24 maggio 2011

Intervista a Claudio Magris Tra i maggiori studiosi della letteratura mitteleuropea, saggista e romanziere di fama internazionale

«Se vince l'esclusione degli immigrati  l'Europa è semplicemente finita»
In un suo intervento pubblicato recentemente dal Corriere della Sera con il titolo di "Un dolore senza nome" lei ha evidenziato come alle tante vittime di un mondo sempre più fondato sulle disuguaglianze sia negato anche il nome, vale a dire la dignità stessa di esseri umani. Come dare "un nome" e restituire dignità a chi è oggi vittima di questa situazione?


Quel mio articolo partiva dall'episodio - e dunque dal problema generale - degli immigrati, degli spostamenti di masse sempre più grandi di persone, in condizioni di sofferenza, disagio, miseria e sfruttamento spesso intollerabili, migrazioni che avvengono per le ragioni più diverse. In primo luogo, per combattere concretamente l'atteggiamento di odioso rifiuto nei loro confronti, non bisogna sottovalutare la difficoltà oggettiva che potrebbe assumere il problema. Oggi in Italia si strepita indecorosamente - e vergognosamente sul piano umano - per un numero assolutamente sostenibile di persone che cercano rifugio da noi; è da vergognarsi anche rispetto ad altri paesi europei, che non gridano al disastro pur affrontando problemi numericamente più grandi dei nostri. Ma, proprio perché il numero dei dannati della terra che giustamente desiderano di vivere come gli altri, come noi, è altissimo, potrebbe arrivare un momento drammatico in cui non fosse materialmente possibile accettare tutti coloro che vengono a bussare alla nostra porta.

Come insegnare a dare dignità o meglio a sentire che ogni essere umano, a prescindere dalla sua condizione, ha la stessa dignità di ogni altro?
Credo che, più che le prediche, possa contare il piccolo lavoro quotidiano, non le grandi dimostrazioni o gli sbandieramenti ideologici, ma l'esperienza concreta del contatto, del rapporto vissuto con persone che arrivano da altri paesi o hanno un altro colore di pelle; un'esperienza che sfata i pregiudizi e disarma o almeno può facilmente disarmare il rancoroso timore. Certamente le masse di sfruttati e oppressi hanno in generale un livello di civiltà e di cultura meno alto di chi, godendo del benessere, ha potuto coltivarsi, ma anch'io, se fossi cresciuto in una favela miserabile e violenta, difficilmente avrei il mio livello di cultura, di educazione. Bisogna insegnare che, come diceva il grande liberale Mill, polemizzando contro Carlyle che sosteneva la schiavitù e l'inferiorità dei neri, se un albero nasce storto ciò dipende quasi sempre dall'aridità del terreno in cui cresce e che dunque, irrorando quel terreno, quest'albero lo si fa crescere dritto e bello come gli altri. Questo senso dell'uguale dignità di tutti gli uomini lo si impara soprattutto indirettamente; dagli amici che si frequentano e con cui si parla, dalla famiglia in cui si cresce, dai libri che si leggono, dagli incontri che si fanno. La letteratura, in questo senso, può fare molto; non perché debba "insegnare" come un maestro di scuola, ma perché, raccontando i casi e i fatti della vita, ci fa sentire concretamente la verità della vita, che è quella dell'umanità di tutti gli uomini o, nei casi atroci, della atroce disumanità o anche efferata colpa che può colpire tutti gli uomini. I torturatori nazisti non erano negri né zingari. Anche la frequentazione, ai vari livelli corrispondenti alle varie età e anche ai vari gradi di preparazione culturale, dei grandi pensieri formulati dall'umanità, delle grandi filosofie e delle grandi religioni, aiuta molto. Quando un prelato, mons. Fisichella, ha detto che la Lega si basa sui valori cristiani, io gli ho citato le dichiarazioni di tanti esponenti leghisti secondo i quali gli immigrati, in particolare quelli di colore, sono poco più che selvaggina e il testo del Vangelo in cui si dice che in Cristo non c'è né giudeo né greco né altre differenze.

Nello stesso intervento pubblicato dal Corriere lei sottolinea come immigrati e profughi appaiano oggi come "esclusi a priori": cosa resta dell'Europa se non è in grado di fare tesoro della sua Storia e accogliere chi fugge da guerre e povertà?

Se l'Europa è - com'è - una culla inestimabile di civiltà, nonostante le colpe anche gravissime di cui si sono macchiati tanti suoi Stati, essa lo deve proprio alla sua pluralità e all'apertura alla pluralità, che la contraddistingue sin dalle sue origini. La cultura europea ha sempre posto l'accento sull'individuo, piuttosto che sulle totalità filosofico-statali e l'individuo, gli individui, sono diversi per definizione ed è l'insieme delle loro diversità che costituisce una cultura, una civiltà. Se il meccanismo dell'esclusione o ancor peggio dell'esclusione a priori diventasse una caratteristica permanente dell'Europa, quest'ultima sarebbe finita. Sul piano pratico, proprio il caso dell'immigrazione è l'esempio della necessità di una politica europea unitaria. L'immigrazione è un problema che investe l'Europa e dev'essere affrontato concordemente, con una legge valida per tutti gli europei. E' ridicolo che si abbia un atteggiamento, una legge diversa a Milano e a Parigi o a Madrid, così come sarebbe ridicolo avere una legge diversa sull'immigrazione a Bologna e a Genova. Questa è una ulteriore ragione per la necessità di un vero Stato europeo che io sogno - federale, decentrato, ovviamente, ma uno Stato, con leggi cogenti per tutti. In questo momento, purtroppo, l'Europa appare estremamente debole, da una parte anchilosata da una burocrazia elefantiaca e ultracostosa, dall'altra spaccata da micronazionalismi incapaci di vedere al di là del proprio campanile. Io sono abbastanza pessimista per quel che riguarda l'immediato futuro, ma ottimista in una prospettiva più ampia; ci saranno passi indietro ma anche passi avanti. Altrimenti, non sarà solo l'Europa a perire, ma tutti noi. Gramscianamente, il pessimismo della mia ragione non paralizza, nel piccolissimo che io posso fare, l'ottimismo della mia volontà.
 
 
In "Utopia e disincanto" lei scrive che «l'identità non è un rigido dato immutabile, ma è fluida, un processo sempre in divenire, in cui continuamente ci si allontana dalle proprie origini». Eppure in Europa l'idea oggi dominante è quella delle "piccole patrie" chiuse e ostili verso l'esterno. Come coniugare identità, legame con il territorio e apertura verso l'"altro"?

Allontanarsi dalle proprie origini non significa negare queste origini o non amarle, così come uscire dalla casa paterna per fondare una famiglia non significa rinnegare la famiglia d'origine da cui si proviene né amarla di meno. Anzi, la si ama liberamente e ancora di più, molto di più di chi ha verso le proprie origini un bloccato e ossessivo complesso viscerale. E' naturale, è giusto amare la propria particolarità; io amo il mio dialetto triestino e lo parlo con tutti i miei amici di Trieste, amo il paesaggio in cui sono cresciuto e che mi è apparso come la prima faccia del mondo, amo il mio paese, così come amo i miei amici e i miei compagni di classe. Ma ideologizzare tutto ciò reca offesa non solo agli "altri", a tutti coloro che si vorrebbero tenere fuori, considerare altri e stranieri; reca offesa soprattutto a questo schietto amore delle origini, alla sciolta e spontanea naturalezza con cui si vive la propria identità o meglio si vivono le proprie identità (perché ne abbiamo molte, non solo quella nazionale, ma anche quella culturale, politica, religiosa, sessuale e così via). La nostra identità nazionale per così dire originaria è spesso tutt'altro che compatta e monolitica, grazie a Dio. Mio nonno materno, nato in Dalmazia in una famiglia veneta d'origine greca, era un irredentista italiano, ma io ho anche dei cugini, credo di terzo grado, croati, il che vuol dire che in un determinato momento della Storia, nella stessa famiglia, un fratello si è sentito italiano e un altro croato. Il rancoroso micronazionalismo (peggiore dei grandi nazionalismi che sono naturalmente nefasti ma che comunque hanno delle valenze di ampio respiro), sterile e gretto, trasforma il paesaggio natio in una artificiosa ideologia; è come la masturbazione rispetto al fare l'amore. L'identità, la particolarità - essere italiano o tedesco, uomo o donna, bianco o nero, credente o agnostico e così via - non è ancora di per sé un valore, ha scritto giustamente Matvejevic; è la premessa di un eventuale valore che noi possiamo costruire crescendo e operando sulla base di quella identità. L'identità autentica si apre verso l'altro come l'amicizia, come l'amore; e tutto questo non per buoni sentimenti o per nobili ideologie, ma per spontanea, organica e creativa esigenza della persona. Io sono quello che sono grazie alle persone che ho conosciuto e amato e con cui ho vissuto, e che naturalmente erano diverse da me; ai libri che ho letto e che non ho scritto io e così via. Dante ha espresso tutto questo una volta per tutte quando ha scritto che a furia di bere l'acqua dell'Arno aveva imparato ad amare fortemente Firenze, aggiungendo però che la nostra patria è il mondo come per i pesci il mare.

In quest'epoca di conflitti culturali e scontri di civiltà sembra si sia persa anche solo l'idea di uno spazio cosmopolita dove gli stessi individui possano condividere culture e identità diverse e multiple. Cosa significa osservare una simile situazione da una città di frontiera come Trieste e con alle spalle l'eredità culturale della Mitteleuropa?

Non credo che oggi Trieste sia un osservatorio particolare per osservare questi fenomeni. Non lo è più; la Trieste crogiolo di culture e insieme separatezza delle sue componenti, che ha creato una grande letteratura e anche situazioni pesanti e difficili, in particolare ma non soltanto fra italiani e sloveni, è profondamente mutata. E' diventata da un lato molto più vivibile, specie per quel che riguarda appunto il suo vulnus principale, il rapporto tra italiani e sloveni, che, nonostante qualche rimasuglio e rigurgito di tensioni passate, è decisamente e radicalmente migliorato; dall'altra meno interessante, molto più simile a una media città italiana. Anche se è sempre ricca di stimoli e io ci vivo molto volentieri. La frontiera, ieri con la Iugoslavia e oggi con la Slovenia, causa di tanto sangue, non esiste più; Trieste non ha per ora veri problemi con gli immigrati (specialmente romeni, serbi, cinesi e senegalesi). Con ciò non intendo affatto sottovalutare le condizioni difficili in cui vivono questi ultimi, ma Trieste non è, come in passato, un luogo così "diverso". Questo può essere una perdita ma anche un progresso.

Guido Caldiron
22/05/2011

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