16 febbraio 2011

Nessun integralismo ma il pericolo del trasformismo dei grandi interessi: forze armate e diplomazie proveranno ad annacquare la voglia di democrazia

Una rivolta “povera” senza armi, striscioni e l’appoggio dei vecchi partiti laici e religiosi

Quello che sta succedendo nel mondo arabo e in particolare in Egitto e Tunisia, liberate dalle dittature, cosa succede nello Yemen, in Giordania e in Algeria, sta a dimostrare che è terminato un periodo nel quale quasi tutti i paesi arabi hanno convissuto con la paura. Hanno convissuto con la repressione, spesso feroce, con sistemi assolutamente autoritari, dittatoriali, dispotici, con una componente di corruzione molto evidente, con dei regimi che hanno escluso per anni buona parte della popolazione dalla partecipazione alla vita pubblica e politica, non solo impaurendo ma anche impoverendo. In conseguenza di tutto questo le manifestazioni di oggi sono caratterizzate da due elementi: da una parte la rivendicazione della libertà e dall’altra parte la richiesta di giustizia sociale e soprattutto la richiesta di dignità.

Dopo la caduta del muro di Berlino nell”89 il mondo arabo è rimasto fuori da qualsiasi dialettica di cambiamento; le manifestazioni di oggi dimostrano che il clima di paura e di terrore è terminato e siamo di fronte all’avvio di un nuovo processo. Quali saranno le fasi, i traguardi, le interpretazioni della vita pubblica è tutto da vedere, ma intanto queste manifestazioni danno un segnale molto preciso: le popolazioni dei paesi arabi non sono più disposte a sopportare né le condizioni economiche né le condizioni politiche in cui vivevano da anni.

Vorrei utilizzare un’immagine per esplicitare meglio le condizione in cui si sono trovati questi popoli, ossia quella di un triangolo, che ha funzionato in tutti questi anni come un recinto di repressione e di dispotismo assoluto. Un triangolo composto, per un lato, dall’ondata di un certo integralismo religioso che era privo di una progettualità e chiarezza, di una reale interpretazione dei bisogni e delle esigenze delle popolazioni; per un altro lato dai sistemi di governi secolari, dispostici, familistici e spesso corrotti; come terzo lato infine l’ingerenza di potenze straniere che hanno sorretto i regimi, un appoggio che certamente ha giocato un ruolo determinante nel favorire per lunghi decenni l’operato di combriccole autoritarie e violente. Le potenze straniere che hanno sostenuto questi regimi spesso sono rimaste in silenzio rispetto alle violazioni di diritti elementari delle popolazioni.

Oggi tutti questi elementi che hanno sorretto i regimi dell’area si trovano in crisi di fronte a quello che è avvenuto, ai movimenti di base che si sono ribellati alla loro condizione. Sia nel caso egiziano sia in quello tunisino i partiti detti di opposizione ufficile- ma un’opposizione spesso meno che decorativa- sono stati scavalcati, ma anche la stessa opposizione, quella reale, quella che ha vissuto per decenni in una situazione di repressione quasi totale, è stata scavalcata da queste forze popolari che ora stanno rivendicando – pagando anche un alto prezzo- un accesso alla partecipazione politica e un nuovo ruolo dello stato come garante delle esigenze di larga parte della popolazione.

Quel triangolo su cui si basavano questi regimi è ora in frantumi: sia i regimi, sia gli stessi movimenti integralisti, sia le potenze straniere si trovano in forte difficoltà di fronte agli avvenimenti attuali. C’é da dire che questi movimenti non nascono dal nulla, non nascono come mera sollevazione spontanea per rivendicare il pane; stiamo parlando di popoli che hanno una storia millenaria, hanno una coscienza e un senso di sé come tanti altri popoli nel mondo, soprattutto hanno una storia di lotta di liberazione dal giogo del potere colonialista. In alcuni periodi le popolazioni si sono mosse in termini di rivolta, di ribellioni, anche se, essendo popolazioni disarmate senza aiuti esterni, spesso sono state represse nel sangue. Molti degli attivisti sono stati torturati, incarcerati, esiliati, però attualmente sembra che la paura e la repressione non siano sufficienti per arginare questo flusso “rivoluzionario” di rivendicazioni che chiedono la fine di regimi impopolari, della corruzione, del marciume, per ottenere giustizia sociale, libertà e dignità, evidenziando una consapevolezza politica molto matura.

Ritengo elementi determinanti la mancanza di libertà e l’insicurezza dei cittadini. Il sentirsi perseguitati (perfino in casa propria) come persona umana, ha avuto un peso notevole e importante. Ricordiamoci inoltre che, se negli anni ’60 e ‘ 70 questi stati hanno avuto un percorso economico che ha garantito una redistribuzione del reddito e la creazione di un minimo di Welfare, oggi questo è venuto meno, molte proprietà dello stato sono state privatizzate, anzi in molti casi accaparrate, “familizzate” dai parenti di chi gestiva il potere, che agli occhi della gente è strapotere assoluto.

In regimi così repressivi non ci sono neppure luoghi dove la gente può ritrovarsi; spesso non ci sono né spazi né riferimenti per le organizzazioni della società civile. Per questo strumenti come Twitter, facebook, cellulari, sms sono diventati sussidi per scambiare informazioni, per far sapere cosa sta accadendo nei vari luoghi, nelle varie situazioni. Oggi le connessioni sul piano telematico sono fortissime, sono connessioni che accorciano le distanze, anche popolazioni lontani dai luoghi del potere sono in grado di connettersi, accedere alle informazioni, acquisire conoscenze.

Da decenni assistiamo anche all’evolversi di una società civile mondiale dove avviene uno scambio di linguaggi, di temi come la giustizia, la libertà. Negli ultimi decenni questi processi sono divenuti più celeri. La televisione Al Jazeera ad esempio è diventata un luogo virtuale dove le persone possono partecipare, riconoscersi in una serie di contenitori culturali e politici, dove avvengono continuamente svolto dibattiti su temi sensibili, delicati in cui vengono presentati punti di vista completamente diversi. Nel caso di quello che è avvenuto in Tunisia, di fatto, da metà dicembre AJ è stata censurata nel momento in cui il regime ha capito l’importanza delle capacità di questa televisione di seguire le rivolte nei diversi luoghi del Paese, il luogo dove i tunisini si informano sui loro accadimenti e sulle manifestazioni di sostegno delle altre popolazioni arabe. Durante una trasmissione un cittadino tunisino intervistato ha detto che il 70% di quello che è avvenuto, il successo della rivolta è stato reso possibile grazie ad AJ, ma non perché AJ fomentava o sosteneva, ma perché documentava, faceva vedere quello che avveniva, mentre la televisione di stato nascondeva tutto.

Le date del 14 ed 25 gennaio 2011 saranno incise nella profondità dell’immaginario delle genti arabe. Popolazioni che da lunghi anni sono in attesa di riscatto per scrollarsi di dosso un orribile cumulo di fallimenti e di sconfitte sui tutti piani e specialmente il perpetuarsi delle sofferenze dei palestinesi e la drammatica situazione delI’Iraq.

Questa rivoluzione è nata dal basso, senza alcun sostegno esterno, a differenza delle “rivoluzioni a colori” sostenute da potenze straniere. Sono manifestazioni non funzionali a nessun progetto di potenza grande, media o piccola, sono manifestazioni di disobbedienza civile, disarmate, quindi non violente e questo confuta il fatto che da anni si va sostenendo in Europa, che la società musulmana si identifica con la violenza. La seconda questione è che con queste manifestazioni non ci si muove per questioni religiose, per difendere chissà quale astratta sacralità, ma per difendere la dignità di quei cittadini. Sono manifestazioni povere, non hanno neanche molti striscioni, sono manifestazioni dove si scrivono cartelli a mano, dove le parole d’ordine sono la libertà, la dignità, la democrazia, no al dispotismo (Istibdad), no alla corruzione (Fasad). La forza di queste manifestazioni è che sono sostenute da esponenti dei ceti medi, dagli operai , dai contadini, dalle donne, dagli uomini, dagli anziani e dai giovani. Sono movimenti popolari, non particolarmente ideologicizzati.

Questi movimenti non nascono, come si dice in Europa nel gergo politico, perché ci sono delle avanguardie che fomentano, che guidano. Le avanguardie se ci saranno nasceranno da questi movimenti, verranno fuori le persone che hanno partecipato effettivamente. Non è da trascurare la presenza di realtà politiche con un certo radicamento, perché queste manifestazioni non nascono dal nulla, ci sono state in passato mobilitazioni, rivolte e rivendicazioni che rappresentano dei riferimenti significativi per gli attivisti di oggi.

Oltre alle forze politiche a favore di un radicale cambiamento ci sono dei gruppi che hanno molti legami con vecchie e nuove potenze coloniali, ci sono personaggi che possono riciclarsi, possono rivendicare un linguaggio liberale, possono fare delle aperture di un certo tipo, molto moderate, con aggiustamenti di facciata, ma stanno attendendo l’occasione per inserirsi nel gioco e controllarne gli effetti. Certo che le potenze esterne proveranno a trovare delle strategie per impedire, far abortire, stroncare, nei migliori dei casi, trovare un compromesso per aggiustamenti timidamente liberali sul piano politico e sul piano economico. Ma non credo che siano sufficienti per dare risposte a esigenze di società dove circa il 60% della popolazione è giovane, con livelli di istruzione molto alti, aspettative molto alte, diverse dai loro genitori. Si ha a che fare con una nuova fascia della popolazione molto estesa che si sente totalmente esclusa, per cui gli aggiustamenti di facciata non potranno reggere a lungo, ma ci sarà bisogno di riforme radicali sul piano sia politico che economico, perché la gente è stanca di vivere in condizioni inaccettabili e di accettare il servilismo come ricetta per accedere a un nuovo progresso.

Adel Jabbar
14-02-2011

Adel Jabbar è sociologo ricercatore presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Vive in Italia da 30 anni. Nell'area della ricerca, della formazione e della mediazione culturale ha collaborato con vari enti e istituzioni (CENSIS, CNEL, Commissione per le politiche di integrazione).

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