29 maggio 2011

Scontro di classe. Quando l'acqua arriva alla gola si chiede il sangue a chi lo ha già dato tutto

Di Vittorio, la Confindustria e "il Sole 24 Ore"
Roberto Napoletano, direttore del confindustriale Il Sole 24 ore, verga in prima, sull'edizione di ieri, un corsivo fantastico. L'incipit è semplicemente geniale: una citazione di Giuseppe Di Vittorio che negli anni Cinquanta del secolo scorso, da segretario generale della Cgil, lanciò la proposta di un grande piano del lavoro per la piena occupazione, in un'Italia uscita devastata e sfibrata dalla guerra nazifascista e impegnata nel suo esordio repubblicano, sotto l'egida della Costituzione democratica e antifascista. La citazione di Napoletano si sofferma sul passo in cui Di Vittorio spende la disponibilità dei lavoratori a farsi carico di ulteriori sacrifici, ove questi siano finalizzati ad un grande processo di «rinascita economica e civile dell'Italia». Poi, con un salto triplo (e avvitato), Napoletano tira (implicitamente) per la giacchetta la Cgil e fa capire che così si dovrebbe comportare, nel tempo presente, un sindacato che ambisse a svolgere una funzione nazionale, piuttosto che attardarsi in fumisterie ideologiche e in sterili pratiche barricadiere. Ora, chi ne sa qualcosa, ricorderà che l'obiettivo perseguito da Di Vittorio fu quello di imprimere un poderoso impulso allo sviluppo produttivo, infrastrutturale, sociale e civile del Paese che ponesse al suo centro, sotto ogni punto di vista, il lavoro e, primieramente, la soggettività, il protagonismo dei lavoratori e delle loro lotte per cambiare gli indirizzi generali dell'economia e della politica italiani. Un processo di modernizzazione, sì, ma profondamente innervato dalla presenza attiva delle classi lavoratrici, da una riorganizzazione del potere nella fabbrica e nella società. Non a caso fu proprio in quegli anni che lo stesso Di Vittorio formulò la prima proposta di un embrione di Statuto dei lavoratori, ponendo le basi di quel grande movimento che dalla fine degli anni Sessanta in poi condusse alla costituzionalizzazione della democrazia dentro i luoghi di lavoro. Questo Napoletano non ce lo racconta. E trasforma il grande sindacalista comunista di Cerignola in una specie di Menenio Agrippa, il console romano che intorno al 500 a.C. convinse la plebe romana a revocare lo sciopero che l'aveva portata ad incrociare le braccia e a ritirarsi sul Monte Sacro, per tornare a lavorare silenziosa e remissiva per i propri padroni.
Questo dovrebbe fare, secondo Napoletano, un sindacato "moderno e responsabile": trasformare i lavoratori in acquiescenti buoi da tiro, disposti a rinunciare ad ogni diritto e prerogativa, e pronti ad immolarsi per il bene del Paese, al quale, come ognuno sa, sono dediti, di giorno e di notte, senza mai riposare, lor signori. Tutto ciò mentre sono moneta corrente i licenziamenti di massa, la precarietà come destino, l'attacco frontale ai diritti dei lavoratori, la revoca unilaterale degli esiti della contrattazione collettiva, la distruzione del welfare.
In realtà, siamo alle solite. Quando l'acqua arriva alla gola si chiede il sangue a chi lo ha già dato tutto. Senza che da chi regge il gioco venga l'ombra di un'assunzione di responsabilità, senza uno straccio di umiltà, in un Paese nel quale, in piena crisi, le disuguaglianze, l'opulenza dei pochi e la disperante povertà dei moltissimi, hanno raggiunto proporzioni mai viste prima.
Ebbene, storia ed esperienza ci rendono consapevoli che i padroni e i loro governi non cederanno un solo pezzo, benché minimo, del loro potere, della loro ricchezza e dei loro privilegi, se non vi saranno costretti, finché le lotte sociali non riusciranno a mutare, sul campo, i rapporti di forza nel Paese. Solo allora sarà possibile costruire compromessi accettabili. Fino a quel momento ci sarà spazio solo per patti leonini imposti dai più forti a coloro che non hanno voce.

Dino Greco
Direttore di Liberazione
www.liberazione.it

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