5 maggio 2011

Note sullo scontro nel PD sulla precarietà, a partire dalla consueta litania circa la presunta “rigidità” del mercato del lavoro italiano



Il “paradigma ideologico e fasullo” di Ichino, Rossi e Montezemolo

Per chi (come me) nato nello stesso anno della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” e dell’entrata in vigore della nostra Carta Costituzionale, il rispetto della famosa “massima” attribuita a Voltaire - secondo la quale bisogna essere disponibili fino alla morte nel difendere l’altrui libertà di pensiero e di opinione - ha sempre costituito un elemento fondante del proprio Dna, senza mai rappresentare motivo di dubbio o perplessità, è più facile comprendere tante “umane debolezze”! Anche se allevato in quel clima “sessantottesco” che - per tanta parte di giovani italiani - rappresentò, altresì, un momento di assoluta rinuncia all’individualismo “borghese” a beneficio di un (talvolta esasperato) “collettivismo” che, drammaticamente, si sarebbe contrapposto in misura sempre più virulenta ad antagonisti ed avversari - piuttosto che semplici “interlocutori” - di diversa estrazione sociale e politica.
Ciò consente di assistere (oggi), con sufficiente (e quasi benevola) indulgenza, anche alla ricorrente offerta di ricette e soluzioni che - sempre e comunque - rappresenterebbero, almeno a parere degli ostinati proponenti, la panacea per l’articolato e complesso mercato del lavoro italiano.
E’ questo il caso del sistematico richiamo al tema del contratto di lavoro “a protezione crescente nel tempo”, secondo la formula - tanto cara al suo autore - del “tutti a tempo indeterminato, nessuno inamovibile”.
Alludo alla proposta che il Senatore del Pd Pietro Ichino propone - come lui stesso ama (spesso) ricordare - sin dal 1996 e, dopo averla tradotta in un ddl (1481/09), prospetta - ad ogni occasione - quale vero e proprio (ormai ossessivo) “refrain”.
Al riguardo, nonostante si tratti di un argomento già ampiamente discusso e (anche) oggetto di alcune interessanti considerazioni di Emilio Carnevali - espresse, all’indomani della recente manifestazione di protesta dei lavoratori “precari”, per rilevare l’evidente interrelazione fra rivendicazioni sociali e rappresentanza politica - ritengo opportuno approfondirne qualche aspetto di carattere particolare; che ha poco a che vedere con i contenuti della proposta di merito.
In questo senso, credo sia importante rilevare che questa volta - a differenza di quanto verificatosi in passato - l’ennesima “sortita” di Ichino ha prodotto una ferma “presa di posizione” del Pd che, attraverso il responsabile nazionale per l’economia e il lavoro, ha inteso dissociare il partito in modo netto e incontrovertibile.
Infatti, contrariamente a quanto accaduto nei mesi scorsi - nel corso dei quali le diverse posizioni, in materia di lavoro, espresse da Ichino e Stefano Fassina, venivano (sostanzialmente) “derubricate” a semplice “dialettica costruttiva” all’interno di un partito “plurale” e “articolato” - in quest’occasione il confronto ha assunto toni d’inusitata contrapposizione.
Il tutto ha avuto origine da un articolo - firmato da Pietro Ichino, Nicola Rossi e Luca Cordero di Montezemolo - attraverso il quale i due senatori Pd e il nuovo “astro nascente” della politica italiana (come definito da Emilio Carnevali) affidavano alle pagine del Corriere della Sera il panegirico dell’ipotesi di “contratto di lavoro a protezione crescente”!
Se a questo si aggiunge che, lo stesso 8 aprile, l’articolo in discussione fu oggetto di un’entusiastica accoglienza da parte di Piercamillo Falasca - vicepresidente di “Libertiamo.it”, organo dell’associazione riconducibile alla neo-nata formazione politica “Futuro e Libertà” del Presidente della Camera, Gianfranco Fini - è facile intuire quanto fosse stato ritenuto indifferibile, dai vertici del maggior partito di opposizione, intervenire con il massimo della determinazione.
Infatti, il giorno stesso della pubblicazione dell’articolo, fu diffuso in rete un intervento di Stefano Fassina che - senza riguardo alcuno per gli illustri interlocutori - non esitava a parlare di proposte “tendenti a creare fatue illusioni” ai giovani afflitti dal dramma della precarietà del lavoro e del protrarsi di “un paradigma ideologico e fasullo” realizzato attraverso la contrapposizione (forzata e strumentale) della “generazione 1000 euro” dei figli, a quella 1200 euro dei padri!
Lo stesso Fassina, abbandonando ogni precedente remora e ignorando anche le più elementari norme di quella “diplomazia politica” cui - grazie ad alcuni decenni di “regime” democristiano - erano state educate intere generazioni di politici italiani, denunciava il tentativo, da parte dell’insolito trio, di “illudere i figli che, eliminando l’art. 18 dello Statuto, magicamente finirebbe la precarietà”.
Naturalmente, senza prima perdere l’occasione di denunciare “l’ideologia neo-liberista, ancora presente e potente nei media, nella politica e nell’accademia” (naturale ispiratrice e sostenitrice di certe pseudo soluzioni), come da copione, l’intervento del responsabile economico del Pd terminava con la riproposizione della nota e, a mio parere, semplicistica “ricetta” contro la precarietà: allineare gli oneri sociali sul lavoro ad un livello intermedio tra quanto oggi previsto per i contratti “standard” (a tempo pieno e indeterminato) e per i contratti “low cost”.!
La “stizzita” reazione di Ichino non tardava a manifestarsi.
E, come già rilevato in altre occasioni, evidenziava ancora - in modo palese - se non la “subalternità culturale” richiamata da Fassina, la sostanziale “subalternità agli interessi degli imprenditori” dalla quale - in applicazione della famosa formula della “Excusatio non petita, accusatio manifesta” - Ichino riteneva di doversi difendere nel corso della prima parte della sua replica!
Il seguito era rappresentato dalla consueta litania circa la presunta “rigidità” del mercato del lavoro italiano e da una (condivisibile) valutazione negativa della soluzione adottata da Fassina e dal Pd per combattere la precarietà.
Rispetto alla prima questione, è appena il caso di rilevare che non è affatto vero che il nostro Paese presenti un diritto del lavoro tra i più rigidamente protettivi, nel panorama dei Paesi occidentali.
Infatti, come a molti già ampiamente noto e contrariamente a quanto sostiene Ichino, l’ultimo Rapporto sull’occupazione in Europa rileva che sono numerosi i paesi che precedono l’Italia nella speciale graduatoria relativa al “grado di rigidità normativa” che disciplina i rapporti di lavoro. Tra l’altro, ad eccezione del Belgio, sono tutti paesi - Svezia, Germania, Belgio, Francia, Spagna e Portogallo - che presentano tassi di occupazione superiori alla media dell’ UE a 27!
Ancora, è opportuno evidenziare una macroscopica contraddizione di Ichino laddove afferma che, nello stesso Paese nel quale sarebbe vigente - a suo dire - il diritto del lavoro più rigidamente protettivo d’Europa, “più dei tre quarti dei contratti che vengono stipulati sono diversi da quello di lavoro regolare a tempo indeterminato”, grazie all’ampia discrezionalità di scelta concessa ai datori di lavoro.
Su di un punto concordo con il senatore Ichino. Sono anch’io convinto che (spesso) “l’art. 18 - che lui intende abolire - non è affatto l’unico modo, né il migliore, in cui si può garantire sicurezza professionale e di reddito ai lavoratori”.
Infatti, è (a molti) ampiamente noto che - contrariamente a quanto da lui sostenuto - i lavoratori ai quali, in caso di licenziamento “senza giusta causa”, si applica la tutela di cui all’art. 18 dello Statuto, non sono da considerare né “privilegiati”, né “garantiti”, perché, laddove supportata da motivi validi ed “oggettivi”, non c’è nulla che ne impedisca l’interruzione del rapporto di lavoro.
E’ evidente, invece, che l’art. 18 della legge 300/70 - attraverso la c.d. tutela “reale” -garantisce la dignità della persona, prima che del lavoratore, impedendone il licenziamento in base all’insindacabile discrezionalità del datore di lavoro!
Che poi Ichino, Rossi, Montezemolo, Fini, Falasca e & richiamino un’esigenza di equità e si dichiarino convinti che il fenomeno attuale del precariato costituisca una “conseguenza del regime di rigida stabilità del posto di lavoro fondato sull’art. 18”, senza avvertire l’esigenza - morale, prima che politica - di intervenire legislativamente al fine di impedire che milioni di lavoratori, sostanzialmente subordinati, siano fraudolentemente utilizzati attraverso il ricorso ad una miriade di tipologie contrattuali “atipiche”, appare, oggettivamente, fuorviante e strumentale!

di Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

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