14 maggio 2011

L’elenco dei motivi per i quali certe proposte sono mortali per le sorti dei lavoratori

Ichino, gli errori della Cgil ed il “mea culpa” della Fillea (di Modena)

Era trascorsa appena qualche settimana dall’(ennesima) intervista di Pietro Ichino al “Corriere” (6 maggio 2011), attraverso la quale denunciava “Urbi et Orbi” che da almeno sessant’anni le posizioni Cisl si dimostrano vincenti rispetto a quelle della Cgil, che un solerte dirigente sindacale ritenne opportuno “voltare pagina” e fare ammenda degli errori del passato!
Tra l’altro, Sauro Serri - segretario Fillea di Modena - intese farlo, bontà sua, in modo clamoroso attraverso un comunicato stampa (20 aprile).
Infatti, il rappresentante degli edili, commentando le dichiarazioni del locale direttore della Confapi - che, sostanzialmente, prendeva atto del persistere della crisi di settore e indicava come “meritevole di attenzione” la proposta Ichino del: Tutti a tempo indeterminato, nessuno inamovibile” - auspicava, come possibile “via di uscita”, proprio quanto - incessantemente - invocato dal senatore Pd.
Dimostrando, evidentemente, almeno da parte della Fillea di Modena, piena disponibilità a ripudiare il passato.
Purtroppo, però, l’incauto Serri si è reso responsabile, a mio parere, di almeno un paio di clamorosi errori che, immagino, richiederanno un (approfondito) confronto con i responsabili regionali dell’Organizzazione.
Infatti, a prescindere dal suo pieno e incondizionato diritto a esprimere qualsiasi tipo di valutazione personale su quello che, in sintesi, indicherò come “Contratto unico” (versione Ichino), reputo che lo stesso - nella veste di responsabile provinciale - non abbia espresso, al riguardo, la posizione ufficiale della Cgil.
A meno che la stessa non sia recentemente cambiata! Non che l’ipotesi Ichino abbia - nel corso degli ultimi anni - lasciato completamente insensibili tutti i dirigenti (locali e nazionali) della Cgil, ma, almeno, non risulta essere mai stata espressamente condivisa dai vertici nazionali.
Inoltre, non è ininfluente una considerazione (del rappresentante Fillea) che, personalmente, temo dettata da una frettolosa o, addirittura, distratta lettura del disegno di legge Ichino. Il che, evidentemente, non depone a favore di Sauro Serri.
Questo perché rilevare, in un passaggio del comunicato stampa: ” La legge Maroni (detta legge Biagi), nell’ipotesi si approvassero le proposte Ichino, dovrebbe per intero essere abrogata e questo, di per sé, è già un indiscutibile pregio della proposta Ichino”, è - per lo meno, fuorviante - oltre che profondamente sbagliato.
Infatti, sin dalla Relazione di accompagnamento al ddl 1481/09, si evince che tutte le norme previste da quel vero e proprio “Supermarket delle tipologie contrattuali”, rappresentato dal decreto legislativo 276/03 - e non, come erroneamente e strumentalmente indicato da molti, dalla legge “Biagi” - resterebbero regolarmente vigenti.
L’unica novità sarebbe (oggettivamente) rappresentata dal ricomprendere nella nuova tipologia contrattuale - perché considerati in posizione di sostanziale “dipendenza economica” - una parte dei soggetti attualmente impegnati come prestatori d’opera a carattere continuativo, in regime di sostanziale mono - committenza (entro un limite di compenso annuo).
Quindi, rispetto al pregio, che Serri riconosce alla proposta Ichino: nel senso della reale abrogazione del 276/03, nulla di più immeritato!
Concretamente, all’indomani dell’eventuale entrata in vigore della legge “Ichino”, ci ritroveremmo nella condizione di:
a) contare una nuova tipologia contrattuale (che - inevitabilmente - finirebbe con il sostituire anche quel che resta dell’attuale contratto di lavoro “standard”, a tempo pieno e indeterminato);
b) non avere più l’art. 18 dello Statuto;
c) non aver risolto il dramma della “flessibilità” tradotta in “precarietà”;
d) avere ancora tutte le tipologie contrattuali oggi disponibili;
e) avere un contratto a tempo determinato della durata massima di sei anni (tre iniziali più tre di proroga o rinnovo) che, ineluttabilmente, sarebbe “slegato” da causali oggettive.
Per quanto, invece, attiene l’altro punto del comunicato di Serri - l’applicazione anche in Italia degli standard dei paesi europei più avanzati (?) - rilevo di non condividere l’idea di “svendere” l’art. 18 (che non è solo una norma di garanzia, rappresenta ancora, oggi più di ieri, l’estrema forma di tutela della dignità del lavoratore) per un “miraggio”.
In sostanza, a prescindere dalla (apprezzabile) previsione di misure di assistenza post licenziamento - previste dalla proposta in discussione - nulla garantirebbe ai lavoratori assunti attraverso la nuova tipologia contrattuale di poter contare su di un’occupazione stabile nel tempo.
Questo perché, alle già numerose possibilità di vedere improvvisamente interrotto il proprio rapporto di lavoro - dai licenziamenti collettivi a quelli individuali per motivi oggettivi - si aggiungerebbe quella del licenziamento “senza giusta causa”!
Salvo riuscire a dimostrare - con tanta fortuna e perseveranza e molte prove, a carico del lavoratore - la natura “discriminatoria” dello stesso.
Naturalmente, l’elenco dei motivi per i quali reputo la proposta Ichino negativa per le sorti dei lavoratori, va ben oltre quanto (appena) accennato in questa breve nota che, però, mi auguro, risulti sufficientemente esaustiva circa l’opportunità, per la Cgil, di “continuare a sbagliare”!

Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

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