1 aprile 2011

Cosa vuole in realtà la Camusso da questo sciopero dichiarato di malavoglia? Semplice, la corrispondenza di amorosi sensi con la Confindustria

'Il rosso e il nero della Cgil' Manca poco più di un mese allo sciopero generale indetto dalla Cgil. Uno sciopero che, ha detto il segretario Susanna Camusso, deve riuscire soprattutto nel mondo del lavoro. Detta altrimenti, questa volta non si può barare sulle cifre o sulle folle oceaniche mobilitate in “gita scolastica”. Si andrà alla conta “posto di lavoro” per “posto di lavoro”. Ma davvero la Cgil vuole usare tutto questo rigore nel contarsi? Il gioco sembra truccato. E’ vero che da una parte c’è un segretario generale impegnato a sferzare i suoi in una specie di rito di obbedienza verso una maggioranza che a quasi un anno dal congresso non è che abbia fatto faville, ma dall’altro è altrettanto vero, e non è un mistero per nessuno che lavora attivamente al “piano B”. E qual è il “piano B”? Semplice, la corrispondenza di amorosi sensi con la Confindustria. Lo strumento è quello del documento sulla contrattazione, l’ennesimo. Ancora non c’è niente di ufficiale. Ma chi l’ha letto ne ha tratto una impressione molto negativa, tanto da inquadrarlo nella categoria della “peggior concertazione” possibile. I contenuti, si sa, si possono sempre aggiustare. Soprattutto in questa Cgil che non ne ha mai discusso realmente se non attraverso i soliti seminari informali. Il punto non sono i contenuti. Il punto è il segnale, l’amo lanciato agli imprenditori, al “regime dei padroni”, per dirla con le parole salaci di Giorgio Cremaschi. Tutto questo sta portando a una situazione paradossale. Se lo sciopero riesce, e non si capisce su quale piattaforma, si riapre il confronto con Confindustria. Se lo sciopero non riesce si riapre lo stesso. In tutti e due i casi a rimetterci sono sempre i lavoratori, che si vedranno recapitare pesanti mazzate stile Marchionne. Sicuramente i metalmeccanici, che il “maglioncino” ce l’hanno in casa. E poi a seguire, i lavoratori del commercio e i dipendenti pubblici. Tutti allegramente deregolati e privati del bene più prezioso, il contratto nazionale. Al massimo, e grazie solo alla “congiunzione degli astri”, si potrà portare a casa una larvata riforma fiscale in salsa tremontiana che a conti fatti nelle tasche degli italiani non suonerà nemmeno tanto. La Cgil, ovvero, Susanna Camusso, non rischia niente, perché niente sta realmente puntando nel piatto. A Susanna Camusso interessa più che altro “passare ‘a nuttata”. E’ per questo che il 6 maggio dovrà essere letto più che altro come una fase di passaggio, buona a far discutere i lavoratori nelle migliaia di assemblee che comunque verranno convocate. Il 7 maggio inizierà un nuovo percorso e stavolta sarà tutto interno alla Cgil, perché è lì che i nodi verranno al pettine. La minoranza interna vuole diventare opposizione e l’altro giorno nel corso dell’assemblea nazionale dei delegati ha mostrato l’intenzione di volerlo fare sul serio. Ci sono alcune aree e alcune categorie in cui l’uscita del “nero” piuttosto del “rosso” qualche differenza la produrrà. E a quel punto se la Cgil si reputa ancora un sindacato dovrà dimostrare che sa ancora discutere. I metalmeccanici, per esempio. Non hanno nessuna intenzione di bere la “variante Marchionne” del loro contratto. E nemmeno il pastrocchio messo in piedi da Federmeccanica, Cisl e Uil. La Cgil lì dovrà scegliere, quindi. Così come dovrà scegliere nel commercio, in cui la situazione sta diventando drammatica con licenziamenti, mobbing generalizzato, flessibilità esasperata, salari ridotti attraverso la subdola arma del part-time e una azione repressiva forte contro il cosiddetto assenteismo, che poi vuol dire non avere più nessuna garanzia nel godimento delle giornate di malattia. A proposito, quale è la strategia per arginare la deregulation delle grandi catene della distribuzione organizzata? Nel pubblico impiego il bubbone dell’assenza del rinnovo del contratto è pronto a scoppiare, e nella forma più virulenta. I lavoratori hanno capito che forse unirsi ai cittadini che stanno subendo un'altra bella rasata al welfare non è poi così fantasioso e peregrino. Il tatticismo che porta al pietire un posto “in prima fila” non paga. I lavoratori sono stanchi di essere ricattati e prima o poi lo grideranno. Fabio Sebastiani http://www.controlacrisi.org/

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