22 maggio 2011

Milano e Napoli sono le facce opposte della stessa medaglia, esse oggi assieme rappresentano la crisi di quel modello sociale berlusconiano

La differenza la fa il lavoro
Nei ballottaggi di Milano e Napoli la differenza la può fare il lavoro.
Milano è stata per anni la capitale ideologica dell'esaltazione della flessibilità. Centinaia di migliaia di giovani, e anche meno giovani, sono entrati nelle nuove professioni, come nelle vecchie, nel lavoro cognitivo come in quello materiale, sull'onda di una campagna ideologica che, iniziata con la "Milano da bere" di Bettino Craxi, prometteva carriere prestigiose e ricchezza a chi, pur nella precarietà, fosse capace di arrangiarsi.
Questa Milano è stata la base ideologica di Berlusconi, del suo blocco sociale, del suo modello di società. Ora questa Milano è profondamente in crisi. Milano è diventata anche la città della precarietà giovanile, ove intelligenza, cultura e professionalità sono sprecate e disperse in miriadi di contratti capestro, siano essi di lavoro dipendente, siano essi partite Iva o quant'altro. La Milano postfordista è diventata così la Milano di San Precario, delle mobilitazioni dei giovani, della ricerca delle strade nuove per la conquista dei diritti e della dignità del lavoro. Anche la mobilitazione dei disabili, i loro fischi alla Moratti e a Formigoni, sono il segno di una città e di un mondo del lavoro frantumato e disperso che si sta riorganizzando e che sicuramente non crede più alle favole di Berlusconi, degenerate, è bene ricordarlo, nella risposta data a una giovane precaria che chiedeva del suo futuro: «sposare un milionario». Ma questa città dei lavori nuovi, delle nuove professioni, improvvisamente due anni fa si è incontrata con la più tradizionale delle lotte sindacali. Quella dei 50 operai specializzati metalmeccanici dell'Innse, che dopo una durissima occupazione durata più di un anno, sono riusciti a vincere la loro vertenza salendo, per primi, sulla loro gru e inaugurando così un modello di protesta sociale. Davanti ai cancelli della fabbrica, presidiati da ingenti forze di polizia, in quei giorni c'erano tantissimi giovani del lavoro precario. Coloro che, secondo l'ideologia dominante, avrebbero dovuto sentirsi i più lontani da quella vertenza di operai metalmeccanici. E invece quella lotta riuscì a mobilitare una solidarietà civile e culturale enorme, che scosse la città. Il ministro Tremonti, quando gli operai vinsero, dichiarò che quella era la più bella notizia che aveva ricevuto in quell'anno.
Peccato però che in quei mesi i più tenaci avversari degli operai, coloro che avevano spinto perché venisse chiusa la fabbrica e trasformato il tutto in un centro commerciale, erano la giunta di Milano e, in particolare, la Lega. Sì, proprio quella Lega Nord che si finge popolare e che quei giorni, di fronte alla lotta dell'Innse, parlò di esproprio proletario per bocca di un suo esponente di governo. La Milano civile, la Milano dei diritti di cui parla Pisapia, è anche la Milano dei diritti del lavoro, quello più antico e quello più nuovo, quello delle fabbriche come quello del lavoro diffuso nell'informazione e nella commercializzazione.
A Napoli la questione lavoro è la priorità delle priorità. Tutto ruota attorno ad essa. Il dilagare del lavoro nero e del caporalato, delle clientele e delle discriminazioni, che sfruttano drammaticamente la disoccupazione, hanno creato dei veri e propri padroni del lavoro, come denuncia De Magistris, che sono figli dell'intreccio tra criminalità affaristica e criminalità camorrista.
L'attacco ai diritti e al contratto nazionale che in particolare nel Mezzogiorno è un indispensabile bene comune; l'assenza di interventi, piani, programmi di investimento per il lavoro e lo sviluppo degni di questo nome; tutto questo ripropone la questione sociale come la priorità assoluta della città. Già i lavoratori di Pomigliano hanno saputo con grande coraggio dire in tanti no al ricatto di Marchionne, due volte più feroce perché rivolto a un Mezzogiorno nel quale la distruzione delle fabbriche, come la Fiat ha fatto a Termini Imerese, è una vera e propria devastazione sociale. In tutta Napoli c'è oggi una domanda di riscatto che vuol dire una speranza per il lavoro per sé, per i figli, per il futuro. Il candidato del centrodestra viene dai meandri della Confindustria napoletana. E' dunque uno dei principali artefici, economici prima che politici, del disastro sociale della città. Presentarlo come il nuovo è un imbroglio misero, privo di qualsiasi efficacia. A Napoli le lotte per la legalità, il risanamento ambientale, la giustizia e la democrazia, hanno sempre un preciso riscontro e versante nella lotta per il lavoro. La mobilitazione del lavoro che si può mettere in campo mentre si riprogetta e si riorganizza la vita della città, dalla raccolta differenziata porta a porta fino al rilancio dei beni comuni e dei beni culturali, tutto questo può sfociare in un vero e proprio piano per il lavoro. Che naturalmente può essere messo in campo solo c'è un profondo cambiamento nei gruppi dirigenti della politica. Ed è questa la speranza che si è raccolta e si sta organizzando attorno a De Magistris.
E' vero, Milano e Napoli paiono oggi i poli opposti della società italiana. Uno il polo della ricchezza e di un modello di sviluppo che vogliamo cambiare, l'altro il polo della devastazione e della subalternità quasi coloniale e quello stesso modello di sviluppo. Milano e Napoli sono le facce opposte della stessa medaglia, esse oggi assieme rappresentano la crisi di quel modello sociale e culturale che Berlusconi ha rappresentato politicamente e che con Berlusconi va oggi in crisi. Per uscire con diritti e democrazia da questa crisi, il lavoro, il diritto al lavoro e i diritti del lavoro, assieme, possono fare la differenza decisiva. E la faranno.

Giorgio Cremaschi
21/05/2011
www.liberazione.it

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