8 febbraio 2011

Le superficiali e semplicistiche analisi pseudo - sociologiche di un economista iperliberista che accusa il PD di estremismo riformista!!!!!!

Nicola Rossi: quando le dimissioni sono una …..liberazione!

Almeno fino ad alcuni anni fa, “contro lo stress della vita moderna” - prodotto dal traffico urbano - un’accattivante spot pubblicitario invitava all’acquisto di un noto digestivo d’erbe.
Oggi risulta oltremodo difficile suggerire un antitodo al senso di smarrimento che coglie chiunque tenti di “orientarsi” nel grande ingorgo prodotto dalle innumerevoli fonti d’informazione a nostra disposizione.
Inoltre, la stessa, imponente, massa di notizie - vere o presunte tali che siano - rende oltremodo difficile un’oculata scelta rispetto a quelle meritevoli di analisi, commento e approfondimento.
La conseguenza è un quotidiano slalom tra “editoriali”, “comunicati”, “soffiate”, “confidenze”, “smentite”, “rivelazioni”, “annunci”, “pettegolezzi”, “indiscrezioni”, “precisazioni”, “dichiarazioni”, “intercettazioni”, “conferme” e via discorrendo!
Un altro effetto è rappresentato dalla (naturale e comprensibile) tendenza a sottovalutare o anche ignorare - da parte dei mass-media - quelle notizie considerate, a torto o a ragione, di “secondo piano”.
In questo senso, risale ad appena poche settimane fa un’intervista - al Presidente del Censis - che avrebbe meritato, a mio parere, una ben più ampia risonanza; se non altro, per la particolarità dei contenuti.
In quell’occasione, come ho già avuto modo di commentare, il sociologo Giuseppe De Rita dissertava sui dati forniti dalla Confcommercio - secondo i quali il livello dei consumi in Italia è tornato pari a quello del 1999 - sostenendo che “Compriamo meno perché ormai abbiamo tutto”!
Lo stesso, allo scopo di evitare qualsiasi possibilità di equivoco, lamentava che oggi, a differenza degli anni sessanta - nel corso dei quali il padre era stato indotto a “fare carte false” per comprare la prima Tv o la prima Seicento - gli imprenditori “non fanno nulla” per stimolare i nostri impulsi a spendere (e aumentare i consumi)!
Come noto, definii ridicola la tesi secondo la quale, in sostanza, il drastico calo dei consumi - prima conseguenza della grave crisi economica e finanziaria che ancora travaglia il nostro Paese - fosse da addebitare all’assenza, sul mercato, di beni e servizi (soprattutto i primi) “oggetti del desiderio” dei consumatori; capaci quindi di indurre al “bisogno compulsivo” di spendere.
Di conseguenza, solo “per amor di Patria”, mi limitai a ritenere (semplicemente) paradossale la teoria esposta dal Presidente del Centro Studi Investimenti Sociali (!).
Giudico altrettanto ingiustificato lo scarso rilievo attribuito alla notizia secondo la quale il senatore Nicola Rossi ha rassegnato le dimissioni dalla carica e dal Pd.
Questo non per la particolare suggestione prodotta dalla figura dell’economista pugliese - già deputato (nel 2001) ed ex Ds - ma per la particolarità della/e motivazione/i addotta/e.
Infatti, se nel 2007 Rossi si era allontanato dai Ds sostenendo che “sul terreno riformista la sinistra ha esaurito tutte le energie”, per poi aderire al Pd - salvo lasciare nel 2011, affermando “non mi riconosco più” - questa volta il motivo dell’abbandono, attraverso una lettera-articolo al Corriere della Sera (del 4 febbraio), viene puntualmente indicato.
E’, però, opportuno evidenziare che del motivo illustrato nella lettera, non vi è traccia nel resoconto parlamentare dell’intervento al Senato per illustrare i motivi delle dimissioni.
In quella sede, Rossi aveva contestato, tanto alla maggioranza quanto all’opposizione, di non aver prodotto nulla più delle chiacchiere - in termini di riforme politiche d’impronta autenticamente liberale - e, contemporaneamente, rivendicato l’esigenza di quella (totale) indipendenza di giudizio che, di là da qualsiasi “disciplina di gruppo”, solo la rinuncia all’incarico parlamentare può garantire.
Prima di passare alla lettera-articolo, ritengo, però, (anche) doveroso rilevare l’oggettiva contraddizione tra il pretendere (dagli altri) una coerente azione politica e, contemporaneamente, rivendicare “indipendenza di giudizio”, da parte di un soggetto che, mentre nel 2007 denunciava l’esaurirsi della “spinta propulsiva del riformismo di sinistra” dei Ds - lasciando sottintendere chissà quale messianica aspirazione all’avvento del “sol dell’avvenire” - appena quattro anni dopo contesta, ai “moderati” del Pd, politiche non “autenticamente liberali”!
Tornando alla missiva al quotidiano milanese, il senatore dimissionario, dopo aver genericamente accusato la sinistra di dare ancora credito alle favole - tra le quali la linearità dell’evoluzione umana, nella quale le interruzioni, in termini di sostanziali arretramenti delle condizioni di vita, sono sempre state erroneamente considerate (dalla sinistra) alla stregua d’incomprensibili e inaccettabili anomalie - afferma che le sue dimissioni rappresentano, in sostanza, la notifica di un arbitrio che la politica continua a perpetrare a danno dei giovani.
Di coloro che, se oggi sperimentano condizioni di vita e livelli di benessere inferiori rispetto a quelli realizzati dalle generazioni precedenti, lo fanno per responsabilità oggettiva della generazione che li ha preceduti, piuttosto che per effetto della (naturale) “discontinuità evolutiva” dell’umanità.
Si tratterebbe, in sostanza, dell’ultima versione delle famose “colpe dei padri che ricadono sui figli”; alla quale - pur nella sinteticità della lettera - seguono considerazioni che esprimono l’evidente prodotto di In questo senso, come da consolidata tradizione, ritroviamo i sindacalisti - rei di “tradire la loro missione per dare a chi aveva già avuto, togliendo a chi ancora non aveva” - “i giornalisti della domenica” (?), capaci di comprendere la realtà dei problemi solo quando è troppo tardi per affrontarli e, dulcis in fundo, tanto per non sbagliare, uomini e donne di destra e di sinistra, che non hanno esitato ad assicurarsi privilegi e consumare anche quello che non c’era.
Senza dimenticare la politica - naturalmente, sempre e solo quella “degli altri” - che, con il suo incerto procedere, a parere di Rossi, non è stata capace di “liberare lo stato sociale dal fardello delle attività ormai di mercato”!
Che l’ex deputato - allontanatosi dai Ds nel 2007 “perché sul terreno riformista la sinistra aveva esaurito tutte le energie” e, per fortuna del Pd, nel 2011 perché non si riconosceva più “nella politica del partito” - intendesse denunciare, urbi et orbi, le mancate privatizzazioni della sanità, della previdenza e, perché no, della scuola?

di Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

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