30 giugno 2011

Accordo liberticida che toglie ai lavoratori le più elementari libertà sindacali all’interno dei luoghi di lavoro

Accordo interconfederale "stavolta l'hanno fatta sporca"'

«Con buona pace di chi per mesi ha raccontato la favoletta che la Cgil era diversa, che assumeva la democrazia nei luoghi di lavoro come tratto fondante del proprio agire, che non avrebbe mai potuto sottoscrivere un accordo che limitasse la democrazia e blindasse la rappresentanza, che non sarebbe tornata al fianco di cisl e uil, si è compiuto uno degli atti più vergognosi nella storia delle relazioni sindacali». C’è più che una semplice punta d’amarezza nel commento all’accordo interconfederale da parte dei sindacati di base (Usb). Dal loro punto di vista si inquadra questo senz’altro come il momento di una vera e propria svolta sul piano delle relazioni sindacali. Fabrizio Tommaselli non ha problemi a definire il testo un “porcellum” sindacale. Porcellum perché, innanzitutto, sulla certificazione, consuma nei confronti dei sindacati “fuori dal giro” una ingiustizia difficile da digerire: primo, perché le aziende possono decidere di non concedere il diritto alla ritenuta in busta paga della quota sindacale. Una pratica di antica data, che risale alla anomalia introdotta dal referendum abrogativo del 1995. La certificazione della rappresentanza è quindi viziata all’origine da un meccanismo di conta che di fatto è discrezionale. Ma le ingiustizie non finiscono qui perché il tanto decantato ”50% più uno” a veder bene per i sindacati, che “hanno diritto” alla quota dell’un terzo corrisponde al 33%. Uno “sconto” che, tra l’altro, si sono arrogati da soli.

Quale democrazia sindacale si può costruire su queste basi? «Peccato che non c’è, nell’accordo, nessun accenno alla scomparsa della riserva di un terzo dei seggi delle Rsu ai firmatari di contratto - si legge in un comunicato di Usb - e così il 50% diventa immediatamente 33% e così un terzo delle Rsu decide sul contratto aziendale che deroga quello nazionale e nessuno può metterci bocca, tantomeno i diretti interessati, cioè le lavoratrici e i lavoratori che quell’accordo dovranno digerire». Letto da questo punto di vista si capisce ancora meglio il “vulnus” del mancato voti ai lavoratori attraverso il referendum.

Se poi tutto questo non bastasse, il testo dell’accordo recita esattamente: “Per la legittimazione a negoziare è necessario che il dato di rappresentatività così realizzato per ciascuna organizzazione sindacale superi il 5% del totale dei lavoratori della categoria cui si applica il contratto collettivo nazionale di lavoro”. «Non bisogna quindi avere il 5% dei voti e il 5% degli iscritti calcolato sui lavoratori complessivamente sindacalizzati come funziona oggi nel pubblico impiego, ma il 5% si calcola sul totale dei lavoratori della categoria!», osserva l’Usb. Ovviamente, per il sindacato di base passa in seconda linea il pronunciamento dei lavoratori laddove c’è la presenza delle rappresentanze aziendali.

La Cub da parte sua parla di « accordo liberticida che toglie ai lavoratori le più elementari libertà sindacali all’interno dei luoghi di lavoro». «Ancora una volta - aggiunge Pier Giorgio Tiboni, coordinatore nazionale della Cub - Confindustria ha saputo con quali sindacati fare gli accordi. Un passo verso una deriva autoritaria, con la complicità di Cgil, Cisl e Uil, che dà mano libera alle imprese di disporre a proprio piacimento dei diritti, e delle vite, dei lavoratori». Sul piano delle mobilitazioni, il 15 luglio l’Unione Sindacale di Base indice la giornata nazionale di lotta contro la manovra del Governo Berlusconi dettata dall’Unione Europea e contro l’accordo sottoscritto tra Confindustria e Cgil Cisl Uil e Ugl, che seppellisce la democrazia nei luoghi di lavoro ed il pluralismo sindacale. Nel Pubblico Impiego sarà sciopero generale, con astensione di due ore alla fine di ogni turno di lavoro.

Fabio Sebastiani
30/06/2011

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