24 aprile 2011

Intervista a Gianni Minà, direttore della rivista Latinoamerica

«A Cuba riforme "rallentate" per garantire la rivoluzione»

Un anniversario, il cinquantesimo della vittoria alla Baia dei Porci. Mille delegati da tutto l'arcipelago. E un congresso, il sesto della storia del Partito comunista cubano, per cambiare il passo a un paese in difficoltà, ma che cerca di non perdere le ragioni della propria diversità. Da pochi giorni si è chiuso un importante capitolo della storia cubana. Ne abbiamo parlato con un giornalista noto, da sempre vicino all'isola, che conosce molto bene. Gianni Minà è tra l'altro anche direttore di una rivista, Latinoamerica, che dedica sempre grande attenzione a Cuba. Come nell'ultimo numero, uscito il mese scorso.

Minà, le attese per un cambio generazionale al vertice del partito, nel comitato centrale, sono andate in gran parte deluse. Perché?
C'è una realtà che pervicacemente l'occidente fa finta di ignorare. Cuba è un paese assediato da 50 anni. L'unico al mondo che ha un embargo crudele e senza spiegazioni. E' chiaro che chi vive questa realtà immorale tenda a fidarsi di chi, nel corso del tempo, ha saputo resistere. Il cambio è lento e complicato: si deve essere sicuri che chi subentra sappia difendere l'isola dall'assedio più lungo e più duro che la storia moderna abbia riservato a un paese. Fino a oggi Cuba ha dimostrato una straordinaria resistenza: il blocco dei paesi sovietici è crollato più di venti anni fa. Cuba è ancora lì. Non mi sorprende, insomma, che il cambiamento sia molto lento. La successione è una delle cose che più interessa l'occidente ma che non avverrà a breve.

A proposito di occidente...
C'è un'altra cosa che l'occidente non vuol capire. E cioè il perché, negli ultimi dieci anni, metà continente latinoamericano sia andato a sinistra, o abbia scelto governi di centrosinistra. Questo cambio è avvenuto perché i popoli hanno visto che la resistenza di Cuba ha pagato: l'America Latina non chiede più il permesso agli Stati Uniti per scegliere politiche di progresso. E questo è frutto dell'esempio cubano, che ha sostenuto la speranza per l'indipendenza dei paesi a Sud del Texas anche quando pareva lontanissima.
A me pare invece poco comprensibile che l'ex direttore de il manifesto, Barenghi, oggi quasi si sorprenda su La Stampa che l'America Latina stia con Cuba. E' una cosa normale: buona parte di quel continente sogna il riscatto, l'autonomia dagli Usa. Certo, Cuba ha fatto anche tanti errori. Come ne ha fatti il capitalismo, che condanna 1,5 miliardi di persone alla fame. Ma il grande mondo occidentale si autoassolve spudoratamente.

Non è però solo l'occidente a sognare la successione. Anche a Cuba ci sono voci critiche, come quella dell'ormai famosa blogger cubana Yoani Sanchez.
E' vero. Yoani Sanchez si augura che ora, con il processo di cambiamento innescato dal sesto congresso del Partito Comunista cubano, la rivoluzione si sfarini. Ma chi è Yoani Sanchez? Gli stessi Stati Uniti puntano su questi personaggi senza entusiasmo. Wikileaks, per esempio, ha rivelato le considerazioni del responsabile dell'Ufficio di interessi di Washington a Cuba. Jonathan D. Farrar, ha scritto al Dipartimento di stato: «Dissidenti inaffidabili e noti solo all'estero. Non ci rimane che puntare su Yoani». Da noi nessun giornale ha ripreso queste considerazioni. La "bloguera" Sanchez, negli ultimi due anni, ha raccolto 250mila dollari di premi in tutto il mondo, neanche fosse il Nobel della letteratura Vargas Llosa e in verità il diplomatico nordamericano non le fa fare una bella figura. Certe notizie, però, sono indigeste per molti giornalisti italiani. Come quella di questi giorni che segnala come Menard, il leader dei "mitici" Reporter Sains frontiere sia passato in Francia a sostenere il partito fascista e razzista di Le Pen. Ricordo che I Reporter Sains Frontieres sono quelli che hanno sempre sbraitato contro Cuba, il Venezuela e tutta l'America Latina progressista.

Parliamo del comitato centrale. Ci sono solo tre nomi nuovi.
Le tre novità sono: l'economista Marino Murillo, la responsabile del partito a L'Avana Mercedes Lopez Acea e il ministro dell'Economia Adel Izquierdo Rodriguez, che è reputato un astro nascente, un economista preparato, molto più giovane degli altri.
Tra i riconfermati c'è invece il vecchio Abelardo Colomé Ibarra, un generale pieno di medaglie, con una storia di impegno in Angola e Namibia. Ricardo Alarcón, presidente del parlamento di Cuba da oltre dieci anni, l'uomo che ha tenuto in piedi la battaglia per la liberazione dei cinque agenti dell'intelligence che hanno smascherato il terrorismo, da sempre attivo dalla Florida contro Cuba. E per questo ora sono in carcere negli Stati Uniti. Non è un caso, quindi, che nel governo cubano ci siano ancora persone come Ramiro Valdes, che è stato il più grande amico di Ernesto Che Guevara, il suo secondo e, successivamente, in molte occasioni, ministro dell'Interno. Sono persone di una certa età, è vero, ma che hanno dedicato se stessi alla Rivoluzione.

Qual è la difficoltà più grande che il paese si troverà ad affrontare per realizzare le riforme?
Il ricollocamento di almeno 550mila persone dal pubblico impiego al settore privato. D'altra parte era necessario: un'isola dei Caraibi contornata da paesi capitalisti non può reggere un apparato statale così pesante. Ma la struttura del paese, il socialismo inteso come rispetto dei cittadini, resta. I cubani avranno sempre una casa, non una baracca in una "villa miseria", come in altri paesi dell'America Latina. E avranno sempre un'adeguata educazione scolastica, una sanità povera, ma d'avanguardia. Inoltre, rimarranno importantissimi la cultura e lo sport.

Come si procederà sulla strada delle riforme?
La prima mossa è stata quella di permettere lo sviluppo dei mestieri artigianali, attraverso la concessione di più di 200mila licenze per attività di piccola impresa. Un passo necessario per assorbire chi uscirà dal pubblico impiego. Sarà questa la grande sfida. Poi, a breve, non ci saranno altri cambiamenti significativi. L'intero impianto di oltre 300 riforme sarà attuato. Raul Castro stesso ha ribadito che non si può derogare. Ma con tempi possibili e sempre nella logica del socialismo che non ha vissuto, mi pare, meno fallimenti del capitalismo.

Come sta Cuba oggi dal punto di vista economico?
L'isola sta resistendo alla più dura siccità degli ultimi cinquant'anni. E nel decennio scorso ha dovuto subire gli effetti devastanti di cinque uragani, che pochi ricordano. Nonostante ciò il pil è in aumento, al contrario che in Italia. Di poco, certo non ai livelli del Brasile, ma la stabilità sociale aiuta l'economia del paese.

Ci si può aspettare che in qualche modo cambi, ora, il rapporto con gli Usa? Tempo fa c'era stato un segnale dell'ammorbidimento della legislazione per l'invio delle rimesse degli esuli ai parenti.
Gli Stati Uniti di Obama devono prendere un'iniziativa, e forse l'hanno già presa, anche se molti non se ne sono accorti. Mi riferisco alla visita di due settimane fa a Cuba dell'ex presidente Usa Jimmy Carter che è andato personalmente a trovare Fidel Castro nella villetta dove trascorre le sue giornate scrivendo riflessioni sul mondo attuale per il "Granma". Un segno di grande rispetto che io interpreto come il tentativo di Obama di attenuare l'assurda chiusura verso Cuba. Un embargo bocciato tra l'altro ogni anno all'ONU da più di 180 nazioni del mondo. L'iniziativa di Carter è coraggiosa perché i violenti anticastristi di Miami continuano a predicare la violenza e a sostenere terroristi come Luis Posada Carriles che circolano indisturbati in Florida. Non è un caso, poi, che questa visita l'abbia effettuata il più etico ex presidente della storia Usa, un politico che, nell'80 perse le elezioni contro Reagan solo perché Bush senior, allora al vertice della Cia, andò a Parigi a trattare con alcuni mullah iraniani perché quel Paese ritardasse la liberazione di un gruppo di cittadini statunitensi sequestrati, facendo così apparire Carter come un leader debole e senza orgoglio. Una storia ambigua, anche perché più tardi si seppe che Bush aveva usufruito, per quel viaggio a Parigi, dell'aereo del fratello di Bin Laden.

Matteo Alviti
24/04/2011
http://www.liberazione.it/

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