet.


Stefano Galieni
08-06-2011

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